Il paese dove nessuno vuole stare?

Nel 2013 circa 94mila italiani hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero.

L’anno precedente erano stati 78mila (dati del Rapporto Italiani nel Mondo, Fondazione Migrantes), nel 2011 circa 50mila. Un sacco di numeri per dire che negli ultimi anni aumentano gli italiani che lasciano l’Italia.

Negli anni scorsi si è sempre parlato dei famosi cervelli in fuga, ma chi lascia la penisola non è sempre un ricercatore, un medico, un astronauta o un ingegnere aerospaziale. Dopotutto, fino a prova contraria, anche un grafico, un pizzaiolo, un operaio e forse perfino un giornalista è dotato di cervello, e anche loro rientrano nel grosso numero di italiani che se ne vanno. O forse bisogna per forza avere una laurea per essere considerato un cervello in fuga? E se sì, che laurea?

Inoltre, se non per sfatare il mito dei cervelli in fuga almeno per ridimensionarlo, secondo un’indagine di qualche anno fa dell’Istat, la maggior parte dei dottori di ricerca continuano a risiedere nelle regioni dove si trovavano prima del dottorato: la migrazione è più che altro interna e avviene soprattutto dal sud verso il nord Italia. Secondo i dati di questa indagine (relativa però al periodo 2004-2006) solo il 6,4% si erano spostati all’estero.

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Resta il fatto che dal 2012 al 2013 gli italiani che si sono spostati all’estero sono aumentati del 16%, sempre secondo i dati Migrantes. L’America di oggi è quella più facile da raggiungere: Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia.

Al primo posto, nel 2013, c’è la Gran Bretagna, che va molto soprattutto tra i 20-30enni (4351 persone in quella fascia d’età – in un solo anno – secondo i dati Aire, ma probabilmente sono di più dato che non tutti segnalano il trasferimento all’ufficio anagrafe degli italiani all’estero).

Non si tratta solo di motivi geografici: per citare ancora una percentuale (poi basta), la disoccupazione giovanile in Italia è al 44%, in Germania al 7,9%. Va precisato però che chi lascia il Paese spesso lo fa anche per motivi personali, ricerca di identità, voglia di cambiare: è semplicistico giustificare questi numeri sempre e solo con spiegazioni di tipo economico (“vanno a cercare lavoro”). C’è anche chi se ne va semplicemente perché se ne vuole andare, perché vuole fare un’esperienza, perché vuole imparare una lingua, perché vuole raggiungere la fidanzata.

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Tra le nuove mete dove cercare lavoro o rifarsi una vita ci sono anche paesi fino a qualche decennio fa insospettabili, come Albania e Romania. Secondo quanto dichiarato dal ministro albanese Erion Veliaj in Albania ci sono circa 19mila italiani. Un numero difficile da prevedere dodici anni fa, quando Gian Antonio Stella, nel suo notissimo libro sull’emigrazione italiana negli Usa – L’Orda – sceglieva come sottotitolo la frase “quando gli albanesi eravamo noi”. Allo stesso tempo, mentre gli italiani vanno in Albania, gli albanesi arrivati anni fa via mare iniziano a tornare a casa: in 1450 si sono cancellati all’anagrafe italiana nel 2012.

Puntare sulla mobilità e sulla migrazione per tenere a bada le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro europeo. È la conclusione dello studio 'Matching economic migration with labour market needs' (Conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro) pubblicato oggi da Commissione europea e Ocse (fonte)
Puntare sulla mobilità e sulla migrazione per tenere a bada le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro europeo. È la conclusione dello studio ‘Matching economic migration with labour market needs’ (Conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro) pubblicato da Commissione europea e Ocse (fonte)

Nel frattempo, secondo i dati Ocse, tra il 2011 e il 2012 è diminuito il flusso migratorio verso l’Italia. Aumentano gli sbarchi, è vero, come drammaticamente ricordato dalle numerose tragedie nel Mediterraneo e dai più recenti dati dell’operazione Mare Nostrum: 160mila sbarchi, principalmente da Eritrea, Siria e Mali, solo dal gennaio 2014. Molti vengono per lavoro, moltissimi semplicemente perché non hanno alternative: hanno perso la casa e scappano da paesi con guerre e dittature.

Ma questa è la facciata più evidente del fenomeno migratorio verso l’Italia. Gli sbarchi rappresentano una minoranza di disperati pronti a tutto: storicamente la maggior parte dei migranti arriva in aereo o via terra. E qui succede qualcosa di strano. Perché come sentiamo dire da anni, l’Italia è un paese di passaggio. Questo significa che in moltissimi casi gli immigrati che arrivano qua puntano alla Germania, alla Francia o al nord Europa, come dopotutto fanno i “colleghi” italiani per gli stessi identici motivi (sono vicine e ci sono più opportunità lavorative, almeno in teoria: poi dipende, se vuoi fare l’astrofisico, il cantante o il gelataio).

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Dal gennaio 2014 è in vigore il Regolamento Dublino III, che però nella sostanza non cambia molto dal precedente regolamento noto anche come Convenzione di Dublino. Secondo questa convenzione chiunque arrivi sul territorio dello spazio Schengen deve richiedere asilo nel paese in cui è approdato.

Esempio: mettiamo il caso di un iraniano che scappi dall’Iran perché perseguitato in quanto omosessuale (l’omosessualità in Iran è punita con la pena di morte) con l’obiettivo di raggiungere la Danimarca. Arriva in Italia, perché dall’Iran è il posto relativamente più “facile” dove ottenere l’asilo. Ma c’è un contro: è qua che deve restare.

La situazione è paradossale: molti italiani non vogliono gli stranieri, ma neanche loro, gli stranieri, vorrebbero stare qua. Anzi: vorrebbero andare negli stessi paesi dove vanno gli italiani.

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Da qui l’intenzione dei paesi-frontiera dell’Europa (come l’Italia) di gestire in maniera comunitaria, europea, i flussi migratori. Ovviamente i paesi più lontani – come il Regno Unito e la Danimarca – non sono d’accordo: la strada per arrivare dalle loro parti è lunga e tortuosa, e a loro va bene che resti così.

Ecco allora che molti immigrati che arrivano in Italia semplicemente scompaiono: secondo i dati diffusi dal ministro Alfano, delle 29mila persone che ogni anno scompaiono in Italia, quasi 20mila sono stranieri. Scendere nel dettaglio di questi numeri diventa complicato, ma è certo che, tolti i minori sottratti dai genitori, le vittime di reato, i suicidi, gli altri sono migranti che si spostano volontariamente altrove, cioè che vanno nei paesi europei dove avevano intenzione di andare. E molti di questi sono minori.

Questi sono solo alcuni aspetti della situazione complessa e a volte paradossale dei flussi migratori. E l’Italia sembra un po’ come l’accettazione al pronto soccorso: file di persone preoccupate e ansiose, nervose e stanche di aspettare, gente che va e viene, chi arriva ricoperto di sangue, chi ha solo un graffietto eppure fa una tragedia greca, tutti che vorrebbero passare davanti agli altri ma tutti d’accordo su una cosa: sarebbe bello stare meglio.

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Curiosità: analizzando le ricerche su Google dal 2004 a oggi tramite lo strumento Google Trend, si può notare come “lavorare in Inghilterra” sia sostanzialmente stabile, ma “lavorare in Germania” sia salita come ricerca a partire dal 2011 arrivando a vette molto alte nel 2013 (in particolare nei periodi estivi, per ovvi motivi).

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Ma se si aggiunge la ricerca “lavorare in Svizzera” ecco la sorpresa: il paese elvetico supera Germania e Gran Bretagna nei sogni degli italiani, almeno dalle ricerche su Google (poi non è detto che qualcuno non cambi idea…). Tra le più cercate anche “lavorare in Australia”, un evergreen dell’emigrato italiano.

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Le regioni dove si cerca di più “lavorare in Germania” sono, nell’ordine, Sardegna, Puglia, Sicilia, Campania, Emilia-Romagna, Lazio.

“Lavorare in Inghilterra” è invece la più cercata in Sicilia e subito dopo in Emilia-Romagna. La Svizzera invece attira molto – nell’ordine – Lombardia, Puglia, Calabria, Piemonte, Campania.

 Vedi anche: Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

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