Fashion revolution

Una maglietta di cotone come tutte le altre, colorata, sportiva, da abbinare a jeans e scarpe da ginnastica. Quando la indossi, però, ti senti rivoluzionario, perché sai che nessun bambino, nessuna donna e nessun uomo è stato sfruttato per confezionarla. La T-shirt “etica” che la Cooperativa sociale Oltremare di Modena ha presentato il 24 aprile – nel primo anniversario del crollo del complesso produttivo di Rana Plaza, a Dhaka in Bangladesh, dove morirono 1.133 persone e tante altre rimasero ferite – è soltanto la scusa. Tutti i giorni cambiamo look e tutti i giorni indossiamo vestiti che nascondono sfruttamento, lavoro non retribuito, mancanza di diritti e di sicurezza. Ecco perché la rivoluzione si può (anzi si deve) fare anche davanti allo specchio della propria camera da letto o nel camerino di un negozio.

L’etichetta è tutto. Oltre alle indicazioni sulla composizione dei tessuti e sul lavaggio per camicette e pantaloni, deve sempre essere specificato anche il luogo di confezionamento. In Bangladesh l’ultimo grave incidente un anno fa. Ma quotidianamente, anche in Italia, per i nostri vestiti viene impiegata manodopera di minorenni o persone sfruttate. La nostra prima scelta sta quindi nella lettura approfondita dell’origine dei prodotti.

La Cooperativa Oltremare – che da oltre vent’anni si occupa di commercio equosolidale – ha presentato nel Fashion Revolution Day i modelli delle nuove T-shirt disponibili nella bottega in centro a Modena. Le magliette sono state realizzate, attraverso il progetto O’press nato lungo la filiera del Fair trade, con il cotone proveniente dal Bangladesh, mentre la serigrafia è stata realizzata all’interno del carcere dei Marassi di Genova.

«Anche il semplice chiederci “chi ha fatto i miei vestiti?” può determinare un nuovo modo di scegliere ciò che acquistiamo e magari può incoraggiare chi crea la moda a farlo in maniera più responsabile» spiegano gli organizzatori del “Fashion Revolution Day” a cui ha aderito la Cooperativa Oltremare di Modena.

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