Corsa per l’Europa 1 – Cécile Kyenge

“L’Europa non cade dal cielo”. Tutte le volte che mi torna in mente questa frase di Altiero Spinelli ripenso al flautista che ho incontrato tre anni davanti all’Opera di Berlino. Si era piazzato sul tappeto blu con le stelle gialle della scalinata del palazzo a suonare la Nona sinfonia di Beethoven e non voleva andarsene nemmeno all’arrivo di una guardia: “Questo è il tappeto dell’Europa e io posso suonare l’Inno alla Gioia finché mi pare”.
E’ meno impegnativo immaginare l’Europa come quella lontana macchina burocratica che produce trattati e convenzioni; nemmeno l’elezione diretta del Parlamento europeo nel 1976 ha convinto gli “europei” a sentirla una “cosa propria”. La campagna elettorale in vista del voto del 25 maggio (a suon di slogan tra i più beceri mai sentiti) ne è, ancora una volta, la dimostrazione.
Ad alcuni candidati della circoscrizione Nord Est abbiamo posto quattro domande, chiedendo loro di motivare la candidatura e di spiegare il motivo per cui l’Unione europea non viene percepita come una “coalizione di uomini”.
Vi proponiamo, da qui al giorno del voto, le loro risposte.

Oggi tocca alla prima, Cécile Kyenge, candidata modenese. Seguiranno Damiano Zoffoli, Paolo De Castro e Franco Frigo.

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Una Cécile Kyenge che non ci si aspetta. Che parla di economia e lavoro, di mercato e di una moderna cultura del welfare. Di una tradizione socialista europea da aggiornare sì, ma da ripercorrere con altrettanta decisione. Sono queste alcune delle battaglie che l’ex Ministra dell’integrazione del governo Letta intende portare in Europa, senza per questo dimenticare il tema principe per cui è conosciuta in Italia e in tutto il mondo: la sua lotta per aprire il paese a una cultura dell’integrazione. “E’ una guerra, e alla fine la voglio vincere”. Parte di slancio la Kyenge abbandonando la pacatezza con la quale abitualmente risponde ai quotidiani insulti irripetibili che riceve online e, in passato, anche per strada e da qualche collega parlamentare. E tira fuori le unghie. Giusto a fini elettorali? Obiettivo: una poltrona a Bruxelles? “Ma no” – protesta – quale poltrona? La mia è una battaglia di civiltà – afferma convinta – Per convincere tutti gli italiani che ormai siamo un paese multiculturale, come gran parte d’Europa, e che i processi e i problemi che si intrecciano in una simile transizione epocale, vanno governati, non subiti”. Subiti? “Sì – risponde sicura – il colore della mia pelle fa notizia solo in Italia. E la fabbrica della paura che le destre hanno messo in piedi in questi anni fa sì che certi fenomeni siano appunto subiti. Attraverso risposte anacronistiche e figlie di una cultura della violenza, oltre che della paura. Come se la civiltà occidentale si potesse permettere di sparare a dei disperati chiudendo occhi e orecchie e poi poter credere di rimanere se stessa. Non è possibile. Poi chiaro – precisa – una volta affrontata in chiave europea l’emergenza umanitaria, c’è da governare tutto il resto del processo di integrazione. Con pragmatismo e intelligenza. E in un orizzonte europeo, non paese per paese”. Quindi Cécile Kyenge non è la quinta colonna dell’invasione di un esercito di clandestini, le chiediamo. “Ma per favore – dichiara col sorriso sulle labbra – che fa, si lascia anche lei annebbiare dalla propaganda? Lasciamo che certe sparate le faccia il Carroccio visto che, avendo fallito in tanti anni di governo in qualsiasi riforma sbandierata, a partire dal tormentone del federalismo, non gli resta che alzare ancor di più i livello della paura, su temi come immigrazione, euro, lavoro. Facciano pure il loro lavoro i leghisti, la pagnotta se la devono guadagnare in qualche modo. Io voglio cambiare verso in Italia e in Europa, non limitare il mio orizzonte alla sponda nord del Po per un mero calcolo elettorale”.

Onorevole Kyenge, per quale motivo ha deciso di candidarsi? Che competenze ha da mettere in campo?

Partiamo da queste ultime. Sono un medico, e questo può aver poco a che fare con competenze specifiche che lei mi richiede, se non per il fatto che la mia professione mi ha permesso per anni un contatto quotidiano con le persone e i loro problemi. Lezioni di umanità che ho imparato giorno dopo giorno. Senza le quali oggi non sarei quella che sono. Poi chi pensa che io sia stata catapultata a fare la ministra dell’integrazione, con molte deleghe che molti dimenticano, ad esempio quelle sulle politiche giovanili, solo per fare la bella statuina, la ragazza nera buona a far da bigliettino da visita un po’ cool del governo, dimentica che ho un passato di anni di militanza nel terzo settore, nell’associazionismo e nel volontariato, e anche nel mio partito come responsabile provinciale del Forum dell’integrazione e dell’immigrazione. Esperienze che mi hanno dato modo di approfondire e portare avanti battaglie di ogni genere per avviare processi di integrazione tra i popoli, nell’interesse degli ultimi, di chi non ha voce, ma anche di quella che oggi considero la mia madrepatria, l’Italia. Non sono così cieca da non capire che il processo di integrazione deve essere il più condiviso e armonioso possibile. Solo così posso fare davvero l’interesse del mio Paese. Che è, lo ripeterò fino allo sfinimento, l’Italia. Nonostante qualcuno non voglia a nessun costo accettarmi a causa del colore della mia pelle, che ormai fa notizia solo qui. Gran parte d’Europa è già oltre. Io voglio dare il mio contributo a questa battaglia di civiltà. E credo che l’Europa sia la giusta sede per farlo. Faccio un esempio concreto: è ben noto che l’Italia per la sua particolare configurazione geografica è un cuneo nel Mediterraneo. La frontiera per eccellenza. Ebbene, allora questa “frontiera” non deve essere solo gestita dall’Italia ma dall’Europa intera che la assuma come tale, l’Italia come frontiera del sud dell’Unione. Siamo in un’epoca di mutamenti epocali ed è folle pensare che tali mutamenti possano essere gestiti individualmente paese per paese. Serve un balzo in avanti dell’Europa politica, non solo finanziaria. Voglio gli Stati Uniti d’Europa, un’Europa davvero unita costruita sui bisogni e gli interessi delle sue genti. Senza questo passaggio fondamentale, la sfida della globalizzazione, ad ogni livello, non solo quello di cui stiamo discutendo qui ora, è già persa.

Il che mi porta direttamente alla seconda domanda: perché l’Europa è così lontana dai cittadini?

Proprio per i motivi a cui accennavo prima. L’Europa sembra lontana – ben più di quel che poi sia nei fatti – perché fino ad ora siamo stati incapaci di dar fiato e spessore a un’Europa a piena sovranità politica. I nostri Stati Uniti insomma. Capisco che sia difficile superare differenze e diffidenze secolari, ma questa è stata la strada che si è deciso di intraprendere dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Una strada dalla quale non possiamo tornare indietro, come auspicano in maniera semplicemente scellerata movimenti e partiti populisti qui da noi e in altri paesi del continente, se vogliamo garantire ai nostri figli un futuro di pace e benessere. Da quando è scoppiata la crisi, in molti paesi soprattutto del sud d’Europa, i più colpiti, monta sempre di più una critica feroce contro le politiche di austerity promosse dalla Germania di Angela Merkel. Politiche che, lo dico con convinzione e fermezza, vanno superate. E lo faremo con la vittoria del Partito socialista europeo alle elezioni. Ma che vogliamo fare? Dichiarare guerra alla Germania? Uscire dall’euro consegnando il nostro Paese a un futuro di miseria per l’assoluta incapacità di competere non dico a livello globale, ma anche solo a livello europeo? Vogliamo questo? Ma andiamo… Nel mio programma ho un pacchetto di proposte che come parlamentare porterò avanti con tutte le mie forze. Proposte che vanno dalla sburocratizzazione alla semplificazione, alla facilitazione dell’accesso al credito per le piccole e medie imprese che formano ancora il nostro principale tessuto economico, ad altri tempi legati al welfare come il salario minimo garantito in tutta Europa indispensabile per rilanciare economia e consumi in un periodo di depressione come questo, in fase di miglioramento ma che necessità di ulteriori, fortissime, spinte dai governi nazionali e dall’Europa nel suo insieme. Non penso di avere in mano la bacchetta magica, ma ho idee chiare e soprattutto la convinzione che da qualche parte bisogna cominciare. Subito.

Cosa significherà per lei essere europarlamentare del PD?

Recuperare e aggiornare i valori che sono propri di una grandissima tradizione politica, quella del socialismo europeo. In Italia la cultura socialista ancora non si è pienamente ripresa dai danni causati dall’ultima stagione di Craxi. Così come il mio partito, il Partito Democratico, sta ancora vivendo la transizione che ha portato a fondere le due grandi tradizioni politiche e culturali dalle quali è nato. Ma l’idea socialdemocratica, quella cioè di un riformismo ben temperato tra mercato e welfare, resta non solo valida, ma l’essenza stessa dell’Europa in quanto tale. La sua unicità rispetto al resto del mondo, Stati Uniti in testa. Va aggiornato naturalmente, adattato, ad esempio, al modo in cui si sta evolvendo il lavoro in quest’epoca “liquida” di grandi cambiamenti e svolte epocali, ma la matrice resta quella. Quindi, rispetto a ciò che ho accennato prima, proprio in chiave di equilibrio tra mercato e il nostro welfare evoluto, aggiungo proposte come quella del welfare generativo, capace cioè di andare ben oltre la semplice assistenza ma, cito, in grado “responsabilizzare e responsabilizzarsi, sulla base di un diverso incontro tra diritti e doveri, passando dalla logica del costo a quella dell’investimento e privilegiando l’efficacia e non la semplice assistenza”. Lo stesso dicasi naturalmente per il lavoro. Vogliamo renderci conto o no che il lavoro è profondamente cambiato e insistere su vecchie battaglie, ad esempio “il posto fisso ad ogni costo”, non solo è anacronistico ma del tutto inefficace? Cerchiamo invece di estendere il massimo dei diritti al lavoro precario che oggi ha superato quantitativamente in Italia quello del posto fisso a tempo indeterminato. Ecco che allora il salario minimo garantito è una prima risposta in questo senso. Certo non interviene sul problema dell’intermittenza, cioè sui periodi in cui il salario non c’è, ma almeno garantisce alcuni diritti minimi a chi spesso si trova in una situazione di totale debolezza rispetto al datore di lavoro. Mi auguro che i cittadini europei affidino le sorte del continente al Partito socialista europeo guidato da Martin Schulz. Saremo capaci di regalare all’Europa un nuovo futuro.

Una proposta concreta per la quale si attiverà subito in caso di elezione.

L’ho già citata più volte: il salario minimo garantito in Italia come avviene per quasi tutto il resto d’Europa. Serve per fissare alcuni paletti indispensabili per non lasciare i nostri ragazzi, e non solo loro, in balia di un mercato che nei suoi ondeggiamenti di questi ultimi anni troppo spesso induce a puntare tutte le proprie carte sulla riduzione del costo del lavoro, quasi sempre a spese dei lavoratori. Follia. Davvero pensiamo di poter competere con economie, ad esempio quelle asiatiche, fondate su ben altre condizioni di vita oltre che su culture radicalmente differenti dalle nostre? Impossibile. Significa infilarsi in una strada senza uscita. L’Europa, l’Italia, non devono tradire se stesse ma ottimizzare e aggiornare ciò che dal dopoguerra in poi le ha caratterizzate. In questi anni di crisi, siamo riusciti solo in parte a mantenere la retta via, ma ora è tempo di cambiare e tornare sul seminato aggiornandolo al presente. L’Italia è pronta a un simile passo.

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