Clima: l’apocalisse che non spaventa

Siccità e incendi, e subito dopo inondazioni e città allagate. Poi uragani, disastri idrogeologici, distruzione: leggi il giornale e sembra che il mondo stia per esplodere: meglio salutare amici e parenti, chiudersi in casa, mettere su la messa da requiem di Mozart e aspettare. Ma il giorno dopo apri la finestra ed è tutto come prima: le nuvole lasciano spazio al sole, la gente fischietta per strada, il fango si secca e viene dimenticato. Sui giornali si parla d’altro, la catastrofe sembra rimandata. E’ così?

Lo chiediamo a Luca Lombroso, meteorologo, divulgatore e tecnico dell’università di Modena e Reggio Emilia, autore di un recente saggio dal titolo “Apocalypse Now? Clima, Ambiente, Cataclismi”.

“I cambiamenti climatici sono una realtà” spiega Lombroso. “Non più un problema del futuro o degli orsi polari. Di fatto gli orsi polari che rischiamo di affogare siamo noi”.

Ma se siamo davvero come gli orsi polari alla deriva su un pezzo di ghiaccio che si sta per sciogliere, perché siamo solo moderatamente preoccupati? O meglio: perché alterniamo in modo schizofrenico fasi di isteria collettiva post-tragedia ambientale a fasi di assoluta indifferenza?

“Non siamo predisposti per percepire i cambiamenti climatici” spiega Lombroso. “È un problema che urta le nostre stesse abitudini, e anche certezze. Si passano varie fasi: ignorare, negare, rabbia, depressione ed infine assimilazione della realtà dei cambiamenti climatici, spesso solo subendo una catastrofe”.

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I motivi di questo strano modo di percepire quello che la maggior parte degli scienziati definisce una catastrofe, sono diversi: uno è il sovraccarico cognitivo, ovvero ricevere tante informazioni da restare confusi e quindi non riuscire a prendere una decisione precisa.

Sulla questione dei cambiamenti climatici infatti non si può dire che ci sia stata poca informazione. Anzi. Ma nonostante la quasi unanimità degli scienziati concordi sul fatto che il clima del pianeta è influenzato dall’attività umana, la percezione della maggior parte delle persone è che “il dibattito sia ancora aperto”.

E questo in parte è vero, perché il dibattito scientifico è sempre aperto, per definizione. Se qualcuno portasse delle prove scientifiche credibili che l’umanità intera proviene da Adamo ed Eva, anche quel dibattito probabilmente sarebbe da riaprire. La scienza è amica del dubbio. Ma per quanto riguarda il clima, i dubbi ormai sono pochi.

 

”La causa di tutto questo siamo noi stessi” continua Lombroso, “e il modo con cui si è sviluppata e sostiene la nostra società e l’era industriale, basata sull’uso dei combustibili fossili, petrolio e carbone. Ma anche il gas, che non è affatto ‘ecologico’. Non è insomma solo una questione di stili di vita ma di modello di sviluppo. E non è ‘colpa della Cina e dell’India’, anche se oggi sono i maggiori emettitori in assoluto, ma anche di quanto fatto fino ad ora da tutti. Si preferisce la politica del rimandare e dilazionare, vedi il fallimento della conferenza di Copenaghen nel 2009 e ora le attese per quella di Parigi nel 2015. Oppure, anche di fronte ad eventi estremi e alluvioni a ripetizione, cercare capri espiatori come le previsioni sbagliate, che poi sbagliate non erano, o le nutrie”.

Bastiglia, gennaio 2014
Bastiglia, gennaio 2014

Un ruolo fondamentale in tutto questo ce l’ha l’informazione. Da una parte si percorre la strada dell’allarmismo, che di solito dura 24 ore: grandi titoli a tutta pagina su emergenze, disastri, catastrofi, fine del mondo, in una specie di perverso “al lupo al lupo” dove però il lupo c’è davvero e ulula fuori dalla finestra. Dall’altra si insinua il dubbio che ci sia un eccesso di catastrofismo e allarmismo, senza però portare delle vere prove, confondendo il dibattito scientifico con quello ideologico. Ad esempio confutando un rapporto delle Nazioni Unite redatto da 500 esperti intervistando un’economista.

Eppure, i dati ci sono, spiega Lombroso, e a volte sono sotto gli occhi di tutti “Le piogge si sono estremizzate. O non piove, o diluvia. Guardi l’11 novembre, San Martino, è vero che c’è l’estate di san Martino, ma qui va avanti, paradossalmente, dalla fine della scorsa presunta mancata estate e malgrado la pioggia le temperature sono di 6-8°C sopra la media. Addirittura registriamo, all’Osservatorio Geofisico del DIEF UNIMORE, la notte più calda di San Martino mai registrata dal 1860 a oggi. Aria più calda può comportare, se non piove, siccità, ma se piove contiene più umidità e quindi piove più forte. E così ecco la catena di alluvioni a ripetizione…”

Roma
Roma

L’altro motivo per cui al nostro cervello i cambiamenti climatici non preoccupano più di tanto, è un pregiudizio cognitivo. Ovvero un comportamento mentale che ci consente di adattarci a determinate situazioni e prendere decisioni più velocemente. In questo caso, secondo George Marshal, fondatore del Climate Outreach & Information Network, la nostra mente è pronta a reagire a minacce vicine e immediate, ma se le minacce sono lontane sia nel tempo sia nello spazio, allora ci allarmiamo meno.

Esempio: se ci dicono che sabato c’è l’ennesima “allerta meteo”, ci viene paura e agiamo di conseguenza, cercando di mettere in sicurezza noi stessi, la nostra famiglia e le nostre proprietà. Ma se uno scienziato ci dice che le nostre vite sono basate su un modello di sviluppo che danneggia il pianeta, sbadigliamo e pensiamo che saranno problemi degli uomini del futuro e chiediamo agli scienziati di smetterla con questo allarmismo inutile, esattamente come capitava agli ambientalisti che lanciavano allarmi su questi temi già negli anni ’70 e venivano derisi.

Genova
Genova

In questo contesto, la reazione della maggior parte delle persone è l’indifferenza. Preoccuparsi quando il pericolo è vicino, dimenticarsene quando è lontano. Spaventarli con previsioni apocalittiche a quanto pare non serve più di tanto. Come spiegava Lombroso, a vincere è una sorta di rassegnazione: se tutto va male io non ci posso fare niente, quindi non farò niente. Qual è la soluzione?

“Non c’è una soluzione ma ci sono tante soluzioni” risponde Lombroso. “E’ qui che sta la difficoltà: capire che non saranno, singolarmente, il cambiare una lampadina o mettere i pannelli solari a ‘salvarci’, ma tante cose insieme. Nel modo giusto e nel posto giusto. Perché ciò che va bene in un posto, o per una realtà, non è detto vada bene per altri. Ciò che piace non è detto sia efficiente energeticamente, talvolta anche ciò che è incentivato non è detto vada bene ovunque per ragioni di leggi della fisica e di ritorno energetico. Non sto a fare esempi, ma nel mondo ci sono tante cose che si muovono, dalla Germania che punta, nel 2050, a ridurre le emissioni serra del 90% senza ricorrere al nucleare e chiudendo le centrali a carbone, a Sydney dove, mentre noi ne discutiamo, hanno già i cantieri per la citta Smart Green Connected, fino al Costa Rica che prevede di diventare carbon neutral già entro il 2030. L’Europa ha appena approvato il nuovo pacchetto clima 2030 che prevede l’abbattimento del 40% delle emissioni ma l’Italia è in una situazione contraddittoria, con l’approvazione dello sblocca Italia infatti si sbloccano anche… le trivelle, il cui vero rischio, indiretto, non sono i terremoti ma le alluvioni per l’aumento dei gas serra che comporta l’uso del petrolio e derivati”.

Parma
Parma

E Modena come sta, dal punto di vista dell’inquinamento e del rischio idrogeologico?

“Direi in “prognosi riservata”: alle buone cose, come l’adesione al patto dei sindaci per la riduzione delle emissioni serra da parte delle città, si contrappongono problemi di qualità dell’aria e di mobilità. Ci sono tante ciclabili, e io le uso e le apprezzo, ma anche molti problemi di manutenzione e mancano pochi pezzi per farne una vera rete. La raccolta differenziata presenta limiti e problemi, e si assiste a fenomeni di inciviltà con abbandono di rifiuti. Riguardo il rischio idrogeologico, sono i fatti a parlare: il mix di eccessivo consumo e impermeabilizzazione del suolo, scarsa cura e manutenzione dei fiumi negli ultimi anni ed infine cambiamenti climatici presenta il conto. Che è salato: un euro investito in prevenzione ne farebbe risparmiare 7 in ricostruzione ed emergenza. Ma ridurre le emissioni anche del solo 20%, cosa senz’altro fattibile, farebbe risparmiare alcuni miliardi di euro anche in spesa sanitaria, quanto e più di una finanziaria. Direi che non servono altre argomentazioni per agire”.

Fonte immagine in copertina: SulPanaro.net

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Una risposta a “Clima: l’apocalisse che non spaventa”

  1. Concordo con tutto qui detto,l`unico dubbio mi viene leggendo il Greenpeace Magazin tedesco il quale dice che la Germania sta costruendo 9 nuove centrali a carbone e altre 5 sono già previste. Mi chiedo come la Germania voglia rientrare nei suoi stessi obbiettivi con 14 centrali a carbone. Dubito che le costruiscano per poi richiuderle a breve.

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