Ci ho lavorato anch’io a “L’Unità”

Ci ho lavorato anch’io a “L’Unità”

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Ci ho lavorato anch’io a “L’Unità”. Corrispondente da Modena per pochi mesi, estate e autunno 2011. Facevo riferimento alla redazione bolognese di via del Giglio che aveva sede nella stessa palazzina del circolo Arci Pontelungo. La prima volta che ci misi piede ero un imberbe cronista di provincia alle prime armi che di lì a poco avrebbe ottenuto il tanto agognato tesserino da pubblicista. Dopo il viaggio in treno, l’arrivo in piazza Medaglie d’Oro e una bella scarpinata lungo via Emilia Ponente sotto il cocente sole estivo, sono arrivato a destinazione. Non è che mi sia rimasta impressa in mente un’immagine fotografica di quei momenti, ma ricordo distintamente il senso di polverosa decadenza che lo stabile trasmetteva, una sensazione paragonabile per certi versi all’“Emilia paranoica” dei Cccp. Al primo piano, l’ingresso del circolo Arci era chiuso con una pesante catena (“Al mercoledì ci fanno il liscio ed è pieno di gente”, mi spiegarono i colleghi), al secondo la redazione: una serie di piccoli uffici, scatoloni ovunque, la luce solare che filtrava attraverso le persiane, il caldo che calpestava l’assenza di impianti di condizionamento dell’aria. La paga non è malaccio: 22 euro ad articolo. La testata, già all’epoca, navigava in cattive acque: i ritardi nei pagamenti erano diventati la norma e i collaboratori, da quelli di lunga data a quelli freschi freschi, erano ovviamente l’ultima ruota del carro. Si andava dal consiglio comunale, al racconto della manifestazione del giorno della Cgil, dal reportage ai “Mondiali antirazzisti” di Castelfranco Emilia, per toccare tutte quelle tematiche di politica, lavoro e società care al centrosinistra.

Dopo un primo periodo di inevitabile luna di miele, in cui tu come giovine giornalista ti approcci con entusiasmo fanciullesco alla nuova avventura che ti è capitata per le mani, il morale si affievolisce lentamente come un pallone pizzicato da uno spillo. Il senso di interdizione si faceva palese una volta preso in mano il giornale: l’Unità era un quotidiano bolso, afflosciato su se stesso, estremamente difficile da sfogliare per i toni e i linguaggi adottati. La mia pagina modenese non faceva eccezione, tanto che arrivai a realizzare la convinzione che io stesso non avrei letto i miei articoli. Il lavoro continuò per diverse settimane, arrivò l’autunno il vigore estivo lasciò il campo a un progressivo intorpidimento che sfociò poi nella cessazione del rapporto di lavoro. Non fu una cosa traumatica e improvvisa, semplicemente con il tempo i contatti diminuirono fino ad azzerarsi, più o meno come due adolescenti che, dopo una cotta estiva, si perdono di vista. Qualche tempo dopo, sentii per caso un collega: “Purtroppo stanno tagliando i collaboratori più giovani”. Con diverse piccole rate, l’editore impiegò nove mesi a liquidarmi mille euro di compensi. Fine. In questi anni non avevo più ripensato a quel periodo della mia vita professionale, fino ad oggi, giorno in cui migliaia di persone si affannano a mostrarsi solidali e vicini a chi lavora per il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, quotidiano che cesserà le pubblicazioni dal primo di agosto. Più che il mercato, a condannare “L’Unità” è stato Charles Darwin: il quotidiano non ha saputo mostrare sufficienti capacità di adattamento alle trasformazioni dell’editoria e al rinnovarsi dei modi con cui rapportarsi al lettore, cosa che, con i dovuti distinguo, viene affrontata meglio dai diretti concorrenti (Ogni riferimento al Fatto Quotidiano è puramente voluto).

Il mio primo colloquio in via del Giglio si concluse con un bel gesto da parte di uno dei veterani della redazione bolognese che, a fronte dei miei problemi di orario con il treno, si offrì per accompagnarmi in moto in stazione. Queste tre righe hanno valenza zero nell’economia di questo articolo esattamente come i romanticismi dell’hashtag #iostoconlunita da parte di chi, probabilmente, non ne è neanche mai stato un fedele acquirente in edicola declinano facilmente di fronte alla dura realtà. I giornalisti possono evitare di andare con il cappello in mano dal Governo Renzi a mendicare non meglio precisate forme di aiuto, così come i pochi ultras rimasti: l’impresa editoriale deve fare utili, se il prodotto portato in edicola non ha quel minimo sindacale di qualità per cui il lettore è disposto ad aprire il portafogli, non c’è fondo pubblico per l’editoria che tenga. Se non c’è organizzazione, se non c’è un obiettivo a cui puntare, non si va da nessuna parte e, da parecchio ormai, l’Unità non sapeva dove andare.

diffusione_unitaGridano vendetta i numeri pubblicati da DataMediaHub in merito alla diffusione dei quotidiani in Italia nel 2012: stando alla rielaborazione dati fatta da Ads, l’Unità, che all’epoca poteva contare su una diffusione di 30.921 copie, vedeva quest’ultimo dato cannibalizzato dalla capitale con 8121 copie vendute. Solo briciole per il resto d’Italia: la soglia psicologica, se così vogliamo definirla, delle mille copie viene superata in poche province. Milano ne totalizza 2070, Firenze 1457 e le tre sorelle dell’Emilia rossa. Reggio, Modena e Bologna, rispettivamente, contavano 1243, 1205 e 2944 copie vendute. Se anche sotto la Ghirlandina viene meno quell’ancoraggio identitario che è sempre stato qualcosa di più del semplice vanto della testata, significa evidentemente che il sempre più eroso zoccolo duro della militanza già da tempo ha preferito informarsi sulle vicissitudini politiche con modalità che esulano dall’acquisto del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.

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Classe 1987. Giornalista, già collaboratore per la Gazzetta di Modena e responsabile di redazione di ModenaToday. Con una passione per il cibo e il buon vino, sta studiando per diventare sommelier. La domenica mattina è rintracciabile sui campi da softair dell'Appennino.

13 COMMENTI

  1. Caro Gabriele Casagrande, alcune precisazioni. Hai collaborato con l’Unità perchè ti è stata data una grande opportunità quando non eri nemmeno un pubblicista. Dopo esserti fatto la via Emilia a piedi hai chiesto in ginocchio di poter scrivere per l’Unità perché ti serviva per poter prendere il tesserino quando nessuno pubblicava uno sfigato delle tue dimensioni. Tu non hai lavorato a l’Unità, hai sostituito la giornalista che si occupava stabilmente della cronaca modenese perché era in ferie. In totale hai scritto 30 articoli in quattro mesi e non te ne sei andato, non ti è “passata la cotta”, è che si poteva fare benissimo a meno di te. Eri inessenziale. Come può esserlo, per un grande giornale che in Emilia Romagna ha sempre venduto tanto e tantissimo, un ragazzino alle prime armi che fino a quel momento aveva scritto giusto qualche pezzo per un quotidiano locale. Parlare oggi in questi termini delle persone e del luogo che ti hanno permesso di praticare la professione è misero e vomitevole. Sei un ingrato. E sei uno sciacallo perché approfitti della chiusura di un giornale per fare qualche visita in più su questo sito senza avere niente di degno da dire. I giornalisti – quella cosa che non sarai mai per dignità e passione – non hanno mendicato con il capello in mano al Governo Renzi. Hanno lavorato senza essere retribuiti per mesi e oggi si ritrovano disoccupati perché i soci che rappresentavano il Partito Democratico nel Cda della Nie hanno rifiutato di agevolare una soluzione che era a portata di mano, con editori disposti ad investire e scongiurare la chiusura. Per voler dare notizie di professione ti trovo molto male informato. Non credo tu abbia un grande futuro nel settore. E non certo a causa del “mercato”.

  2. Cara Giuliana Sias, evidentemente non è al corrente del mio curriculum. Ho iniziato a collaborare a “L’Unità” nell’estate del 2011, dopo due anni di gavetta presso la Nuova Gazzetta di Modena, quotidiano che mi ha permesso di accumulare articoli e compensi tali da potere espletare la burocrazia necessaria per ottenere il tesserino da pubblicista, raggiunto poi il settembre dello stesso anno, quando già da qualche mese avevo avviato un altro progetto giornalistico (il sito ModenaToday). Iniziata la collaborazione sotto forma di “sostituzione ferie”, la collega è ovviamente rientrata dalle vacanze e venne dirottata sugli affari regionali, per poi cominciare un sistema a rotazione sulla pagina provinciale fino alla cessazione della collaborazione. Ero inessenziale? No, di più, ero carne da cannone, così come lo sono stati tutti quei collaboratori che hanno impiegato mesi per vedersi riconosciuti i loro giusti compensi. Oltre alle evidenti inesattezze riportate nel suo commento, tale acredine totalmente gratuita non fa che confermare la liceità della mia opinione. L’Unità un grande quotidiano? In un lontano e remoto passato senz’altro, ma un giornale che non supera la soglia delle 70mila copie vendute dal 2001 e che fino a ieri l’altro vendeva a livello nazionale meno copie della Libertà di Piacenza è solo un progetto editoriale assolutamente insostenibile.

  3. Caro Gabriele Casagrande, leggo in un tuo vecchio blog che anche dell’esperienza alla Gazzetta di Modena conservi ricordi negativi. Capita così a quelli che non lasciano traccia del proprio passaggio, che scrivono per un giornale senza che nessuno se ne accorga: invece che fare i conti con i propri limiti ci si addentra in analisi da quattro soldi che tentano goffamente di sminuire le redazioni degli altri. Riguardo la carne da macello, ti sarebbe piaciuto essere almeno quello, carne da macello, ma invece, con trenta articoli scarsi sulle spalle, non puoi permetterti nemmeno di dire di aver fatto parte di quella storia, la storia dei collaboratori che avanzavano fino a undici mesi di arretrati. Posto che quella questione non aveva niente a che vedere con via del Giglio ma con le gestioni scellerate condotte da editori e amministratori delegati incapaci dei quali a quanto pare ignori l’esistenza. Riguardo quelli che definisci in maniera volgare ultras – ovvero i lettori ai quali chiunque faccia il nostro mestiere dovrebbe totale rispetto – e riguardo la soglia al di sotto della quale secondo te un quotidiano non ha diritto di esistere, hai poche lezioni da dare e molta strada da fare. Mi pare che tu per ora possa contare su un solo irriducibile, il Luccarini, e su collaborazioni con giornali a diffusione “familiare” che l’edicola non l’hanno mai vista nemmeno in cartolina.

  4. Io non sono un sostenitore. Sono un persona che ha notato un’arroganza, una supponenza ed una maleducazione tali, nel suo commento, che meritavano di essere messi in evidenza.

    Ma d’altronde si sa: l’Amore vince sempre sull’invidia e sull’odio.

  5. Cara Giuliana,

    “leggo in un tuo vecchio blog che anche dell’esperienza alla Gazzetta di Modena conservi ricordi negativi. Capita così a quelli che non lasciano traccia del proprio passaggio”

    Sbagliato. Capita così a chi ha spirito critico e riconosce che il panorama editoriale italiano è decadente, che la qualità dei giornali è risibile e la situazione con cui i lavoratori vengono sfruttati è oltraggiosa. Scrivi:

    “Hanno lavorato senza essere retribuiti per mesi e oggi si ritrovano disoccupati perché i soci che rappresentavano il Partito Democratico nel Cda della Nie hanno rifiutato di agevolare una soluzione che era a portata di mano, con editori disposti ad investire e scongiurare la chiusura.”

    Probabilmente tu eri una di quelli? Che lavorava gratis? Lavorare gratis è un ossimoro, non si lavora gratis, si pratica un hobby. Se anche tu sei parte di quella cricca, shame on you, perché insieme agli altri sei la causa di tutto questo, ti appelli ad un partito per salvare un giornale dimenticando che l’informazione non dovrebbe essere contaminata dai soldi della politica, anche se l’Unità è nata ai tempi come foglio di partito.

    Vergogna su di te e su quelli come te che lavorando gratis hanno drogato il mercato e offerto agli editori l’opportunità di sopravvivere quando la loro impresa non lo meritava. Siete voi la causa dell’accanimento terapeutico sul giornalismo italiano che ancora confonde le acque e fa credere a molti giovani che se lavorano duro ci sarà un futuro per loro.

  6. L’Unità non regge il mercato, l’Unità chiude. punto. Alla Sias le han tolto l’unico foglio dove poteva scriverci sopra e si incazza. e vabbè. caro Gabriele, beccati pure le lezioni di giornalismo da una che è nata nell’82. Tutta la mia piena solidarietà a chi li ha sfanculati rendendosi conto che erano una sola!

  7. Io trovo invece che l’articolo di Grabriele Casagrande abbia avuto una funzione importante: far emergere che nella redazione del “giornale fondato da Antonio Gramsci” ci sono professionisti che – con la disoccupazione giovanile quasi al 45% e il restante 55% precario e sfruttato – definisce “sfigato” un giovane che aspira a imparare la professione. “Sei venuto a chiedere in ginocchio”, “non hai lavorato, ha solo sostituto una persona in ferie”, “ingrato”, “non sei arrivato nemmeno a 11 mesi di arretrati (di pagamento immagino)”: se Antonio Gramsci leggesse il suo commento, penso che sarebbe il primo a non trovare utile e sensato tenere in vita l’Unita. Visto che lo scopo, a quanto leggo dalle reazioni scatenate dalla mancata reverenza di Casagrande alla versione romantica dei fatti, sarebbe più che altro quello di garantire a un gruppo di professionisti “affermati” di mantenere il proprio status quo.

  8. *Lou Del Bello io non ho mai lavorato gratis in vita mia, ho fatto invece una durissima – DURISSIMA – battaglia sindacale assieme ai miei colleghi grazie alla quale abbiamo recuperato tutti i crediti arretrati. Per la precisione come coordinamento dei precari de l’Unità siamo stati I PRIMI IN ITALIA A SCIOPERARE UNITAMENTE, METTERE ASSIEME 50 COLLABORATORI CON STORIE PROFESSIONALI MOLTO DIVERSE E DISTANTI TRA LORO E INCASSARE LA SOLIDARIETA’ DEGLI ASSUNTI CHE FECERO UNO SCIOPERO BIANCO IN SOLIDARIETA’ ALLA NOSTRA LOTTA. Pure tu, pur essendo una giornalista, vedo che hai un cattivo rapporto con l’informazione. Parli a sproposito di cose che non conosci e che è gravissimo che tu non conosca. Prendi appunti, quella che non ha visto mai i suoi soldi sei stata tu a Pubblico. *Cristiano Tinazzi, io non offro lezioni di giornalismo, avere rispetto di chi perde il proprio posto di lavoro, quale che sia, è una questione di umanità. Considerare che le persone che oggi sono disoccupate ti hanno dato un’opportunità quando nessuno te ne dava una ha a che vedere con l’onestà intellettuale di cui Casagrande è evidentemente sprovvisto. *Eva Ferri i professionisti che lavorano all’Unità e che hanno insegnato il mestiere a Casagrande si sono affermati consumando la suola delle proprie scarpe alla ricerca di notizie non insultando chi gli aveva offerto un posto di lavoro. *Federico Luccarini se questi sono i tuoi argomenti sarà di maggiore interesse per te affrontare il discorso coi forzisti.

  9. Giuliana, dal tono del suo (o forse tuo, a questo punto) commento ho dato per scontato che avesse (avessi) almeno 50 anni, con tutto che c’è chi a 50 anni pensa più pulito e forte di in ventenne. Mi è subito venuto in mente in sostanza uno di quei personaggi forbiti e arrivati che predicano bene e si sentono al di sopra di tutti gli altri, come i professori universitari. Che se gli tocchi le loro quote di potere, grandi o piccole che siano, diventano pazzi. E invece leggo che ha (o hai) la mia stessa età e che ha (o hai) fatto scienze politiche a Bologna nei miei stessi anni. Da un lato la cosa mi sembra meno peggio, ma dall’altro no; di sicuro mi sorprende. Comprendo la rabbia di veder sfumare i propri sforzi e le proprie aspettative. Ma non credo che la risposta sia riversare sugli altri la stessa presunzione obsoleta che ha generato il problema. Vale, dal mio punto di vista, un po’ per tutti noi che – tesserino o no, democratici o liberali – ci troviamo a trent’anni con dei cervelli d’acciaio e un pugno di mosche in mano.

  10. Senti, Oriana Fallaci, non è un problema di argomenti. Signori e Signore si nasce: se una persona non ha sensibilità e risponde offendendo con cotanto rancore dovrebbe farsi qualche domanda. Poi la battutina sui Forzisti: bhè, Parenzo, che dire, la signora lotta come una leonessa. <3

  11. I giornali si devono mantenere da soli. Io non voglio contribuire con le mie tasse al Fondo editoria, ne ora ne mai.

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