Cartolina da Gaza. Scene di ordinaria disumanità

Correva l’anno 2001 quando per la prima volta ho messo piede a Gaza. Lavoravo allora in Comune a Modena, come referente del coordinamento degli Enti Locali per la Pace, per conto di un’amministrazione lungimirante che condivideva con le associazioni cittadine per la pace percorsi di riflessione culturale, di formazione per gli studenti delle scuole e di cooperazione internazionale con paesi in via di sviluppo.
In quell’anno, a settembre, migliaia di italiani volarono in Israele con una mission impossible: tentare di avvicinare “dal basso”, tramite le comunità locali, le ragioni di due popoli divisi da sempre per il possesso di una terra sentita esclusivamente come propria. Da entrambi.

Era la vigilia dell’Intifada, del conflitto che covava sotto la cenere e che stava per esplodere alla luce del sole, che ha portato in questi anni migliaia di morti e all’innalzamento di un muro, non più solo culturale ma reale, di ben 700 chilometri in Cisgiordania, a sottolineare le distanze irrimediabili tra i due popoli.
Gaza era lì, ieri come oggi, con le sue frontiere blindate, la sua povertà. Un lembo di terra arsa dal sole e bagnata dal Mediterraneo, con 600mila palestinesi, metà dei quali in povertà assoluta, che vivevano e vivono reclusi, senza possibilità di spostarsi da un paese all’altro, di cercarsi un futuro migliore, in quella che in tanti ormai chiamano una grande prigione a cielo aperto.

Dal 2001 ad oggi nulla è cambiato: solo lutti, povertà, sangue, devastazioni.
Camminare per le vie di Gaza, come in tante città del Sud del mondo, significa incontrare tantissimi bambini, anche quelli che i missili “intelligenti” degli israeliani proprio non riescono ad evitare, perché sono ovunque.

Due popoli che pure hanno tra le proprie fila pacifisti, militari riservisti che disertano, intellettuali che richiamano i valori del dialogo e del confronto. Tutte voci che gridano fuori dal coro, che non fanno massa critica, che rimangono minoranze isolate incapaci di incidere sulle decisioni dei governi.
Ed oggi una guerra che fa vittime innocenti e che viene vista, dal premier israeliano, come la più giusta che si possa combattere, rappresenta l’aberrazione della ragione.
La tragedia nella tragedia è che questa enorme carneficina, proprio come i bombardamenti, le guerre e i massacri precedenti avrà risultati opposti rispetto agli obiettivi dichiarati dal governo israeliano, rafforzando tra i palestinesi la consapevolezza di essere vittime, e dunque il sentimento di profonda ingiustiza che alimenterà l’odio e la resistenza armata.

SCHEDA
In 16 giorni di guerra sono stati uccisi 34 israeliani (32 soldati e 2 civili) e 771 palestinesi.
Secondo le Nazioni Unite, il 74% delle vittime palestinesi sono civili.
I bambini uccisi sono almeno 150.
L’esercito israeliano ha ucciso più bambini palestinesi che militanti di Hamas.

(Immagine di copertina: photo credit: SonOfJordan via photopin cc).

Una risposta a “Cartolina da Gaza. Scene di ordinaria disumanità”

  1. L’Onu, che si fa passare i dati dei morti da hamas, come fa a distinguere i civili morti dai miliziani, dato che combattono senza indossare uniformi proprie di un esercito regolare? Perché non si parla di come il governo terroristico di hamas abbia ucciso in strada persone sospettate di essere collaboratori di israele? perché non si parla di come in due occasioni siano stati rinvenuti razzi di hamas dentro strutture onu? perché si tratta sempre e comunque di questo argomento a senso unico?

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