Carceri: oltre la pena, ci sono prevenzione e reinserimento

«Il  carcere di Modena ha avuto problemi importanti di sovraffollamento superando le 500 unità. Adesso è sulle 430, in più è stato aperto un nuovo padiglione che ha permesso una decompressione. Nel carcere di Castelfranco, invece, si contano un centinaio di detenuti, ma il problema è che si tratta di un luogo di pena “oltre la pena”. Ci stanno gli internati, che alla fine della pena devono scontare un’ulteriore misura di sicurezza per decisione del Magistrato. Sono persone con ben pochi sbocchi, gente avanti con l’età che quando esce, se esce, ha la fedina penale lunghissima. Questa misura viene revocata se si dimostra di avere casa e lavoro, quindi è un cane che si morde la coda. Molti scappano al primo permesso. Ma poi vengono ripresi e si ricomincia».

photo credit: ro_buk [I'm not there] via photopin cc
photo credit: ro_buk [I’m not there] via photopin cc

Sono le parole con cui Paola Cigarini, responsabile del Gruppo Carcere Città, traccia l’attuale situazione delle case circondariali di Modena e Castelfranco Emilia. Dal 1987 il Gruppo opera presso le stesse come servizio di volontariato, seguendo una linea d’azione precisa che vede un elemento di innovazione proprio nella concezione stessa del volontariato. «La parte assistenziale e la motivazione umanitaria sono importanti, ma i volontari devono essere cittadini che si pongono domande, cercano risposte e riportano la propria esperienza all’esterno. Non serve un buonismo da pacca sulla spalla, ma saper vedere le complessità del mondo di oggi. Lo scopo di Carcere Città è svegliare la società esterna nelle sue forme organizzate, smuovere le istituzioni, perché tutti devono fare la propria parte».

Tutti, anche il carcere stesso, che a sua volta «deve essere un servizio alla città, produrre legalità e diventare esso stesso legalità».

Per chi non incrocia questo mondo nel corso della vita, il carcere resta spesso un’entità lontana, fisicamente e mentalmente, sovrapposta all’immagine di qualche film d’azione e alle questioni di violenza e sovraffollamento che recentemente hanno risvegliato l’attenzione sul tema. D’altro canto, la tendenza a considerare il carcere separato dalla vita della città si rivela nei dettagli del quotidiano: nel caso di Modena un esempio è il collegamento autobus arrivato dopo dieci anni di lotte portate avanti dal Gruppo.

photo credit: Pensiero via photopin cc
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Eppure, se si parla di detenuti, si parla anche di famiglie e figli, di responsabilità e presa di coscienza, di un percorso da seguire per rientrare in una società che, talvolta, non si dimostra poi così pronta. Paola Cigarini riassume tutto in una sola, efficacissima frase: «mettere una persona dentro vuole dire risolvere i suoi problemi fuori». Rispetto al volontariato, dunque, ogni attività – ricreativa, assistenziale o di collegamento tra carcere e città – deve rientrare in un quadro più grande di miglioramento della persona e del sistema. Come? Prestando attenzione ai concetti di pena, prevenzione e reinserimento. E ricordando che ogni storia va letta nel proprio contesto.

«Bisogna capire come arrivare a una pena utile sia per le persone che la scontano, sia per la società. Poi c’è la prevenzione: andare a ritroso nelle storie dei detenuti e trovare le falle nei casi di socialità mancata. Sommando questo alle responsabilità individuali della persona si possono avere dei quadri più completi. Infine il reinserimento, che ha ancora molte falle e un alto tasso di recidiva. Chi esce conosce già una strada, ossia quella che l’ha portato lì. Si può voler cambiare, ma se non ci sono le alternative quella sarà nuovamente la strada più immediata da seguire – spiega Paola Cigarini e conclude -. Il volontariato, da parte sua, deve essere parte del trattamento per fare emergere dalle persone detenute l’idea della propria vita, delle proprie responsabilità, dei propri diritti e doveri».

Immagine di copertina: photo credit: Alex E. Proimos via photopin cc

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