Breviario urbano per cittadini del mondo

Per me Natale significa tornare a Modena.
Saremo in molti in molti nelle prossime due settimane ad affollare gli aeroporti e le stazioni per migrare verso casa  facilitati  da voli accessibili e confini facilmente valicabili.
Ognuno ha la sua storia. C’è chi torna da un semestre a Madrid e chi fa un PHD a Stoccolma, chi si è trasferito a Londra per un’offerta di lavoro vantaggiosa e chi lavora a Bruxelles.  C’è chi è partito per fare un’esperienza, chi perché non aveva niente da perdere. Per non parlare delle tante coppie miste che si sono formate in quest’andirivieni di generazioni Erasmus ed Europa post crisi.

mig1Ognuno ha moventi diversi, ma siamo tutti – in modo più o meno permanente – migranti. Privilegiati dalla facoltà di scegliere e di tornare a casa per Natale, ma pur sempre divisi tra il paese da cui veniamo e quello in cui abbiamo deciso di vivere.

Per questo ogni volta che rimpatrio per le Feste mi colpisce come tutti parlino d’immigrazione. Troppi la menzionano come se fosse una cosa che non li riguarda, molti la dipingono come una minaccia o la trasformano in una battaglia intellettuale da difendere strenuamente, ma sempre troppo pochi (per la maggior parte addetti ai lavori) ne parlano con cognizione di causa.

mig2Non si tratta di un argomento semplice da affrontare in un paese come l’Italia dove vengono scagliate banane e insulti all’ ex Ministro dell’integrazione e dove programmi quali Mare Nostrum e Triton di Frontex lavorano in costante condizione di emergenza. Ma proprio per questo vorrei porre l’accento, piuttosto che sui problemi macroscopici emersi in seguito ai recenti flussi migratori, sull’invisibilità  e sulla mancanza di riconoscimento sociale (se non addirittura istituzionale nel caso dei clandestini) attribuita ai migranti nel nostro paese.  Per farlo porto ad esempio quella che potrebbe essere definita una best practice made in Germany.

Arrivata a Berlino due anni fa, pur essendo europea tra europei, ho potuto toccare con mano alcune delle problematiche migratorie tra cui l’incomunicabilità dovuta a una lingua straniera, la difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro, per non parlare delle problematiche culturali e identitarie relazionate a stereotipi e sentimenti d’apparenza. Ed è proprio camminando per le strade di Berlino – alla fermata dell’autobus per l’esattezza – mi sono trovata per la prima volta faccia a faccia con le grafiche (o Pittogrammi) del collettivo MIGRANTAS.

Il passaggio da disegno a Pictogram: non sono una terrorista
Il passaggio da disegno a Pictogram: non sono una terrorista

Incontro Francesca La Vigna, italiana anche lei, per farle qualche domanda e saperne di più. Ci incontriamo in un caffè a Friedrichshain e di fronte a una cioccolata calda mi racconta della partecipazione al workshop di Migrantas tenutosi a Berlino, del suo contributo per l’allestimento della mostra finale nei locali della Rotes Rathaus (palazzo comunale) e dell’impegno che sta mettendo nel cercare di mettere in piedi una collaborazione tra il collettivo berlinese e associazioni italiane per esportare il progetto anche da noi.

mig4Ma facciamo un passo indietro, che cos’è Migrantas?
Come suggerisce il nome, Migrantas è un collettivo fondato dall’artista Marula Di Como e dalla grafica Florencia Young, entrambe argentine con origini italiane, che lavora a stretto contatto con donne, migranti anche loro. L’obiettivo del progetto è quello di rendere visibili nello spazio urbano le idee e i sentimenti di chi ha lasciato il proprio paese per vivere in un altro. Migrantas usa il linguaggio visivo per esplorare problematiche relative al percorso migratorio, al concetto di identità e di dialogo interculturale. I progetti portati avanti dal collettivo negli ultimi dieci anni hanno coinvolto scuole e municipalità in Germania e Europa. Far sì che i bambini comprendano la complessità alla base di una realtà multiculturale e facciano proprio uno sguardo libero da pregiudizi è senz’altro uno degli obiettivi di Migrantas.

Qual è il processo che è alla base di  questo progetto?
Tutto parte da un workshop in cui  donne migranti con diverse provenienze vengono portate a riflettere insieme su aspetti cruciali della loro esperienza migratoria. Dopo un lungo dialogo, durante il quale storie opinioni e impressioni sono raccontate a messe a confronto, si passa alla parte creativa in cui le idee vengono disegnate su carta. Durante questo processo capita spesso che emergano immagini ricorrenti che stanno ad indicare esperienze o percezioni condivise. Ed è a questo punto che il collettivo si mette all’opera per creare i Pictograms, condensando concetti complessi in un linguaggio visivo comprensibile a tutti.

mig5A cosa si deve il successo di quest’azione di guerrilla marketing?
A fronte dei diversi background culturali e linguistici delle migranti, chiunque si può riconoscere nelle rappresentazioni dei poster affissi per la strada o delle cartoline lasciate nei bar. I Pictograms sono uno strumento semplice, immediato e universale ma al contempo capace di trasmettere emozioni. Le grafiche di Migrantas usano i canali e gli strumenti dalla comunicazione pubblicitaria diventando un linguaggio visivo comune attraverso il quale l’esperienza migratoria si fa tangibile agli occhi dei passanti. I risultati sono due: da una parte viene restituita la visibilità a chi – in quanto straniero – rischia di essere escluso dal paesaggio urbano dominante, e dall’altra induce lo spettatore a un momento di autoriflessione raggiunto attraverso un intelligente gioco di specchi.

Fortunatamente Berlino fa parte di quelle metropoli internazionali, dove essere stranieri non significa (o non per forza) essere al margine dell’interazione urbana. Grazie a una sempre maggiore mobilità globale infatti, oltre che alla pressione fatta dalle molte comunità di rifugiati che rivendicano il loro diritto di permanere sul suolo tedesco, Berlino si sta trasformando velocemente preparandosi a diventare ciò che i sociologi chiamano una città “Super-Diverse”: dove la popolazione è caratterizzata da etnicità multiple, più paesi d’origine e diversi status migratori. Di fronte a tale complessità diventa fondamentale tanto per i “migranti” quanto – concedetemi il termine – per gli “indigeni” conoscere chi condivide con noi ogni giorno la città. Per fare questo il linguaggio visivo è senz’altro uno strumento efficace capace di raccontare storie che altrimenti resterebbero invisibili alla maggior parte della società, nascoste tra le pieghe dei flussi migratori.

Se stai leggendo questo articolo sicuramente migrazione e immigrazione sono argomenti di tuo interesse,  per questo ti chiedo e mi chiedo: quanti immigrati conosci davvero? Con quanti parli almeno una volta a settimana al di fuori dei rapporti lavorativi spesso legati a etichette quali *badante o *pachistano? Di quanti conosci la storia (da dove vengono, come e perché sono finiti a Modena)? Quante volte ti capita di frequentare i posti in cui i “non italiani” si riuniscono e quante volte invece ti capita di evitarli? Quanti dei tuoi giudizi sono dettati da stereotipi? E infine se, statistiche alla mano, Modena e l’Emilia Romagna ospitano così tanti stranieri perché risulta essere così difficile conoscersi o almeno incontrarsi?

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Concordo con Francesca. Sarebbe bello se questo progetto fosse esportato anche in Italia. Se nel nostro paese i migranti fossero coinvolti in progetti costruttivi, invece che essere oggetto ed esempio per una demagogia paritaria che troppo spesso li tratta come un’entità astratta e spersonalizzata. Se non mi credete ecco un esperimento: durante le feste uscite di casa e fate due passi per la vostra città. Mentre l’Italia si ferma per festeggiare in famiglia, noterete che alcuni negozi resteranno aperti, che per strada nonostante il freddo ci saranno più biciclette che macchine e che nelle piazze e nei parchi si formeranno capannelli di persone che festeggiano questo giorno in modo diverso da voi. Fateci caso perché finite le Feste il rischio è che loro tornino ad essere invisibili nel vostro paese. Ma non è detto che non succeda lo stesso a voi (o ai vostri figli) una volta rifatte le valige e ripreso l’aereo che vi (o li) porta da dove siete partiti. Lontano da casa, dove sarete voi ad essere i migranti con le vostre  storie da raccontare.

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