25 anni dopo, un muro di luci

Ogni volta che in questi 25 anni ho sentito la frase “cade il Muro di Berlino” ho pensato che l’utilizzo del verbo “cadere” fosse una scelta lessicale curiosa, attiva nella sua forma grammaticale, passiva nel significato e con quel tocco di impersonalità che basta a non distinguere più di tanto tra vincitori e vinti. Se ci si pensa bene, infatti, i muri non cadono da soli, quello poi, men che meno! Costruito a prova di evasione, sfondamento e scasso, come tutti i confini blindati di questo mondo, stava in piedi fiero come la patria e sordo come il cemento. Una linea usata per definire, delimitare, contenere e se necessario uccidere.

Foto Laura Ceglia

Alcuni muri crollano perché sono costruiti male, quando la terra trema o per l’incuria del tempo. Altri vengono demoliti, bombardati, rimossi o spostati. Il Muro di Berlino cade in tanti modi: abbandonato da chi lo doveva custodire e spazzato via da un vento di cambiamento, libertà e onde radio.  Senza la presenza dei mezzi di comunicazione infatti, forse la storia avrebbe preso un altro corso. Ma il 9 di novembre del 1989  radio e televisioni, dopo aver dato la notizia dell’apertura dei posti di blocco e portato migliaia di persone in strada, hanno documentato, trasmesso e celebrato quello che sarebbe diventato uno dei più grandi spettacoli mediatici del XX secolo: la caduta del Muro.

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Mentre a Berlino ci si abbracciava per  la strada, la Germania e il resto del mondo assisteva in diretta dal salotto di casa con non meno trepidazione all’evento. Grazie a quelle immagini il Muro cadeva nell’immaginario di tutti noi ancor prima di essere fisicamente rimosso dalle strade. Al resto ci hanno pensato le ruspe e il picconare di cittadini che, abbandonata la falce ed esaurita la rabbia a colpi di martello, iniziano a vendere pezzi di Muro ai turisti dando prova di un inaspettato spirito imprenditoriale. Ne consegue che oggi, se non consideriamo la colorata East-Side Gallery e i frammenti sparsi per la città e in giro per il mondo, il simbolo della Guerra Fredda non divide più Berlino, e la sua assenza ha da tempo lasciato spazio a una maggior coesione a livello urbanistico politico e sociale che si vede e si sente.

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Per questo chi torna a Berlino dopo qualche tempo rimane colpito dalla velocità con cui la città sia cambiata e cambi. Il panorama urbano è puntinato di gru colorate che si stagliano all’orizzonte e, dopo 25 anni, la città continua ad essere un vero e proprio cantiere a cielo aperto. È proprio questa nuova Berlino, dove la pianificazione saggia e lungimirante si mescola a gravi fenomeni di gentrificazione e ghettizzazione sociale, quella che diventa protagonista e palcoscenico del venticinquesimo anniversario della caduta del Muro attraverso un’istallazione che ha fatto molto parlare di sè. Ottomila palloncini, simili a lampioni hanno illuminato nei giorni scorsi il tracciato del Muro di Berlino creando un percorso luminoso di 15 km che taglia in due la città diventandone simbolo e arredo per il tempo di un fine settimana.

Questo progetto, brillante nella sua semplicità, fa dello spazio pubblico il luogo fisico della memoria e dell’immaginario collettivo all’interno del quale il Muro viene ricostruito, ripercorso, ricordato e riabbattuto.  Questa volta però non “cadrà”, nessuna pietra rotolerà al suolo, al loro posto gli ottomila palloncini sfideranno la forza di gravità e voleranno via contemporaneamente sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, per non tornare. Per chi non potesse assistere allo spettacolo, TV e Social Media ci assicureranno il privilegio di far parte di quella che diventerà nel tempo un tassello di memoria collettiva condivisa. (Foto di Laura Ceglia).

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