2084. Capisco come, ma non capisco perché

Immaginate se in un paese come il nostro, tutto a un tratto, non ci fossero più libri, scrittori, poeti, librerie, biblioteche e case editrici. Nemmeno fumetti e fumetterie. Pensate se all’improvviso sparissero tutte le opere d’arte da tutti i palazzi e i musei in cui sono conservate, e con esse anche i luoghi che le conservano. Nessuna mostra, nessuna galleria d’arte avrebbe più senso e così gli artisti di oggi: sparirebbero anche loro. Pensate alla recitazione, diventata di punto in bianco superflua. Niente più attori, siano essi di cinema o di teatro. E di conseguenza, niente più sale cinematografiche né teatri, ingombranti fossili d’archeologia industriale. Poi la musica: svaniti nel nulla tutti gli strumenti musicali, i più comuni e i più strani, e con loro anche chi li suona. E gli archivi pieni di filze polverose che custodiscono la nostra memoria? Dissolti irreversibilmente, in un batter d’occhio.

Finalmente ci siamo arrivati. È giusto così, d’altronde erano tutte cose superflue. Non si potevano mangiare. Non servivano a curare i mali del corpo. Non restituivano un guadagno immediato. Erano soltanto passatempi per ricchi fannulloni scansafatiche che pretendevano ci si nutrisse con la poesia e ci si guarisse con la pittura, che giocavano a fare gli attori e i musicisti, che si nascondevano dietro l’assurdo pretesto dell’estro creativo e della cultura umanistica. Nient’altro che sedicenti curatori d’anime, moderni ciarlatani.

Tutte le anticaglie del passato, poi, è giusto che restino nel passato; è quello il loro posto. Cosa ce ne saremmo fatti noi adesso, nel presente? Ingombravano le strade, impedivano il progresso. Tutti quei libri ammassati e quei documenti vecchi e stantii producevano solo polvere, occupavano spazio e facevano starnutire. E comunque, la storia che dicevano di rappresentare era troppo lunga, vecchia e noiosa per essere di qualche aiuto nel mondo di oggi, così dinamico e flessibile che il futuro è una sorpresa ogni giorno.

Adesso siamo un paese senza cinema, teatri e musei: passatempi anacronistici e superati, adatti a minoranze strane che se ne faranno una ragione. Siamo un paese senza più scrittori, artisti, attori e musicisti: imparassero una volta per tutte qual è il vero lavoro e andassero a timbrare un cartellino. E anche tutti quegli inutili intermediari, quella selva di umanisti e operatori culturali che hanno intasato le università, imparassero quali sono le cose che contano, quelle davvero difficili, quelle che servono.

Con pazienza e dedizione abbiamo eliminato tutto questo. Ce l’abbiamo fatta, finalmente. Ora è più facile. Anche se ci sentiamo disperatamente soli.

(Immagine in evidenza. photo credit: David Blackwell. via photopin cc)

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