2.491 metri di emozioni

Ci vuole fatica e passione. E’ così: cultura, arte, musica, letteratura… le apprezzi quando ti fanno sentire protagonista, ti chiedono di muoverti e di cambiare posizione. Lo scontrino fiscale al termine di un concerto, di un festival o di una rassegna è quello dove vengono elencate tutte le emozioni che hanno coinvolto anima e corpo. Noi ne abbiamo contate circa 2.500.

A una delle tappe dei “Suoni delle Dolomiti”, il festival che da vent’anni viene organizzato sulle più affascinanti cime del Trentino, ci siamo presentati con largo anticipo. Non c’era da acquistare il biglietto per il concerto e nemmeno da studiare il posto strategico per parcheggiare l’auto. Per arrivare al rifugio Tosa e Pedrotti, però, bisognava mettere in conto come minimo quattro ore di cammino con zaino in spalla (a meno che non si decida di “marciare” all’andatura del gestore del rifugio, Franz Nicolini – guida alpina, che ha concatenato le 82 vette di 4.000 metri delle Alpi in 60 giorni – che se la cava in meno di due ore). Ognuno dà il ritmo ai muscoli e alle proprie gambe, ma è il meteo che condiziona il tuo passo e il tuo umore durante la salita.

Gli artisti del concerto del 4 agosto tra le rocce del Brenta, sono tra i più accreditati a livello mondiale: Mario Brunello, Isabelle Faust e Danusha Waskiewicz. Anche loro si sono messi dalla parte del pubblico e come centina di appassionati di musica e di montagna, con violoncello, viola e violino in spalla hanno camminato lungo il sentiero 319 per la Val delle Seghe. «Uno scenario unico, bachiano» l’ha definito il famoso violoncellista, ospite fisso dei “Suoni delle Dolomiti”. Qui, a quota 2.491 metri, c’è «uno spazio da riempire» ha spiegato Brunello che ha interpretato con le colleghe le “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach. «In altri posti chiusi», nei teatri «è qualcosa che ritorna», ma in questo anfiteatro all’aperto, tra le rocce a un passo dal cielo, «qui bisogna solo dare».

Durante una chiacchierata dopo un’ora e mezza di musica, Brunello ci ha confidato che questi concerti in vetta sono la «dimostrazione che se il pubblico vuole veramente qualcosa la ottiene». Quattro ore di “scalata” e quasi altrettante per la discesa, pioggia a tratti, adattamento in rifugio, condivisione dei tempi e degli spazi con estranei, cellulare scarico… ne sono la prova.

Anche in città, nei teatri, la gente dovrebbe «farsi sentire e non solo essere succube di un palcoscenico o di una organizzazione»; deve «essere presente in prima persona, volere qualcosa e partecipare».

Descrivere un concerto o una mostra è un’impresa difficile e soggettiva. Raccontare un’emozione (anzi 2.491) è ancora più complicato del viverla.

(video e montaggio di: Cecilia Brandoli, Davide Lombardi, Paolo Tomassone)

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