Senza convincere, vincere non basta più

La volta precedente è stata colpa di un “cortocircuito”, poi è stato un “flop” e questa volta un “disastro”. Le primarie del Pd e di una buona parte del centrosinistra aprono un seria riflessione sull’utilità di tale strumento democratico e, soprattutto, interrogano sul contributo politico che esse consegnano al candidato vincente. Nel caso di quelle tenutesi domenica scorsa per il candidato alla presidenza della Regione, il modenese Stefano Bonaccini.

Tutti hanno delle risposte (più o meno preconfezionate) per cercare di giustificare il crollo dell’affluenza di domenica 28 settembre alle primarie (durante le quali hanno votato in circa 58 mila persone, su 75 mila iscritti al Pd) e tali analisi risultano essere in gran parte corrette: la campagna elettorale è stata troppo breve; nessun traino dalla politica nazionale; i giornali si sono disinteressati all’appuntamento; le vicende giudiziarie dei due (potenziali) candidati hanno allontanato ancora di più i cittadini. Tutti hanno una propria ragione e una propria giustificazione, ma tutti – ormai è tempo di ammetterlo – stentano a considerare le primarie come uno strumento democratico valido per tutte le stagioni.

Con il voto (o non-voto) di domenica scorsa anche il Pd ed i suoi dirigenti sembrano avere abdicato all’idea delle primarie come strumento utile in ogni circostanza e ad ogni condizione, se non altro perché esse non fanno ancora parte del dna del partito e, in alcuni casi, appaiono più tollerate che desiderate. Sembra aver ragione Arturo Parisi quando afferma che: ogni anno che passa queste si trasformano in “primarie preterintenzionali”. La gente, il popolo, l’elettore, anche quello meno affezionato alla politica, ha dimostrato di apprezzare lo strumento. A patto che sia chiaro l’obiettivo.

Lo ha fatto nel 2005 rafforzando la leadership di Romano Prodi (la sua candidatura a premier era scontata ancora prima di aprire i seggi). Con la vittoria di Prodi alle primarie di nove anni fa, è stata premiata la società civile vivace, quella con una maggiore disponibilità a prestare il proprio tempo gratuitamente per la causa pubblica (cf. analisi dell’Istituto Cattaneo del 27 ottobre 2005).

Lo ha confermato nelle primarie del 2012: una vera sfida tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. In quel caso hanno funzionato gli endorsement, la sfida tra candidati profilati diversamente (il nuovo contro l’usato-garantito), la possibilità di urlare contro la Casta o di rimanere ancorati ai contenuti.

In questo fine 2014, invece, le primarie emiliano-romagnole sono risultate decisamente sottotono perché svuotate di senso. Si è sottovalutata l’importanza dell’appuntamento elettorale e ciò che ne risulta è un candidato vincitore che non può godere pienamente di questa vittoria. Come dire: se Atene piange, Sparta non ride. Quello che il Pd consegna al candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna è un capitale politico criptico, un popolo da rimotivare, una rete di relazioni da riallacciare in un progetto sul presente (non solo sul futuro) possibilmente scevro di ogni forma automatica di retorica politica.

Lo spirito del cibo, cibo per lo spirito

Non è il calore del semplice piatto di pasta ricoperta da una slavina di ragù alla bolognese, non è la fragranza della pagnotta appena sfornata o della succulenza della fiorentina appena scottata. Il gusto è qualcosa di più, rappresenta storia e racconti, spiritualità. Il risultato di un incontro tra culture vecchie di secoli e duro lavoro di chi, con raziocinio e impegno, si è cimentato ai fornelli, sia esso uno chef stellato o la tipica madre di famiglia. Cercare di capire cosa ci sia oltre il sapore è stato l’obiettivo dell’incontro pubblico “Cibo, Filosofia e Spiritualità: gustare in tutti i sensi”. Incontro tenutosi sabato 27 settembre in centro storico nell’ambito delle iniziative in calendario per la manifestazione “Acetaie aperte 2014”. Approfonditi e variegati gli interventi degli ospiti interpellati da Federico Desimoni, Direttore del Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena: l’impressione generale è che questo dibattito fosse servito per testare e avere un’idea, in linea di massima, di come potere sviluppare un futuro festival della filosofia incentrato sul tema del gusto e dell’alimentazione.

Lo chef Carlo Alberto Borsarini, consigliere del Consorzio Modena a Tavola nonché titolare de “La Lumira” di Castelfranco Emilia, ha voluto affrontare in maniera concreta il tema dell’equilibrio: quanto spazio c’è per l’immaginazione e la programmazione nell’ambito della preparazione dei prodotti? «Al netto della poesia – ha sintetizzato – c’è il duro lavoro dell’artigiano. L’obiettivo dello chef è presentare un piatto equilibrato fra gusti e morbidi: quando si realizza questo bilanciamento, allora il piatto sta in piedi». Lo chef ha esaltato in particolar modo le doti dell’Aceto Balsamico Tradizionale, ingrediente fortemente indicato per esaltare le sensazioni olfattive che nella contingenza dell’attualità sono costrette a sgomitare per essere notate, sensazioni che per essere correttamente apprezzate richiedono pazienza, concentrazione e ricerca della lentezza da parte del commensale: «Purtroppo – ha osservato Borsarini – La frenesia dei tempi ci ha fatto perdere la buona pratica di annusare un piatto. Ciò è un peccato perché il naso si rivela un ottimo investigatore e sa svelare molto più di quanto possiamo immaginare».

Ritmato e coinvolgente è stato il dialogo tra Michelina Borsari e Tullio Grigory, colonne portanti del festival della filosofia. Incalzato dal direttore scientifico della celebre manifestazione geminiana, il filosofo ha snocciolato un ampio e variegato excursus storico-culturale sui legami tra cibo, alimentazioni e popolazioni antiche: «Il gusto – ha esordito Gregory – è un fatto culturale: gli uomini fanno molto più di nutrirsi, gli uomini si alimentano entro quadri culturali e valori simbolici». Se il fast-food non è in grado di approdare a un senso compiuto («Si tratta solo di un fatto nutrizionale»), il sedersi a tavola invece rappresenta “un fatto rituale” risultato dell’incontro di diverse civiltà: la vitis vinifera ha preso le mosse dall’Asia Minore per poi diffondersi in tutto il Mediterraneo caratterizzando la cultura greco-cristiana e semitica, i barbari che hanno invaso Roma hanno portato nuovi sistemi di allevamento allo stato brado introducendo l’utilizzo del lardo, gli arabi hanno reso di uso comune gli agrumi e la pasta, il Nuovo Mondo ha consentito l’approdo nel vecchio continente della patata e del pomodoro, «influenzando le civiltà e mutando i nostri gusti».

Forse è stato ingeneroso affidare le vesti di intermezzo al regista Piero Cannizzaro e a un breve estratto di 10 minuti del suo docu-film “Il cibo dell’anima”: per ovvie ragioni di tempo, non è stato possibile proiettare le due ore e quaranta di pellicola, ma il pubblico ha in ogni caso reagito positivamente a questo antipasto consistente in un viaggio delle comunità religiose presenti in Italia e del loro rapporto con il cibo e l’alimentazione. Davanti alla telecamera sono comparse la comunità ebraica di Roma, la comunità islamica di Torino, i buddisti di Pomaia (Pisa), i sikh di Novellara (Reggio Emilia), i valdesi della Val Pellice (Torino) e le monache Benedettine di Clausura di Monte San Martino (Macerata). Bastano poche immagini per capire come Cannizzaro sia riuscito a raccontare il profondo legame culturale e simbolico che unisce il cibo e l’uomo. Lo stesso regista, poi, si è riallacciato a quanto enunciato da Gregory sull’intreccio fra popoli e culture alimentari differenti: «L’italianissimo piatto di pasta – ha evidenziato – è il risultato dell’unione fra la pasta secca mediorientale e il pomodoro americano: il cibo è quindi l’incontro che dà vita a qualcosa di nuovo che acquisisce un’identità inedita. Senza la curiosità, la differenza e questo incontro, non ci sarebbe stato un grande simbolo dell’identità italiana».

Il padre gesuita Jean Paul Hernandez, Cappellano dell’Università Roma I “La Sapienza”, ha dato vita probabilmente all’intervento più alto di tutta la manifestazione presentando il mangiare come un esercizio spirituale partendo dalle parole di Sant’Ignazio da Loyola: «Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente». Partendo da questo assunto, Hernandez ha osservato come tale aforisma si possa applicare a tutti gli ambiti dell’umano e ha esaltato il “tempo di fare silenzio”, di di decantare e di permettere il “rivelarsi del gusto vero”. Secondo il sacerdote, «Mangiare è riconoscere la propria finitezza e che il vivere viene fuori da noi stessi». Che cosa è il mangiare con gusto? «È celebrare con gusto. Dimmi come mangi e ti dirò chi sei e come ti rapporti con la tua natura umana». Non solo: «Chi fa da mangiare, compite un atto d’amore». A sostegno di questa tesi, il padre gesuita ricorda l’impegno e la dedizione con cui le madri cucinano il pasto per il proprio marito o per la prole, pensando agli ingredienti, alla preparazione e ai gusti dei commensali.

Immagine di copertina: photo credit: Edsel L via photopin cc

Occulta compensatio

Luca Cordero di Montezemolo viene liquidato dalla Ferrari (perché non vinceva più) con un premio di 27 milioni di euro. L’ex giocatore juventino Antonio Conte è diventato il nuovo CT della nazionale italiana, verrà pagato 4 mila euro all’anno netti più i bonus (altri 2 mila) senza aver vinto ancora campionati. Caro Luca e Antonio ma dove li andrete a spendere tutti questi milioni? Case, macchine, barche, donne e cene. Investimenti esteri? Non avrete tante vite da spenderli tutti. Mario Balotelli (mal sopportato dal Milan) è stato venduto al Liverpool per 22 milioni di euro. 6 milioni lo stipendio annuale. E così il buon Giovanni Floris, gente di sinistra, che è passato alla rete 7 per 150 mila euro al mese, perchè dalla RAI ne prendeva solo la metà. Ha già…dimezzato gli ascolti. Giocatori, attori, cantanti, idoli di giovani e di ragazze. Manager, deputati, consiglieri regionali. Ma anche dirigenti nostrani delle cosiddette cooperative. Avvocati e consulenti dai pareri milionari.

I dipendenti del parlamento sono entrati in agitazione (appoggiati dai sindacati) perché si proponeva di tagliare stipendi di 20 mila euro a mese, (il barbiere 5000). E poi pensioni e liquidazioni d’oro. Da non toccare. Ma noi, dicono, facciamo lavori di alta qualificazione e pesante responsabilità. Non vogliamo qui parlare di mafia, evasioni, tangenti ecc. Ma di stipendi cosiddetti legali.

Fare un figlio non è un lavoro di responsabilità? Eppure le leggi attuali di lavoro non prevedono premi di produzioni o indennità, anzi spesso le donne perdono il lavoro e non hanno l’assegno di maternità.
Sembrava che dopo le denunce di Rizzo e Stella nel libro “La casta” il pudore spingesse questi superfortunati a decurtarsi autonomamente gli stipendi, per un contributo di solidarietà che creasse posti di lavoro per i giovani (come in verità è stato fatto in rarissimi casi). E questi sono chiamati presidenti, onorevoli, eccellenze, dottori.

A fronte di situazioni di povertà, di sofferenza, di disoccupazione drammatica, vengono in mente parole come irresponsabili, ladri, delinquenti, vergogna.
I politici dimostrano una connivenza smaccata, non intervengono a evitare che girino per le nostre strade simili mostri esibenti una impudica e offensiva ricchezza. Interverrà la coscienza, la disperazione o la delinquenza. Non è la prima volta nella storia.

Nei testi di morale è prevista l’ “occulta compensatio”. Cioè. Se un dipendente ritiene di non ricevere il dovuto compenso per il suo lavoro può appropriarsi (di nascosto ovviamente) di beni del suo padrone. Oppure come dice San Tommaso nella Summa Theologiae (1250), “In extrema necessitate omnia sunt communia id est communicanda” (vedi anche Gaudium et spes 69), tradotto: nell’estrema necessità i beni ritornano ad essere di tutti. Cioè i poveri hanno il diritto di appropriarsene. ‘Occupazione delle terre’ ed ‘esproprio proletario’ venivano chiamati da movimenti rivoluzionari.

Ville, auto di lusso, monili , barche, oggetti d’arte, ma anche supermercati e banche. Chi si appropria chi ruba, sottrae o rapina non sono ormai solo delinquenti. Sono anche i disperati che non hanno più nulla da temere.
Il contrappasso di tanta ingiusta ricchezza esibita, è il terrore nel quale vivono questi danarosi ladri fuori dalle galere.

Beppe Manni 

LETTURE CONSIGLIATE

copE’ uscito in questi giorni in Italia, edito da Bompiani, il saggio che sta facendo parlare di sé in tutto il mondo: Il capitale nel XXI secolo” dell’economista Thomas Piketty, volume che riporta al centro del dibattito il tema delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito. A riguardo, scrive Francesco Saraceno su Il Mulino: “Piketty mostra che il rendimento del capitale è storicamente stato nell’ordine del 4-5%, mentre il tasso di crescita si situava tra l’1,5% e il 2%. (…) Il cinquantennio 1920-1970 rappresenta effettivamente un’eccezione, con tassi di crescita più elevati e superiori al rendimento del capitale. La spiegazione per questo periodo «anomalo» risiede secondo Piketty nell’operare congiunto di due guerre, che hanno provocato distruzione di capitale fisico, e di una crisi economica senza precedenti, quella del 1929, che ha fatto volare in fumo patrimoni spesso vecchi di secoli. Questo ha spezzato l’interazione tra accumulazione del capitale e rendimento descritta sopra, «azzerando i contatori» e consentendo una riduzione significativa della diseguaglianza accompagnata da forte crescita e da convergenza economica tra i differenti paesi; in altre parole, un’età d’oro dell’economia mondiale. Ma a partire dal 1970 le due curve si incrociano di nuovo, e i tassi di rendimento del capitale ridiventano più elevati del tasso di crescita; siamo rientrati in una fase storica in cui la trasmissione ereditaria è più efficace del lavoro per produrre ricchezza. La conclusione di Piketty è quindi tetra, una sorta di catastrofismo della ragione: il recente aumento delle diseguaglianze, che tra le altre cose ha portato alla crisi del 2007, non è un’anomalia, ma un ritorno alla norma. L’eccezione è il cinquantennio d’oro 1920-1970”.

lottaclasseDa segnalare anche quello che ormai è diventato un classico, La lotta di classe dopo la lotta di classe” di Luciano Gallino. La caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che possiamo definire genericamente i vincitori sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. Dagli anni Ottanta, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. Questo è il mondo del lavoro nel XXI secolo, così è cambiata la fisionomia delle classi sociali, queste sono le norme e le leggi volute dalla classe dominante per rafforzare la propria posizione e difendere i propri interessi. (…) Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, marcata redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, politiche di austerità che minano alla base il modello sociale europeo

APPROFONDIMENTI

Tre anni fa, con il movimento globale denominato Occupy Wall Street o degli “Indignados”, la protesta di piazza contro la crescita esponenziale delle diseguaglianze sembrava essere tornata strumento di azione politica. Manifestazioni si tenevano in tutto il mondo. Il video delle Officine Tolau qui sotto racconta la grande manifestazione romana dell’ottobre 2011. A distanza di pochi anni, quei fermenti sembrano essere del tutto spenti.

Quei morti sul lavoro di cui nessuno si accorge

Non se ne parla spesso, e quando si pensa agli infortuni sul lavoro non è proprio il primo degli incidenti che vengono in mente. Eppure in Italia il ribaltamento del trattore è una delle principali cause di feriti e morti durante il lavoro. C’è chi parla addirittura di “strage dei trattori”.

Dati recenti dicono che solo nei primi sei mesi del 2014 ci sono stati 195 incidenti con trattori agricoli che hanno causato 119 feriti e ben 94 morti. I dati di questo primo semestre segnalano un aumento del 13,4% rispetto all’anno precedente.

Per capire l’importanza di questi numeri, basti pensare che nello stesso periodo le vittime di incidenti automobilistici sull’intera rete autostradale sono state 120. Nei campi, a causa degli incidenti con trattori, 94.

L’Emilia-Romagna, assieme alla Lombardia, è la regione con il maggior numero di incidenti (26 solo nei primi sei mesi dell’anno). Alcuni esempi recenti tratti dai titoli dei quotidiani locali:

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La maggioranza degli incidenti avviene all’aperto, fuori strada, ovvero nei campi, e nella maggior parte dei casi riguardano il conducente del trattore. Ma il dato veramente significativo è quello sull’età: nel 44% dei casi la persona coinvolta aveva più di 65 anni. A lavorare nei campi infatti sono molto spesso le persone anziane, proprietarie del terreno, che non vogliono assumere personale e che preferiscono portare avanti la propria attività da soli, spesso sopravvalutando le proprie capacità e sottovalutando i rischi.

Una tendenza già nota e probabilmente in crescita, dato che nell’anno precedente la percentuale di over 65 coinvolti in incidenti con trattori era del 38,2%.

C’è poi il problema del rinnovo dei mezzi. L’età infatti può essere un problema anche per il veicolo: una delle cause principali di incidente è il temuto ribaltamento, frequente nei modelli vecchi di trattori. Nel 2014 si segnala un calo delle immatricolazioni dei trattori, il che significa che i mezzi invecchiano e non vengono rinnovati, con tutte le conseguenze sulla sicurezza.

Il ribaltamento spesso è causato da distrazione o dalla pendenza eccessiva del terreno che non consente di agire in sicurezza: il mezzo perde aderenza e si ribalta schiacciando il conducente.

Oltre alla regolare manutenzione, e alla eventuale sostituzione in caso di modelli troppo vecchi, le normative vigenti obbligano all’utilizzo di cinture di sicurezza e un telaio ROPS o roll-bar antiribaltamento. Viste le statistiche drammatiche, sarebbe ora che qualcuno si occupasse di farle rispettare rigorosamente.

Quei bravi ragazzi

Giovanissimi, età media sui vent’anni, hanno deciso che per combattere la mafia, ormai radicata più che infiltrata in Emilia, poteva andar bene anche un giornalino scolastico. E così si sono messi a fare inchieste e reportage che possono far invidia ai giornali “seri”, quelli realizzati “dai grandi”. Si chiama Cortocircuito il loro giornale nato nel 2009 a Reggio. Inizialmente solo su carta, poi diffuso anche via web. Così come dalla parola scritta sono passati a utilizzare la telecamera creando una vera e propria web tv, premiata nel 2013 dall’Università di Bologna come migliore tv online di denuncia col “Teletopo”, l’oscar delle web-tv italiane.

«L’idea è nata dalla costatazione che i media ufficiali spesso faticavano ad approfondire quei temi che invece noi percepivamo come importanti per la nostra città», ha spiegato al Corriere della Sera Elia Minari, 21 anni, coordinatore della web tv «e quindi abbiamo pensato che ci fosse bisogno di una corretta informazione dal basso». Detto, fatto. Anche troppo. La loro video inchiesta “La ‘Ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana”, presentata in anteprima lo scorso 18 settembre a Casalgrande (Reggio Emilia), ha fatto il botto.

I ragazzi di Cortocircuito
I ragazzi di Cortocircuito

E ha fatto finire nei guai Marcello Coffrini, sindaco Pd di Brescello (il paese dei leggendari Peppone e Don Camillo raccontati da Guareschi), che, a domanda diretta dei ragazzi di Cortocircuito sulla presenza mafiosa in paese, ha risposto: «La criminalità organizzata a Brescello non esiste: è un leitmotiv». Lo stesso Coffrini ha poi descritto Francesco Grande Aracri – imprenditore edile residente a Brescello, condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso a cui sono stati sequestrati tre milioni di euro – come un uomo composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello.

Mentre magistrati e forze dell’ordine sostengono che le mafie siano particolarmente radicate a Brescello, i cittadini seduti al bar, intervistati dal collettivo, tengono la testa china sul giornale e non proferiscono verbo. Gli esercenti commerciali tacciono, hanno paura. Il non vedo, non sento, non parlo siciliani e calabresi sono anche reggiani.

Uno dei pochi che risponde, frequentatore del Caffè Peppone, per anni gestito dalla famiglia Grande Aracri, se la ride esclamando che la ‘Ndrangheta è una cosa giusta perché dà da lavorare alla gente.

Secondo lei è giusto fare lavorare in un cantiere pubblico un’azienda che non ha il certificato antimafia?
Il sindaco di Montecchio Paolo Colli in merito ai lavori alla scuola media del paese, affidati a una ditta della provincia di Caserta priva della certificazione antimafia, si limita a dire che il comune ha optato per l’offerta economicamente più vantaggiosa. “Non ho capito, scusa”. Colli annaspa e prende tempo per districarsi nell’intervista, arrivando addirittura a negare i palesi ritardi del cantiere.

Dati ufficiali rivelano che a Reggio Emilia ci sono 10.867 appartamenti vuoti. Prima della crisi erano 7.000. “Sono numeri enormi – denuncia un imprenditore emiliano intervistato in anonimo dal collettivo – Come fa un’impresa edile a costruire senza aver venduto gli appartamenti edificati prima? Forse c’è chi ha bisogno di riciclare denaro di provenienza illecita?”.

Come rivela l’inchiesta di Cortocircuito, negli ultimi tre anni le prefetture di Modena e Reggio Emilia hanno bloccato oltre 50 aziende in odore di mafia, tra queste alcune sono emiliane doc: il terreno emiliano è fertile e ben disposto ad accogliere le radici della ‘Ndrangheta.

La nostra Regione “è considerata terra di conquista: in molte zone dell’Emilia Romagna le infiltrazioni criminali – facilitate anche dai mafiosi mandati con le proprie famiglie in soggiorno obbligato, e ben radicati nel tessuto sociale delle zone di confino – hanno ormai raggiunto livelli di colonizzazione. Con il trascorrere del tempo le mafie si sono spartite il territorio” si legge nel Rapporto Mafia Emilia-Romagna 2014. “In Regione vi è anche un consistente numero di beni confiscati alle mafie. Come si rileva dal sito www.benisequestraticonfiscati.it dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, i beni confiscati presenti nelle Province della Regione sono 112 (rispetto ai 109 del 2012, un bene in gestione in più a Bologna, Modena e Rimini)”.

Giornalisti competenti, coraggiosi e indipendenti i ragazzi di Cortocircuito – come il “nostro” Giovanni Tizian, il cui caso è ormai, purtroppo, noto a tutti – Una mezz’ora da vedere, capire e diffondere.

Se l’Omino coi baffi è una gloria dimenticata di Modena

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Sì, sì sì… sembra facile fare una storia coi disegni animati. Ci vogliono un soggetto e una sceneggiatura, proprio come nei film o negli spettacoli teatrali. Ma non si tratta proprio di un film o di uno spettacolo, no, no… infatti ci vuole uno storyboard per tradurre in immagini la nostra storia. A questo punto bisogna cominciare a disegnare, disegnare e disegnare. Sembra facile, ma se la nostra storia va in tv occorrono 25 disegni per ogni secondo di animazione e questo vuol dire che se la nostra storia dura 5 minuti ci servono 7500 disegni. Che poi vanno inchiostrati, animati, montati e passati in post-produzione, dove vengono aggiunte le voci già registrate e le musiche.

E non basta avere un pezzo di carta e una matita, no no no. Ci vogliono anche buona tecnica, fantasia e spirito imprenditoriale. A Modena questi elementi non mancano e la città ha avuto un ruolo determinante nella storia del disegno animato italiano. Si può dire che sia parte integrante del suo genius loci assieme al maiale, ai motori e all’aceto balsamico. Ma, contrariamente agli altri tre casi, non tutti a Modena lo sanno.

Proprio per questo la Galleria D406 di Via Cardinal Morone ha inaugurato durante il Festival Filosofia la mostraDa Carosello a Supergulp!, aperta fino al 2 novembre e volta a mostrare per la prima volta al pubblico disegni, schizzi, bozze e rodovetri originali provenienti dall’avventura modenese del disegno animato. “Con questa mostra abbiamo voluto riportare in città un’esperienza troppo a lungo dimenticata – spiega Andrea Losavio, proprietario della galleria -. Si tratta di uno dei momenti più alti della creatività artistica italiana. Creativo, oggi, è un termine abusato, ma queste persone lo erano per davvero.”

GLI STUDI DI ANIMAZIONE, VECCHIE GLORIE DI MODENA

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Nel secondo dopoguerra il disegno animato italiano trova sbocco soprattutto nella pubblicità e, nella Modena degli anni ’70, vediamo la compresenza di ben tre studi di animazione. Capofila è la Paul-Film, fondata nel 1954 da Paul Campani: 16 anni di attività e altri 7 sotto diverso nome, con punte di quasi novanta dipendenti e ospiti illustri tra cui Louis Armstrong che qui registrò alcuni jingle nel 1968. Alla Paul-Film si deve l’invenzione di innumerevoli personaggi animati per Carosello, espressione di una nuova concezione della pubblicità dove le storie dei protagonisti risultavano centrali rispetto al “codino” della réclame finale. L’Omino coi baffi, Angelino, Toto e Tata, Miguel son mi e Svanitella sono solo alcuni dei soggetti usciti dalla penna di Campani, che amava definirsi “commerciante di disegni” piuttosto che “artista”.

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Poi ci sono gli studi che hanno portato “i fumetti in tv” realizzando animazioni per i programmi “Gulp!” (1972) e “SuperGulp!” (1977-1981), ossia lo Studio Bignardi, aperto da Secondo Bignardi nel 1965, la Cartoncine di Renato Berselli fondata sempre negli anni ’60 e la PlayVision, aperta nei primi anni ’70 da Guido de Maria: classe ’32, è l’unico erede ancora vivente di questa avventura, tuttora in pista con le animazioni delle pubblicità Loaker. Infine, una citazione speciale spetta alla figura poliedrica di Bonvi, collante fra i tre studi, “papà” di personaggi quali Nick Carter, Cattivik e Sturmtruppen, nonché maestro di Silver dalla cui penna sono nati Lupo Alberto e la Fattoria McKenzie.

UN’OCCASIONE (MANCATA?) DI VALORIZZAZIONE
Ma c’è un problema. La città, nelle sue istituzioni, non si è mai dimostrata seriamente interessata a valorizzare questa fetta di storia recente della città, che comunque ha a che fare con la storia del costume dell’intero paese. “C’è stata una mostra su Paul Campani nel 2007 a cura di Stefano Bulgarelli: una cosa importante, ma è rimasta isolata. Poi è stato inaugurato il Bonvi Parken, ma non basta. Non stiamo parlando di una meteora, bensì di un’esperienza trentennale e un mondo assolutamente modenese – spiega Andrea Losavio -. C’è una quantità di materiale che non è mai stato studiato nella sua completezza. Solo lo Studio Bignardi ha conservato centinaia di migliaia di disegni, è un patrimonio ineguagliabile che andrebbe studiato, conservato, valorizzato, che meriterebbe uno spazio adeguato, un museo dinamico. I personaggi animati usciti da questi studi sono emblemi del territorio, come il Cavallino”.

La valorizzazione, infatti, sarebbe sia culturale sia turistica, poiché il disegno animato è una forma espressiva che ha ammiratori in tutto il mondo. Losavio rivela che nessun esponente dell’Assessorato alla Cultura di Modena è stato presente all’inaugurazione della mostra durante i giorni del Festival, eppure l’affluenza cittadina c’è stata – “assieme a qualche lacrimuccia di alcune signore che lavoravano negli studi” – e la stampa ne ha parlato a livello nazionale.

Pensare a investimenti oculati, fare sistema, ottimizzare gli spazi vuoti, realizzare sinergie tra pubblico e privato, “sembra facile”, direbbe l’Omino coi baffi, ma forse il peccato originale è il puntuale disinteresse verso i profeti in patria. “Ci sono realtà cittadine che acquistano in cultura guardando a luoghi lontani e ignorando quanto si ha in casa propria – conclude infatti Losavio -. Non è mai troppo tardi per lanciare una sfida e una proposta: la città non può farsi scippare da altri luoghi questa occasione.”

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Moviole per la realizzazione dei filmati di animazione. Una cortesia della Galleria D406 e di  Fabio e Giacomo Bignardi.

Ascesa e caduta della Paul Film. Fonte: Converso.

Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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orizzonte

 

La droga della solitudine

Eroina. Solo a sentire la parola si prova una sensazione di retrò, di anni 90, di una cosa vecchia e superata. Ma non è così. “L’eroina c’è ancora” spiega il dott. Claudio Ferretti, responsabile del Sert di Modena. “È diventato un fenomeno meno visibile: ci sono meno siringhe in giro e gli eroinomani sono pochi, l’epidemia degli anni 80/90 è passata. Ma il consumo è stabile ormai da molti anni: non aumenta, non diminuisce”.

In provincia di Modena si calcola che i consumatori di eroina siano circa 800. Un numero che coincide con quelli in cura al Sert: “C’è una forte coincidenza tra le stime dei consumatori di eroina e i dati effettivi di chi è in cura. Per altre droghe c’è maggiore differenza: ad esempio per la cannabis si stimano 30mila consumatori in provincia di Modena ma al Sert ci sono solo 300 persone in cura per dipendenza da cannabis. Per l’eroina è molto diverso e la distanza tra le due cifre è praticamente inesistente. Significa che praticamente tutti vanno verso la dipendenza”.

La dipendenza è inevitabile

È questa una delle caratteristiche terribili dell’eroina: non si può essere un consumatore occasionale: “È una droga che arpiona la persona e la porta dentro la dipendenza. Esiste solo quello. È la droga dell’isolamento sociale, non a caso i tossicodipendenti stanno sempre qua sotto tra di loro: costruiscono un loro mondo, si autoescludono”. La dipendenza è così forte anche se l’eroina viene assunta fumandola, nonostante molte persone – soprattutto i più giovani – siano convinti del contrario.

Il Sert di Modena nel 2013 ha preso in carico 436 tossicodipendenti. Di questi 308 erano consumatori di eroina: 199 la utilizzavano per via endovenosa, ovvero siringhe, mentre gli altri sniffandola o inalandola.

Quest’ultimo metodo è ormai il più diffuso tra i giovani. Si mette l’eroina sopra la carta stagnola, con un accendino si passa la fiamma sotto la carta che scioglie la sostanza e si fumano i vapori. In questo modo è possibile usare piccole quantità di droga e risparmiare, anche perché si tratta di un sottoprodotto più economico.

“Una dose costa tra i 10 e i 15 euro” spiega il dottor Ferretti. “Questo permette l’aggancio tra i giovani. Inoltre gli spacciatori la promuovono come modalità meno pericolosa rispetto alla siringa, e la conseguenza è che in qualche mese questi ragazzi sviluppato una forte tossicodipendenza. Passano dall’uso occasionale all’uso quotidiano anche ripetuto. Ci si può fare 2 o 3 dosi al giorno”.

Perché le siringhe sono diminuite?

Negli anni 90 era molto frequente trovare siringhe per strada o nei parchi pubblici. Tutti i giovani cresciuti negli anni 90 hanno ancora nelle orecchie l’eco della mamma che ripete “attento alle siringhe!”. Oggi può capitare ancora di trovarne, ma meno rispetto al passato. La diffusione di modalità di assunzione diverse da quella endovenosa ha fatto sì che le siringhe siano diminuite, mentre non è raro trovare sotto una panchina qualche pezzo di carta stagnola, anche se il cittadino comune probabilmente non ne immagina la provenienza.

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A Modena, a partire dai primi anni 90, sono state installati i distributori scambia-siringhe, macchinari costruiti a Spilamberto che consentono a chiunque di inserire una siringa usata e in cambio ottenerne una nuova. Questa era una delle misure – tuttora in funzione, in città ce ne sono due – introdotte nel periodo nero dell’Aids per limitare lo scambio di siringhe e diminuire quelle abbandonate nelle strade. Esistono inoltre il servizio dell’Hera di raccolta siringhe e il servizio quotidiano degli operatori dell’unità di strada che, fra le altre attività di prevenzione e sostegno, distribuiscono siringhe nuove ogni giorno.

Chi è il consumatore di eroina

Nell’immaginario collettivo l’eroina è associata alla vita di strada, un po’ come se l’eroinomane fosse in origine un disadattato che finalmente approda alla sua droga ideale, quella a cui era predestinato. In realtà quasi sempre avviene il contrario: si diventa disadattati perché ci si fa di eroina. Nella maggior parte dei casi si tratta di gente qualunque. “Ci sono lavoratori, studenti, persone con figli” spiega Ferretti. “Spesso sono studenti 20enni che a volte interrompono la scuola, qualcuno viene da famiglie a rischio, ma la maggioranza sono persone normali”.

Heroin_96712000_217845c1Una delle conseguenze più problematiche della dipendenza da eroina è l’assoluto isolamento sociale. Alcol, cocaina o altre droghe sono più socialmente accettate e in parte tollerate. L’eroina no. L’eroinomane è per definizione un reietto. E l’esclusione sociale, in alcuni casi, diventa definitiva. L’alcolista, ad esempio, può essere perdonato più volte, aiutato, sostenuto, perdonato. All’eroinomane questo accade molto più difficilmente. Nessuno si fida di un eroinomane.

A Modena il più giovane dipendente dall’eroina assistito al Sert ha 17 anni.”Viene da una famiglia di tossicodipendenti. I giovanissimi di solito vengono da famiglie a rischio, ma non sono molti, nella maggior parte dei casi la fascia d’età di chi inizia la dipendenza è quella dei 20-25 anni”.

L’Italia è al quinto posto in Europa per l’utilizzo di eroina tra i studenti 16enni secondo i dati citati nella relazione annuale sull’Uso di sostanze stupefacenti e tossicodipendenze in Italia del Dipartimento Politiche Antidroga.

I tempi per uscire dalla dipendenza

Degli eroinomani assistiti al Sert il 60% guarisce nel giro di qualche anno.

Uscire dalla dipendenza da eroina è difficile ma possibile: “Se la consideriamo come una malattia, diciamo che ha una durata complessiva tra i 7 e i 10 anni compreso il percorso di cura” spiega Ferretti. “Noi quello che facciamo qua è raffreddare la condizione di dipendenza. Passano da 2 o 3 dosi al giorno a una a settimana, una al mese, fino a zero. Ma è molto difficile: il superamento definitivo della dipendenza richiede molto tempo”.

Paradossalmente la dipendenza fisica, quella che apparentemente può fare più paura, si supera con più facilità grazie ai farmaci sostitutivi. Il problema però è la dipendenza mentale. “Arriva una sorta di nostalgia, di richiamo della droga. Noi abbiamo persone anche in là con gli anni, stabili, lavorano, hanno famiglia, eppure non si può dire che siano del tutto fuori dalla dipendenza. Ad esempio continuano a prendere i farmaci anche dopo molti anni”.

Chi si rivolge al Sert di solito lo fa semplicemente perché non riesce più a procurarsi la droga. “Diciamo che tutti hanno un limite. Nessuno viene qua e dice: rinuncio all’eroina perché non mi piace” continua il responsabile del Sert. “Vengono qua perché finiscono i soldi. C’è chi fa rapine, chi si vende tutto, chi ruba in casa, ma tutti prima o poi arrivano a un limite. E allora vengono qua. Se riuscissero a procurarsi i soldi continuerebbero a comprarla”.

Carcerati ed eroina

eroina siringaAnche per questo motivo capita spesso che gli eroinomani finiscano in carcere. Ci si vende tutto, si fanno debiti, si perdono parenti e amici, in molti casi ci si prostituisce, ma a un certo punto non resta altra strada che rubare. Per il tossicodipendente che va in carcere il percorso di guarigione è decisamente in salita. Ma c’è una conseguenza di cui si parla poco: capita spesso che l’ex tossicodipendente che esce dal carcere in seguito muoia di overdose. Perché?

“A volte è difficile capire se si tratta di suicidio o di overdose, questo in generale con l’eroina” racconta Ferretti. “Ma col carcere la guarigione è molto più complicata. È come mettere una persona in congelatore: mentre sei in carcere magari smetti di drogarti, scali il metadone, ma quando esci sei molto a rischio. Di colpo devono affrontare la vita normale, guadagnare, mantenersi. C’è chi esce e cerca subito l’eroina, solo che il fisico non è più abituato, non conoscono bene il mercato e magari la droga è cambiata, e allora muoiono di overdose”.

La vita normale fa schifo

Quello che gli eroinomani provano è una vita completamente diversa da quella che possiamo definire “una vita normale”.

Assaporano una realtà senza dolore, dove tutto ciò che è esterno non esiste più. Si vive con indifferenza, il proprio mondo interiore diventa l’unico mondo possibile e la droga detta il ritmo dell’esistenza. “Si prende una dose, si sta bene per due ore, in seguito c’è una situazione di equilibrio, poi però si sta male, arrivano i sudori e i tremori, e allora ci vuole un’altra dose. In questo modo la vita assume un ritmo diverso, del tutto indipendente dagli impegni di lavoro, dalla famiglia, perfino dal giorno e dalla notte. L’eroina costruisce il tempo, la giornata, e tutto si basa sulla presenza o meno dell’eroina nel sangue. Il resto non esiste”.

Dopo aver provato per un po’ di tempo un’esistenza del genere, tornare alla vita di tutti i giorni sembra impossibile. Una vita a volte faticosa, noiosa, dolorosa, fatta di responsabilità, impegni, frustrazioni, obblighi, delusioni. Una sensazione che può provare chiunque di noi. Ma chi assume eroina la prova moltiplicata dieci, cento, mille volte. “La realtà sembra sbiadita” spiega Ferretti. “Tutto il resto non conta più, emozioni, affetti, tutto diventa inutile al confronto. La vita senza l’eroina sembra impossibile. Noi quindi li aiutiamo a fare un percorso in cui arrivino a immaginare semplicemente una vita normale”. Una cosa non facile, per nessuno.


Inizialmente in Italia l’eroina si è diffusa nella borghesia intellettuale, negli ambienti artistici e nelle aree politiche che si opponevano al capitalismo. Come si può osservare in questa discussione ideologica sull’eroina al festival di Parco Lambro (Milano) del 1976: “L’eroinomane è un potenziale compagno” “Non hanno niente di rivoluzionario da dare” “L’eroina è tagliata fuori dal movimento popolare”. Paradossalmente l’eroina in seguito diventò decisamente popolare, diffondendosi anche nelle classi sociali più disagiate.

La breve vita del trapano

Un trapano costa in media 100€ e, da quando viene acquistato, viene utilizzato mediamente dai sei ai tredici minuti. Una famiglia che vive in cohousing può risparmiare in un anno 5.500 euro e 3.000 ore di tempo. Sembrano dati scollegati tra loro, in realtà portano entrambi ad una considerazione importante, soprattutto in tempi di crisi: condividere premia e paga. Di questo ho parlato con Silvia Sitton, giovane modenese studiosa di modelli abitativi community-oriented e appassionata di innovazione sociale nonché autrice del blog Irughegia.

«Cohousing è prima di tutto una parola molto di moda e per questo troppo spesso usata impropriamente – mi spiega Silvia -. Abitare collettivo è una definizione sicuramente meno cool ma che, senza fraintendimenti comunitaristi, racchiude quelle esperienze abitative che vogliono recuperare la dimensione sociale del vivere del passato, quella di famiglia allargata. Spesso oggi si vive in una realtà atomizzata, diffidente alle relazioni e ostile alla mutualità. Ho provato questo per la prima volta quando sono andata a vivere da sola e poi, in misura maggiore, una volta diventata mamma: tra lavoro e famiglia la vita si complica e, per come è strutturata, diventa sempre più individuale».

mydalSul suo blog Silvia scrive: “La sociologa premio Nobel Alva Myrdal già nel 1932 metteva in luce l’irrazionalità delle residenze isolate ‘dove venti donne preparano le loro polpette in venti piccole cucine mentre venti bambini giocano soli nelle loro camerette’ gridando i benefici di un modello alternativo di abitare collaborativo, che prevede la condivisione di spazi, tempo, impegno, risorse, attrezzature, valori, energie, nell’assoluto rispetto della privacy e dell’autonomia individuale”.

«Alla base di queste idee – mi spiega Silvia-  c’è il lusso democratico: le famiglie si uniscono in primo luogo per necessità e non per un ideale. E poi perché insieme possono ottenere cose che da soli non potrebbero permettersi, risparmiando contemporaneamente tempo e denaro. In più in queste esperienze c’è spesso anche una spinta verso un nuovo modello di welfare, autogestito e di comunità, capace di offrire sevizi alla collettività (ad esempio l’accoglienza famiglie in difficoltà, una piccola biblioteca o uno spazio ricreativo per bambini). Questa nuova idea di welfare non andrebbe a sostituirsi ai servizi già presenti ma si inserirebbe al loro interno, con un risparmio anche da parte delle amministrazioni locali. Un esempio: far risiedere una mamma con il suo bimbo in un appartamento sociale destinato a famiglie con fragilità genitoriali costa al Comune circa 150€ al giorno. La stessa soluzione, se prevista in una realtà di cohousing e concordata tra amministrazione e cohouser, costerebbe invece al pubblico circa 400€ al mese, quelli dell’affitto dell’appartamento, e permetterebbe alla donna di vivere in maggiore autonomia dai servizi sociali, in comunità accogliente con altre sue pari».

Fonte immagine: http://www.fotovoltaicosulweb.it/
Fonte immagine: http://www.fotovoltaicosulweb.it/

Compresa la portata innovativa e di forte convenienza economica di questi modelli abitativi le amministrazioni locali dovrebbero, secondo Silvia, mettere a disposizione in primo luogo immobili non utilizzati (e, solo quando non disponibili, terreni) e offrirli alle famiglie a condizioni vantaggiose in cambio dello sviluppo, da parte loro, di progetti di abitare collettivo. Le famiglie, infatti, oltre a costruirsi la loro casa, dovrebbero garantire la presenza di ambienti comuni aperti alla collettività e prevedere forme di fruizione pubblica.

«Un buon progetto di cohousing – continua – deve essere innanzitutto sperimentale, cioè deve essere nuovo e avere il coraggio di andare al di là degli schemi. Per non trasformarsi in qualcosa di elitario e rispondere a reali esigenze abitative è indispensabile abbia costi e tempi sostenibili. Infine deve essere facile da capire e in qualche modo istituzionalizzato, per essere replicabile su vasta scala». Anche a Modena qualcosa si sta muovendo. Un anno e mezzo fa il Comune ha infatti aperto un bando per la realizzazione di una palazzina in un’area confinante con il parco di via Divisione Acqui da destinarsi a cohousing, vinto, dopo una storia tormentata, dalla cooperativa Modena Casa e dall’associazione Coabitat, fondata da Silvia e altre famiglie. Il progetto prevede la realizzazione di una palazzina costruita in classe energetica B composta di 16 appartamenti, due dei quali saranno a disposizione dell’amministrazione comunale. 276 metri dell’edificio saranno destinati ad aree comuni come un piccolo deposito per il Gas (Gruppi di acquisto solidale), una sala polivalente condominiale, la ciclo officina, uno spazio pensato appositamente per bambini e un ambiente destinato alla musica. Spesso i bisogni delle famiglie e la loro volontà di sperimentare nuovi modelli abitativi si scontrano con i tempi lunghi, la burocrazia e la poca voglia di osare da parte degli enti locali.

 

Così è successo anche alle famiglie di Itaca, la prima realtà di cohousing modenese, alle quali ci sono voluti dieci anni di costanza per vedere realizzato il loro progetto. «Itaca è un condominio di 12 appartamenti in via Faenza – mi racconta Silvia -, autocostruito dalle famiglie seguendo i principi della bioarchitettura e ponendo attenzione al riuso e riciclo dei materiali, con diversi spazi comuni. Itaca è anche una cooperativa a proprietà indivisa che è riuscita ad ottenere dal Comune il terreno in diritto di superficie su cui costruire le case. Nonostante questo le difficoltà sono state tantissime e il progetto ha visto la luce solo dopo dieci anni».

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Fonte immagine: http://irughegia.wordpress.com/

«La nuova frontiera dell’abitare – conclude Silvia, che sta facendo un dottorato in Sharing Economy e nuovi modelli dell’abitare – è quella che riesce a integrare la parte di costruzione di una casa con quella di gestione sociale degli abitanti, passando dalla logica dell’edilizia popolare (‘ti dò un tetto’) o di mercato (‘scegli il tetto che più ti piace’) ad una logica che mette al centro la persona e le sue esigenze, non solo abitative (‘attraverso la casa ti do degli strumenti’). In italiano esiste una sola parola per definire la casa. In inglese invece ce ne sono due: si utilizza house per indicare l’edificio e home per fare riferimento alla parte emozionale e sociale dell’abitare, alla casa come luogo-identità. In quest’ottica anche in Italia l’housing dovrebbe essere trattato come un verbo, non come un sostantivo, come un processo più che un prodotto».

(Fonte immagine di copertina: Ordine Ingegneri Pistoia).

Tonnellate di lamiera in dolce attesa

Dice una bella battuta dell’economista Kenneth E. Boulding che chiunque crede in una crescita infinita “è un pazzo, oppure un economista”.

Quando si parla di crisi dell’automobile viene fuori sempre la stessa espressione: sovracapacità produttiva. Significa che le industrie di tutto il mondo sono in grado di produrre un numero enorme di automobili ma il mercato riesce ad assorbirne solo una parte. Di fronte a questa realtà la considerazione di noi comuni mortali è che forse si costruiscono troppe automobili, mentre quella di economisti e amministratori delegati è che forse non se ne vendono abbastanza. Il punto è che gli impianti vengono progettati per livelli produttivi irraggiungibili e di conseguenza vengono sottoutilizzati. Ad esempio, nel 2009, su 94 milioni di vetture costruite in un anno, ben 40 milioni erano in più, cioè destinate a non essere assorbite dal mercato.

Se in quell’anno non avete comprato una macchina sentitevi in colpa: Marchionne ha fumato troppe sigarette anche a causa vostra.

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San Polo di Torrile, Parma

I dati che testimoniano la sovracapacità produttiva nel mercato dell’auto capitarono al momento giusto quando, qualche tempo fa, iniziarono a girare online delle fotografie di enormi piazzali con decine di migliaia di automobili nuove. Secondo i titoli e le didascalie un po’ enfatiche che accompagnavano le foto si trattava di macchine rimaste invendute a causa della crisi economica e lasciate a deteriorarsi in depositi dalle dimensioni impressionanti. Si parlava di cimitero delle auto. Il messaggio che gli autori dei titoli e delle didascalie volevano far passare era che la crisi economica veniva sottovalutata e che quelle immagini ne dimostravano le reali proporzioni: si producevano milioni di auto che nessuno comprava, VERGOGNA!!!!11!.

Non era esattamente così. Si trattava di un classico caso di fotografie troppo belle per essere vere, e infatti la realtà era un po’ più complicata. Erano sì auto, erano sì depositi enormi, ed erano sì auto non vendute. Ma nella maggior parte dei casi si trattava semplicemente di vetture in attesa di essere spostate nelle concessionarie. La differenza tra “non ancora vendute” e “invendute” esiste e la dimostrazione è che questi depositi sono pieni di auto anche in periodi in cui il mercato segna più. Le foto documentavano un semplice passaggio del normale processo di fabbricazione in cui le auto vengono stoccate (che vuol dire appunto “sistemare la merce in un magazzino come scorta”) per poi essere spostate dove arriva la domanda di acquisto. Così, una volta confutato il messaggio di quelle didascalie un po’ troppo allarmistiche, la delusione era inevitabile: era una bufala.

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Porto di Salerno, auto terminal

Ma a pensarci bene la verità di quelle fotografie andava oltre la realtà che mostravano.

In un certo senso quelle foto erano vere. Forse non erano esattamente quello che dicevano di essere – venivano mischiate anche immagini di periodi molto lontani fra loro – ma guardandole si intuiva una verità molto più profonda e allarmante di quella che gli enfatici titolisti volevano farci credere. Il fatto che tutte quelle decine di migliaia di auto sarebbero, prima o poi, passate da “non ancora vendute” a “vendute” e quindi finite nei concessionari e poi nelle nostre strade, non le rendeva di certo meno impressionanti. Anzi. Chiunque di noi, a parte i più smaliziati che non si impressionano mai, guardandole ha pensato la stessa cosa: ma quante cazzo di automobili si producono nel mondo?

La risposta è: moltissime.

Anche i dati più recenti danno il mercato dell’auto in crescita in Europa. Nei 28 paesi europei più Islanda, Norvegia e Svizzera, nei primi 8 mesi del 2014 sono state vendute 8.636.00 automobili. Cioè il 5,8% in più rispetto all’anno precedente (in Italia +3,5%). Buona notizia? Non per forza. A inizio estate l’amministratore delegato Fiat e Chrysler Sergio Marchionne dichiarava: “Il settore auto in Europa è ancora caratterizzato da una forte sovracapacità produttiva. Se non si risolve il problema sarà inevitabile un’altra crisi nei prossimi 4/5 anni”. Cioè ancora una volta ci saranno troppe automobili e non abbastanza persone che le acquistano, e quindi o gli impianti dovranno produrre meno – e licenziare – o si produrranno troppe auto rispetto alla domanda. E’ per questo che esiste una crisi dell’auto praticamente eterna: si punta a numeri irraggiungibili, e pur vendendone tantissime, non se ne vendono abbastanza.

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Carimate (CO)

Come ci ricordava Kenneth E. Boulding la crescita infinita non è possibile, anche solo per i limiti sul piano fisico. Lo spazio sulla Terra a un certo punto finirebbe e non ci sarebbe più posto per altre automobili, anche costruendo tunnel sotterranei o accatastando le auto una sopra l’altra. Si potrebbe forse iniziare a bruciare le auto già esistenti per fare subito spazio a quelle nuove, ma la cosa, oltre ad essere assurda, comporterebbe un aumento esponenziale dell’inquinamento prodotto dalle automobili, già abbastanza alto. Il problema per cui rimane senza soluzione.

Le foto che pubblichiamo in questa pagina rappresentano i più grandi punti di movimentazione di automobili in Italia.

Secondo i dati dell’Aci in Italia nel 2013 c’erano quasi 37 milioni di automobili (solo auto, quindi senza contare autobus, autocarri, moto, ecc.). Molte di queste sono passate da questi enormi enormi depositi, spesso costruiti all’interno dei porti industriali, dove le vetture sostano in attesa di essere spostate e vendute.

Visti dall’altezza della strada non fanno grande impressione: in sostanza sono dei grossi parcheggi del tutto simili a quelli di alcuni grandi centri commerciali. A parte per le capacità: il più grande, il Faldo di Livorno, riesce ad accogliere in un anno 130mila automobili, provenienti soprattutto dall’oriente (Corea, India, Giappone). Insomma, moltissime. Nei primi tre mesi del 2014 solo in quel deposito sono sbarcate 100mila vetture. Altri enormi depositi di auto sono quelli di Chignolo, Torrile e Castiglione delle Stiviere, più quelli dei porti industriali più grossi, come quelli di Gioia Tauro o Salerno.

Ma se guardiamo dall’alto le cose cambiano. Basta salire un po’, giusto ad altezza satellite, per restare a bocca aperta, come di fronte a una cattedrale che appare immensa e inquietante solo se la si osserva da un certo punto. Di fronte a queste immagini, ognuno è libero di vedere ciò che vuole a seconda della propria fede economica: chi ci vede il futuro radioso della crescita infinita sognata dalla moderna società di produzione, chi invece l’apocalisse figlia della degenerazione del consumo di massa ed evitabile solo con forme più o meno estreme di neoluddismo. Ma per tutti, guardando questi piccoli rettangoli dall’alto, la domanda è una: dove le mettiamo?

Gallery: i più grandi depositi auto in Italia