Il meme diventa beneficenza: il caso delle secchiate d’acqua per la Sla

Se gli alieni arrivassero sul nostro pianeta e decidessero di capire qualcosa di noi attraverso i social network, in questi giorni si troverebbero di fronte a migliaia di persone che si rovesciano un secchio d’acqua in testa e poi invitano gli amici a fare altrettanto. Un comportamento senza dubbio difficile da decifrare. Eppure l’Ice Bucket Challenge un senso ce l’ha.

L’idea iniziale del gioco era raccogliere una sfida: o donare entro 24 ore cento dollari alla Als association – l’organizzazione americana che sostiene la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica – oppure, in alternativa, gettarsi addosso un secchio d’acqua ghiacciata e riprendersi in video, per poi nominare altre persone. Ora il gioco è leggermente cambiato: lo fanno soprattutto i vip, e oltre alla secchiata d’acqua fanno anche la donazione, e sfidano altri loro amici vip a fare la stessa cosa. Nelle ultime ore abbiamo visto le secchiate di Renzi, Valentino Rossi, Celentano, George W. Bush, Eminem, Rihanna e il sindaco di Formigine Maria Costi.

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Come tutte le campagne di marketing, benefiche e non, l’iniziativa è discussa, e come per tutte le campagne di marketing la risposta di chi la difende è “l’importante è che funzioni”. E in effetti funzionare funziona: le donazioni alla Asl Association sono quadruplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e si sono superati i 30 milioni di dollari. Questo negli USA. In Italia l’Aisla (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) nei primi giorni ha raccolto 35mila euro, ora invece si sono superati i 200mila. In più, dicono i sostenitori, l’effetto positivo è che si parla della Sla, anche se questo è vero solo in parte. Alcuni argomenti infatti non vengono toccati…

È innegabile però che il meccanismo virale funzioni: sfrutta la vanità di chi partecipa, oltre il gusto e il divertimento di fare qualcosa di stupido. Il gioco infatti esisteva già, in una sua forma goliardica e insensata in cui ci si lanciava secchiate d’acque senza motivo, se non quello di condividerlo su Facebook.  L’idea della Asl association è stata di dirottare questa energia goliardica e narcisistica verso un obiettivo sensato, ovvero la beneficenza: “Fate gli scemi ma almeno donate dei soldi”, questo potrebbe essere lo slogan.

Una tecnica che potrebbe rivoluzionare anche il mondo della beneficenza: non più inventare da zero campagne virali – spesso destinate al fallimento – ma sfruttare quelle già avviate per canalizzare la massa verso l’obiettivo scelto. Anche perché è difficile dire di no: se è per beneficenza tutti dicono di sì, o quasi. Ci sono anche dei rifiuti tanto ovvi quanto eccellenti, come quello di Obama (che però ha fatto la donazione), ma anche quello di papa Francesco, che su Twitter ha fatto riferimenti alla “generosità nascosta” dei cristiani. Ovvero si fa ma non si dice.

Finora l’esecuzione migliore di questo bizzarro atto di beneficenza è probabilmente quella dell’attore Patrick Stewart, il capitano Picard di Star Trek. Nel video possiamo vederlo mentre in assoluto silenzio firma un assegno, prende il ghiaccio dal secchio e invece di gettarselo in testa lo mette in un bicchiere con del whisky, per ricordare due cose: che le donazioni sono la parte più importante del gioco e che il ghiaccio si può usare in modi più intelligenti.

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Sito dell’Aisla – Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (è possibile fare le donazioni)

Sito dell’Associazione Luca Coscioni 

Cartolina da Gaza. Scene di ordinaria disumanità

Correva l’anno 2001 quando per la prima volta ho messo piede a Gaza. Lavoravo allora in Comune a Modena, come referente del coordinamento degli Enti Locali per la Pace, per conto di un’amministrazione lungimirante che condivideva con le associazioni cittadine per la pace percorsi di riflessione culturale, di formazione per gli studenti delle scuole e di cooperazione internazionale con paesi in via di sviluppo.
In quell’anno, a settembre, migliaia di italiani volarono in Israele con una mission impossible: tentare di avvicinare “dal basso”, tramite le comunità locali, le ragioni di due popoli divisi da sempre per il possesso di una terra sentita esclusivamente come propria. Da entrambi.

Era la vigilia dell’Intifada, del conflitto che covava sotto la cenere e che stava per esplodere alla luce del sole, che ha portato in questi anni migliaia di morti e all’innalzamento di un muro, non più solo culturale ma reale, di ben 700 chilometri in Cisgiordania, a sottolineare le distanze irrimediabili tra i due popoli.
Gaza era lì, ieri come oggi, con le sue frontiere blindate, la sua povertà. Un lembo di terra arsa dal sole e bagnata dal Mediterraneo, con 600mila palestinesi, metà dei quali in povertà assoluta, che vivevano e vivono reclusi, senza possibilità di spostarsi da un paese all’altro, di cercarsi un futuro migliore, in quella che in tanti ormai chiamano una grande prigione a cielo aperto.

Dal 2001 ad oggi nulla è cambiato: solo lutti, povertà, sangue, devastazioni.
Camminare per le vie di Gaza, come in tante città del Sud del mondo, significa incontrare tantissimi bambini, anche quelli che i missili “intelligenti” degli israeliani proprio non riescono ad evitare, perché sono ovunque.

Due popoli che pure hanno tra le proprie fila pacifisti, militari riservisti che disertano, intellettuali che richiamano i valori del dialogo e del confronto. Tutte voci che gridano fuori dal coro, che non fanno massa critica, che rimangono minoranze isolate incapaci di incidere sulle decisioni dei governi.
Ed oggi una guerra che fa vittime innocenti e che viene vista, dal premier israeliano, come la più giusta che si possa combattere, rappresenta l’aberrazione della ragione.
La tragedia nella tragedia è che questa enorme carneficina, proprio come i bombardamenti, le guerre e i massacri precedenti avrà risultati opposti rispetto agli obiettivi dichiarati dal governo israeliano, rafforzando tra i palestinesi la consapevolezza di essere vittime, e dunque il sentimento di profonda ingiustiza che alimenterà l’odio e la resistenza armata.

SCHEDA
In 16 giorni di guerra sono stati uccisi 34 israeliani (32 soldati e 2 civili) e 771 palestinesi.
Secondo le Nazioni Unite, il 74% delle vittime palestinesi sono civili.
I bambini uccisi sono almeno 150.
L’esercito israeliano ha ucciso più bambini palestinesi che militanti di Hamas.

(Immagine di copertina: photo credit: SonOfJordan via photopin cc).

Le balene non restino sedute

Non sono molto ferrato in materia, conosco dei cavalli che lo sono più di me.
(da “Le balene restino sedute” di Alessandro Bergonzoni)

 Fonte immagine: livescience.com
Il salvataggio delle balene a Barrow. Fonte immagine: livescience.com

C’è un evento che ha fatto la storia dell’informazione di cui qui in Italia forse in pochi si ricordano. Nell’ottobre 1988 un eschimese scoprì tre balene grigie intrappolate dal ghiaccio nei pressi di Barrow, un villaggio di 3000 abitanti all’estremo nord dell’Alaska, nella contea di North Slope. Contea che all’epoca vantava un piccolo studio televisivo (collegato a un satellite, Aurora I), mantenuto dai contribuenti stessi.  La piccola tv locale cominciò a trasmettere le immagini delle balene intrappolate sul satellite il cui segnale era visibile anche a Seattle dove avevano propri uffici the Big Three, i tre principali network americani (CBS, NBC, ABC). I quali, facilitati anche dalla copertura fornita dalla tv di North Slope, decisero di “lanciare” la notizia. Quel che ne seguì ha fatto storia. Arrivarono sul posto – mica il campetto dietro casa, ma una landa desolata 515 chilometri a nord del circolo polare artico – 26 reti televisive. Gorbaciov e Reagan si interessarono personalmente al caso e per salvare le balene misero in moto la marina americana e quella sovietica, per un costo totale dell’operazione di quasi 6 milioni di dollari.

«Il caso delle balene – commenta Fabrizio Tonello nel suo breve saggio “Il giornalismo americano” (Carocci) – fu la prima dimostrazione che, non solo “nulla accade” se non ci sono le telecamere ma che, dove ci sono le telecamere, qualsiasi cosa accada è una notizia». Tonello qui parla di televisione, ma l’assioma vale per qualsiasi altro media (la televisione semmai resta ancora oggi il maggior “amplificatore”): una notizia è vera, nel senso che accade, nella misura in cui viene raccontata. Altrimenti, semplicemente non è. Niente di nuovo, in fondo. «Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco» fa dire Orson Welles a Charles F. Kane, protagonista del suo capolavoro del 1941 “Quarto potere”.

La rivoluzione di Internet però, e ancor di più quella specie di reti nella rete che sono i social network (Facebook in primis, Twitter in seconda battuta) stanno brutalmente radicalizzando questo scenario. Oggi, scrive nel suo interessante editoriale “Come i social network sono diventati un potente strumento di distrazione di massa” Germano Milite, “l’informazione esiste solo se viene condivisa“.

«L’utente medio si è disabituato a ricercare i contenuti o a navigare sui portali e sempre più spesso diviene un inconsapevole soggetto passivo che si accorge di accadimenti e notizie importanti se e solo se compaiono sulla sua newsfeed di Facebook, diventano trend topics su Twitter ecc. E lo spazio che occupano certi “fenomeni virali”, come ad esempio la notizia divenuta poi tormentone della “farfallina” della Pausini, è spazio non solo virtuale ma proprio temporale che viene tolto alla lettura ed alla condivisione di altre informazioni ben più importanti. E sì perché, il tempo che milioni di utenti perdono per commentare (inutilmente) determinati accadimenti e nell’esprimere la propria (non necessaria) opinione su determinate vicende, viene inesorabilmente tolto ad altre attività».

Gli italiani che si informano su Internet sono ormai quasi 30 milioni. Ottima notizia se questi milioni di persone usassero Internet per quel che è: una enorme miniera di dati/informazioni che molto spesso permette di rifarsi direttamente alle fonti, confrontare opinioni differenti su uno stesso tema, approfondire ogni genere di argomento (anche se la facilità di accesso a fonti diverse non sempre si coniuga con altrettanta capacità di saper distinguere tra le stesse, cioè “separare il grano dal loglio”). Ma purtroppo, come evidenzia Milite, così non è. Anzi.

Alla crisi dell’informazione (giornali che chiudono, continua perdita di lettori, un’informazione sempre più fast food come se la nostra capacità di attenzione non andasse oltre i due minuti) i media stanno rispondendo con una sempre più decisa virata verso l’infotainment (informazione + intrattenimento rigorosamente mischiati), fenomeno nato negli anni ’80, che oggi sta vivendo, almeno in Italia, la sua apoteosi. Guardate le notizie pubblicate sulla propria pagina Facebook da Repubblica, la quale tra l’altro può vantare una solida tradizione di infotainment però tendenzialmente confinata alla storica “colonna destra”, quella dei gol più spettacolari, i piccoli panda (gattini, cagnolini, topini, uccellini, ecc. ecc.) o le bellezze di ogni latitudine.  Si è spinto ancora più in là un quotidiano con la storia e la tradizione del Corriere della sera. Osservate come è oggi nella sua versione online: un mix tra un social come Pinterest e il campione mondiale di foto di gattini, video virali, gossip e “news”che è Buzzfeed. Quasi cancellata la gerarchia nelle notizie, sommari inesistenti in home sostituiti da immagini più o meno grandi (sul modello di Pinterest, appunto), un pot-pourri – imbarazzante a mio avviso – di notizie serie con gossip da Novella 2000 (testata che per altro è di proprietà del gruppo RCS).

Ecco le notizie in primo piano, in questo momento, su corriere.it.

corriere_primo piano

 

Rassegnarsi al fatto che “così va il mondo” non basta perché, spiega sempre Tonello citando il saggio “Sulla televisione” di Pierre Bourdieu (Feltrinelli), trattare l’informazione in grado di offrire ai cittadini maggiore consapevolezza per “decidere sugli affari della comunità” (che è poi il motivo per cui è nata la stampa alle origini) «come parte del mondo dello spettacolo, privilegiando – ad esempio quando si parla di politica – le notizie sulla vita privata dei politici, equivale a una censura delle notizie (assai più complesse e difficili da capire) sullo stato del mondo, sulle guerre, sulla sanità, sulle pensioni, su chi sarà avvantaggiato e chi danneggiato dai tagli fiscali».

Se questo è lo stato dell’arte, bisogna comprendere a fondo l’ulteriore spinta che a questo modello devastante stanno dando i social network. Facebook in particolare. Scrive sempre Milite nel suo editoriale: «Ciò che è radicalmente cambiato, in peggio, rispetto al recentissimo passato, riguarda la differenza di visibilità concessa a determinati contenuti rispetto ad altri. Mi spiego con un esempio per i meno pratici sulla questione inerente il (rovinoso) cambio di algoritmo di Facebook che sta di fatto decretando una censura poderosa nei confronti di tutti coloro che non possono comprare like e visibilità e non producono contenuti trash-virali. Mentre infatti in passato un articolo “tette e culi” sui social collezionava 30.000 click a dispetto dei 5000 totalizzati da un pezzo più impegnato ed utile alla collettività, oggi questa proporzione, a causa del succitato cambiamento di algoritmo, è cresciuta ulteriormente, regalando in media 100.000 visite al primo contenuto e solo 200 al secondo».

A rifletterci un po’, a non dare per scontato l’intreccio indissolubile tra informazione e democrazia, forse le balene da salvare non sono più solo le tre di Barrow (probabilmente ancora in giro per gli oceani, visto che la longevità di questo mammifero varia dai 50 agli 80 anni).

Quel simbolo che da 2000 anni non smette di interrogarci

Da un progetto applaudito al festival Fotografia Europea, a un viaggio-documentario alla scoperta dell’Italia della Fede che ruota attorno alle croci di Dozulé, movimento spesso mal tollerato dalla Chiesa Cattolica. Lo scorso maggio, il modenese Tommaso Mori, classe 1988, diplomato in fotografia presso il Cfp Bauer di Milano, ha raccolto consensi presso la prestigiosa kermesse organizzata in terra reggiana con la serie di scatti “Simone di Cirene”, figura biblica che, stando alle Sacre Scritture, aiutò Gesù Cristo a trasportare la croce nella salita al Golgota: “Compare solamente per due versetti, si hanno pochissime informazioni sul suo conto – spiega Tommaso –. Ho preso spunto da questa figura per affrontare il tema del portare la croce”. Ora, da queste serie di dieci scatti, sta prendendo vita quello che a tutti gli effetti può avere i crismi per essere un documentario fotografico più ampio e circostanziato sul vivere la fede all’epoca della totale secolarizzazione.

Alte più di sette metri, facilmente visibili grazie anche all’illuminazione al neon, le “croci d’amore di Dozulé” sono installazioni facilmente riconoscibili, soprattutto lungo strada Vignolese, nei pressi della chiesa di Collegarola, e ad Obici, frazione di Finale Emilia, nel santuario di Santa Maria degli Angeli, entrambe protagoniste nel progetto “Simone di Cirene”. Complessivamente, in tutta la penisola ne sono state censite circa duecentocinquanta che sono già comparse sulle pagine dei quotidiani, sia negli anni scorsi che in periodi più recenti. Il lavoro di Tommaso Mori, però, vuole discostarsi dalla mera cronaca: “Ho ricevuto lo stimolo più forte per sviluppare questo progetto fotografico da parte di Don Giancarlo Suffritti, sacerdote della parrocchia di Collegarola spesso non allineato con l’Arcidiocesi che ho incontrato lo scorso inverno”. Il prelato, fondatore della comunità terapeutica “L’Angolo”, ha spiegato al fotografo gli effetti positivi derivanti dall’installazione di una croce, benefici per la comunità e per la vita di chi si è occupato dell’opera: “Ciò ha stimolato la mia curiosità – ha aggiunto Tommaso Mori – e da ateo l’argomento mi ha affascinato perché mi sono dovuto scontrare con il tema della Fede”.

Il progetto, che attualmente porta il working title “People on the cross”, mira a svelare e raccontare le persone che, contando esclusivamente su ingenti investimenti privati, si sono prodigate nell’erezione delle croci d’amore. Quali sono i quesiti a cui vuole dare risposta questo nuovo progetto fotografico? “Perché credere in questo modo nel 2014? – replica Mori – A me interessa trovare persone che, oltre a sentire una forte presenza del Divino nella vita quotidiana, uniscono i propri sforzi per dare vita a iniziative di questo tipo in un’epoca di completa secolarizzazione”.

Per Tommaso Mori si tratta, in sintesi, passare da un pubblico di nicchia da mostra fotografica, ristretto e settoriale, al “volere stimolare in maniera più diffusa una riflessione sul cosa significa credere”. Si prospetta nei prossimi mesi un’opera finalizzata a tradursi in immagini da esporre in galleria, ma anche da presentare su libro fotografico e testimonianze video da raccogliere su dvd da qui a un anno: dopo un lavoro approfondito di ricerca e di editing, l’obiettivo è quello di arrivare a pubblicare i primi risultati delle interviste per avere un rapporto quotidiano con il pubblico di Facebook già all’avvio del 2015.

2.491 metri di emozioni

Ci vuole fatica e passione. E’ così: cultura, arte, musica, letteratura… le apprezzi quando ti fanno sentire protagonista, ti chiedono di muoverti e di cambiare posizione. Lo scontrino fiscale al termine di un concerto, di un festival o di una rassegna è quello dove vengono elencate tutte le emozioni che hanno coinvolto anima e corpo. Noi ne abbiamo contate circa 2.500.

A una delle tappe dei “Suoni delle Dolomiti”, il festival che da vent’anni viene organizzato sulle più affascinanti cime del Trentino, ci siamo presentati con largo anticipo. Non c’era da acquistare il biglietto per il concerto e nemmeno da studiare il posto strategico per parcheggiare l’auto. Per arrivare al rifugio Tosa e Pedrotti, però, bisognava mettere in conto come minimo quattro ore di cammino con zaino in spalla (a meno che non si decida di “marciare” all’andatura del gestore del rifugio, Franz Nicolini – guida alpina, che ha concatenato le 82 vette di 4.000 metri delle Alpi in 60 giorni – che se la cava in meno di due ore). Ognuno dà il ritmo ai muscoli e alle proprie gambe, ma è il meteo che condiziona il tuo passo e il tuo umore durante la salita.

Gli artisti del concerto del 4 agosto tra le rocce del Brenta, sono tra i più accreditati a livello mondiale: Mario Brunello, Isabelle Faust e Danusha Waskiewicz. Anche loro si sono messi dalla parte del pubblico e come centina di appassionati di musica e di montagna, con violoncello, viola e violino in spalla hanno camminato lungo il sentiero 319 per la Val delle Seghe. «Uno scenario unico, bachiano» l’ha definito il famoso violoncellista, ospite fisso dei “Suoni delle Dolomiti”. Qui, a quota 2.491 metri, c’è «uno spazio da riempire» ha spiegato Brunello che ha interpretato con le colleghe le “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach. «In altri posti chiusi», nei teatri «è qualcosa che ritorna», ma in questo anfiteatro all’aperto, tra le rocce a un passo dal cielo, «qui bisogna solo dare».

Durante una chiacchierata dopo un’ora e mezza di musica, Brunello ci ha confidato che questi concerti in vetta sono la «dimostrazione che se il pubblico vuole veramente qualcosa la ottiene». Quattro ore di “scalata” e quasi altrettante per la discesa, pioggia a tratti, adattamento in rifugio, condivisione dei tempi e degli spazi con estranei, cellulare scarico… ne sono la prova.

Anche in città, nei teatri, la gente dovrebbe «farsi sentire e non solo essere succube di un palcoscenico o di una organizzazione»; deve «essere presente in prima persona, volere qualcosa e partecipare».

Descrivere un concerto o una mostra è un’impresa difficile e soggettiva. Raccontare un’emozione (anzi 2.491) è ancora più complicato del viverla.

(video e montaggio di: Cecilia Brandoli, Davide Lombardi, Paolo Tomassone)

C’è un futuro oltre la crisi

In questi anni di lunga crisi che non sembra finire mai, lamentarsi è più che legittimo. Moltissime volte perfino giusto. Ma per disegnare un orizzonte diverso, bisogna anche sognarlo. Ecco perché abbiamo chiesto ai modenesi di regalarsi un piccolo messaggio di speranza.