Ci ho lavorato anch’io a “L’Unità”

Ci ho lavorato anch’io a “L’Unità”. Corrispondente da Modena per pochi mesi, estate e autunno 2011. Facevo riferimento alla redazione bolognese di via del Giglio che aveva sede nella stessa palazzina del circolo Arci Pontelungo. La prima volta che ci misi piede ero un imberbe cronista di provincia alle prime armi che di lì a poco avrebbe ottenuto il tanto agognato tesserino da pubblicista. Dopo il viaggio in treno, l’arrivo in piazza Medaglie d’Oro e una bella scarpinata lungo via Emilia Ponente sotto il cocente sole estivo, sono arrivato a destinazione. Non è che mi sia rimasta impressa in mente un’immagine fotografica di quei momenti, ma ricordo distintamente il senso di polverosa decadenza che lo stabile trasmetteva, una sensazione paragonabile per certi versi all’“Emilia paranoica” dei Cccp. Al primo piano, l’ingresso del circolo Arci era chiuso con una pesante catena (“Al mercoledì ci fanno il liscio ed è pieno di gente”, mi spiegarono i colleghi), al secondo la redazione: una serie di piccoli uffici, scatoloni ovunque, la luce solare che filtrava attraverso le persiane, il caldo che calpestava l’assenza di impianti di condizionamento dell’aria. La paga non è malaccio: 22 euro ad articolo. La testata, già all’epoca, navigava in cattive acque: i ritardi nei pagamenti erano diventati la norma e i collaboratori, da quelli di lunga data a quelli freschi freschi, erano ovviamente l’ultima ruota del carro. Si andava dal consiglio comunale, al racconto della manifestazione del giorno della Cgil, dal reportage ai “Mondiali antirazzisti” di Castelfranco Emilia, per toccare tutte quelle tematiche di politica, lavoro e società care al centrosinistra.

Dopo un primo periodo di inevitabile luna di miele, in cui tu come giovine giornalista ti approcci con entusiasmo fanciullesco alla nuova avventura che ti è capitata per le mani, il morale si affievolisce lentamente come un pallone pizzicato da uno spillo. Il senso di interdizione si faceva palese una volta preso in mano il giornale: l’Unità era un quotidiano bolso, afflosciato su se stesso, estremamente difficile da sfogliare per i toni e i linguaggi adottati. La mia pagina modenese non faceva eccezione, tanto che arrivai a realizzare la convinzione che io stesso non avrei letto i miei articoli. Il lavoro continuò per diverse settimane, arrivò l’autunno il vigore estivo lasciò il campo a un progressivo intorpidimento che sfociò poi nella cessazione del rapporto di lavoro. Non fu una cosa traumatica e improvvisa, semplicemente con il tempo i contatti diminuirono fino ad azzerarsi, più o meno come due adolescenti che, dopo una cotta estiva, si perdono di vista. Qualche tempo dopo, sentii per caso un collega: “Purtroppo stanno tagliando i collaboratori più giovani”. Con diverse piccole rate, l’editore impiegò nove mesi a liquidarmi mille euro di compensi. Fine. In questi anni non avevo più ripensato a quel periodo della mia vita professionale, fino ad oggi, giorno in cui migliaia di persone si affannano a mostrarsi solidali e vicini a chi lavora per il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, quotidiano che cesserà le pubblicazioni dal primo di agosto. Più che il mercato, a condannare “L’Unità” è stato Charles Darwin: il quotidiano non ha saputo mostrare sufficienti capacità di adattamento alle trasformazioni dell’editoria e al rinnovarsi dei modi con cui rapportarsi al lettore, cosa che, con i dovuti distinguo, viene affrontata meglio dai diretti concorrenti (Ogni riferimento al Fatto Quotidiano è puramente voluto).

Il mio primo colloquio in via del Giglio si concluse con un bel gesto da parte di uno dei veterani della redazione bolognese che, a fronte dei miei problemi di orario con il treno, si offrì per accompagnarmi in moto in stazione. Queste tre righe hanno valenza zero nell’economia di questo articolo esattamente come i romanticismi dell’hashtag #iostoconlunita da parte di chi, probabilmente, non ne è neanche mai stato un fedele acquirente in edicola declinano facilmente di fronte alla dura realtà. I giornalisti possono evitare di andare con il cappello in mano dal Governo Renzi a mendicare non meglio precisate forme di aiuto, così come i pochi ultras rimasti: l’impresa editoriale deve fare utili, se il prodotto portato in edicola non ha quel minimo sindacale di qualità per cui il lettore è disposto ad aprire il portafogli, non c’è fondo pubblico per l’editoria che tenga. Se non c’è organizzazione, se non c’è un obiettivo a cui puntare, non si va da nessuna parte e, da parecchio ormai, l’Unità non sapeva dove andare.

diffusione_unitaGridano vendetta i numeri pubblicati da DataMediaHub in merito alla diffusione dei quotidiani in Italia nel 2012: stando alla rielaborazione dati fatta da Ads, l’Unità, che all’epoca poteva contare su una diffusione di 30.921 copie, vedeva quest’ultimo dato cannibalizzato dalla capitale con 8121 copie vendute. Solo briciole per il resto d’Italia: la soglia psicologica, se così vogliamo definirla, delle mille copie viene superata in poche province. Milano ne totalizza 2070, Firenze 1457 e le tre sorelle dell’Emilia rossa. Reggio, Modena e Bologna, rispettivamente, contavano 1243, 1205 e 2944 copie vendute. Se anche sotto la Ghirlandina viene meno quell’ancoraggio identitario che è sempre stato qualcosa di più del semplice vanto della testata, significa evidentemente che il sempre più eroso zoccolo duro della militanza già da tempo ha preferito informarsi sulle vicissitudini politiche con modalità che esulano dall’acquisto del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.

La differenza tra una libreria e un negozio di libri

Le piccole librerie chiudono ovunque, superate dai centri commerciali, dalli grandi librerie e dal crescente mercato digitale. Ma il vecchio modo di concepire i libri e l’editoria da qualche parte ancora resiste. Aperta nel 1958, la libreria L.A. Muratori di Modena non ha mai chiuso, attraversando le epoche e le varie crisi dell’editoria, fino all’ultima, quella che stiamo vivendo, senza dubbio la più grande. “Una crisi sociale e culturale” secondo il suo proprietario, Franco Rossi, che da 56 anni la gestisce. E ci spiega la differenza tra un libraio e “uno che vende i libri”.

Quell’app buona come il pane quotidiano

breading

Si chiama breading ed è una app per il pane. Non per cucinarlo, né per acquistarlo, bensì distribuirlo, quando ne avanza, ai poveri della città. È nata da un gruppo di amici, tutti tra i 20 e i 32 anni, questa piattaforma digitale che si spera di poter lanciare ufficialmente il 13 ottobre, per la Giornata mondiale del pane, pensata come spazio di intermediazione tra i panifici che hanno delle eccedenze a fine giornata e le associazioni caritative.
«Con questa app – spiega Gabriella Zefferino, una delle giovani creatrici – sarà possibile inviare un sms con i kg di pane che si mettono a disposizione: la piattaforma smisterà la richiesta con un sistema di geolocalizzazione che, secondo un criterio di prossimità, permetterà ai soggetti impegnati nel sostegno alle famiglie bisognose di ritirarlo e consegnarlo».

200 quintali di pane buttato ogni giorno nella sola Roma mentre nel 2013, secondo un’indagine della Coldiretti, ci sono state oltre 4 milioni di persone in Italia costrette a chiedere aiuto per mangiare: questi i dati che hanno spinto questo gruppo di giovani che vivono tra Milano e Bergamo e, seppure con diverso rapporto con la tecnologia, tutti con esperienze nel terzo settore e nel volontariato, a inventare breading.

Una sorta di escamotage per aggirare il corto circuito creato dalla burocrazia italiana, che di fatto ancora impedisce di creare una vera e propria catena per smaltire l’invenduto donandolo a favore dei più poveri. «Siamo ancora a una fase pilota, ma stiamo lavorando. La metteremo online e la app, pensata per il non profit, nasce e resterà per sempre gratuita», dichiara Zefferino. Dopo aver vinto la Start up Live, incontrato il viceministro alle politiche agricole Andrea Olivero, che ha definito l’app «un bel modo per realizzare economia civile», il prossimo appuntamento è la partecipazione al Pioneer Festival, a ottobre, in Austria. Ideata sul sistema-pane, è replicabile e dunque potrà estendersi ad altre aree geografiche o ad altri alimenti, sempre però mantenendo un carattere di estrema semplicità e fruibilità.

E i forni, che ne pensano? Ben distribuite sul territorio, in città e paesi del territorio queste attività medio-piccole hanno avanzi da 1 a 5 kg di pane che, quando non viene grattugiato, spesso viene conferito a canili e gattili. Alcuni lo vendono a metà prezzo a fine giornata, altri sono già in contatto con associazioni caritative o, in mancanza di un’app, si sono organizzati da soli: «Non mi è mai successo di buttarne via – osserva un fornaio -; il pane avanzato lo dò ad alcune famiglie che so essere nel bisogno». «L’idea è ottima – dichiara un’altra fornaia – e, se andasse a buon fine, cioè a persone davvero povere, sarebbe davvero interessante poterla estendere anche qui da noi».

Oltre a Gabrielle Zefferino i creatori di breading sono Fabio Zucchi, Chiara Frassoldati, Riccardo Fogaroli, Alessandro Maculotti, Vincenzo Ferrara, Gianmaria Giardino, Nicolò Melli, Ornella Pesenti.

L’account  Twitter e la pagina Facebook di Breading.

Immagine di copertina: il logo di breading inserito in un’immagine di DeFerrol via photopin cc

Nero, rosso, oro

La bandiera tedesca, che in queste settimane ha colorato la Germania dagli specchietti delle macchine ai cestini delle biciclette, dalle vetrine dei negozi alle guance pallide delle tedesche, continua a sventolare su tutto il paese.
Domenica la città si è riversata ovunque ci fosse un mega schermo e nemmeno la pioggia battente ha scoraggiato le migliaia di spettatori che, finita la partita, hanno inondato le piazze e le strade. 48 ore dopo la vittoria in finale contro l’Argentina, i giocatori della nazionale tedesca hanno portato a casa l´ambito trofeo. L´aereo della Lufthansa, decorato per l´occasione con la scritta FUNansa – Siegerflieger (Aviatori vittoriosi), è atterrato nella capitale, ma non prima di aver planato ripetutamente su una Berlino in fiamme  che li ha accolti con un  bagno di folla epico e bandiere a perdita d´occhio.

foto 2NERO, ROSSO, ORO
Sono i colori di una bandiera che ha una storia alle spalle, fatta spesso di ripetuti cambiamenti e di guerre. I colori che oggi abbracciano Berlino sono quelli che quasi un secolo fa hanno accolto con speranza l’avvento della Repubblica di Weimar.
1919. Si narra, infatti, che i patrioti tedeschi, quando ancora la Germania era divisa in una confederazione di città-stato, non avendo un simbolo al quale appellarsi fecero bandiere con la stoffa rossa e nera delle loro divise e, in assenza di altri materiali, i bottoni dorati vennero usati per formare la terza striscia orizzontale che sarebbe col tempo diventata quella gialla.
1933. Ma come la Repubblica di Weimar anche la sua bandiera non è durata a lungo, e quei colori, prima usati per combattere la dominazione napoleonica e poi per rappresentare la patria unita, vennero spazzati via dall´avvento del nazismo che, per distanziarsi dal passato, decide di auto legittimarsi attraverso simboli e colori nuovi. Quelli stessi che porteranno la Germania a entrare in un’altra Guerra Mondiale e a macchiarsi le mani di un’onta impossibile da dimenticare.

ger3NERO, ROSSO, ORO… con qualcosa al centro
1949. Finita la guerra, Berlino e la Germania vengono divise come una torta all’ora del tè.
La Repubblica Federale Tedesca si riappropria della Bandiera e del futuro che Hitler le ha rubato, mentre la Repubblica Democratica Tedesca fa propri gli ideali e il sistema produttivo comunista. Questa transizione politica e sociale si materializza  per quest’ultima mettendo al centro del nuovo tricolore un martello, simbolo degli operai, un compasso, simbolo degli intellettuali, e due spighe di grano a rappresentare la classe contadina.

Ancora una volta le bandiere giocano un ruolo fondamentale nel definire l’identità di un popolo sopravvissuto alla fame e ai bombardamenti. Cosicché gli anni, la chiusura dei confini, lo sventolare delle bandiere e la demagogia calcolatrice della guerra fredda faranno a lungo dei tedeschi dell’Ovest e dell’Est dei perfetti sconosciuti. Non c´é quindi da stupirsi che ci siano voluti decenni affinché la Germania potesse sentirsi di nuovo unita e orgogliosa, della sua patria come del suo tricolore.

foto 3UNA SOLA BANDIERA
1989. Caduto il muro e finita la partita a Risiko tra gli Stati Uniti e la Russia, la democrazia e il capitalismo arrivano all’Est, portando con sé oltre che banane e jeans la bandiera della Repubblica Federale.
1990. Un anno dopo, a Roma, la Germania dell´Ovest strappa in finale la coppa all´Argentina. Sono tanti i parallelismi che sono stati fatti per collegare le due coppe del mondo, ma le differenze sono altrettanto evidenti.
Sicuramente la Germania ha vissuto i Mondiali Italia90 con trepidazione. Il Muro era caduto e tutto sembrava possibile. Ma per molti il senso d´identità nazionale era ancora acerbo. Dopo tutto, la squadra in campo rappresentava solo metà del paese e, finita la Coppa del Mondo, la Germania tornava ad essere un paese diviso in attesa della riunificazione.

UN´ESTATE DA FAVOLA
2006. La Germania ospita il mondiale e, celebrando il calcio per la prima volta dopo tanti anni, celebra anche se stessa con un patriottismo cosmopolita che diventerà  il collante di una nuova identità nazionale.
Aiutati dall´entusiasmo dei tanti tifosi stranieri, i tedeschi si sentono autorizzati a cantare l’inno, a tifare per il loro paese e a sventolare quella bandiera che finalmente sono autorizzati a sentire propria. Ma, con delusione loro e giubilo nostro, in quel magico 9 luglio sarà un altro il tricolore a sventolate nella notte berlinese quando il cielo sopra Berlino si è tinto di azzurro. La Germania dovrà infatti aspettare ancora per vedere coronata con un lieto fine quella favola di mezz’estate iniziata 8 anni fa .

ger2NON SOLO CALCIO
2014. Mondiali a parte, sono pochi I tedeschi che si sentono orgogliosi della loro patria. La sensazione che si ha è che qui tutti quei sentimenti positivi legati all’appartenenza nazionale vengono spesso – inconsciamente – repressi. Qui non possono essere fieri. É un sentimento che è stato loro (forse per sempre) negato.

Ma è altrettanto vero che negli ultimi dieci anni la Germania è cambiata e cresciuta, e non solo a livello calcistico. Dopo la Seconda Guerra Mondiale questo paese si è rialzato, ha combattuto grandi battaglie, lottando contro i sui spettri e creando un futuro migliore per i suoi figli. Fame e macerie fanno parte del passato. La Germania di oggi è una Germania sicura, che ha un posto di rilievo nell’economia di questa nostra Europa e che fa della consapevolezza la sua vera forza politica. E sì, anche se sembra innaturale vedere sventolare bandiere tedesche nei pressi del Memoriale per l’Olocausto, anche se la parola “Weltmeister, campione del mondo” urlata da una piazza gremita può avere un sapore amaro, anche se come disse Woody Allen “quando ascolto troppo Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia”, oggi la Germania festeggia il mondiale in quella che assomiglia a una vera e propria catarsi collettiva. E I tedeschi festeggiano con lei.

E a tutti quelli che in Germania e nel mondo hanno condannato le celebrazioni di questo paese, temendo che potessero riaccendere focolai di nazionalismo, io consiglio di mettere da parte le paure del passato.
Il presente, le cui immagini sono arrivate nei giorni scorsi tra la fine del primo e l’inizio del secondo tempo delle tante partite giocate, ci dovrebbe dare abbastanza preoccupazioni.

mondiali palestina

E’ un mondo difficile, ma ce la si può ancora fare

formigineBisogna volere nella vita, avere dei desideri e lavorare piano piano per riuscire. Questa non è una cosa semplice, ci sono momenti facili e momenti molto difficili: bisogna andare avanti con coraggio anche nelle difficoltà. Senza compromessi.

Per “successo” s’intende la difesa quotidiana dei propri spazi nel lavoro o negli studi, la conquista dei propri diritti in ogni momento della vita, e l’affermazione delle idee e dei progetti in cui si crede. Allora i consigli di una delle attrici più conosciute a livello internazionale – Gina Lollobrigida, classe 1927, per vent’anni icona della bellezza italiana, con circa seimila copertine sulle riviste di tutto il mondo – valgono per ogni età e per ogni persona.

ginaLa “Lollo” è la madrina speciale dalla “25esima edizione di “Profilo Donna dove abbiamo incontrato decide di donne che nel proprio campo si sono spese con determinazione per vincere. Sono la testimonianza diretta che quello in cui viviamo “è un mondo difficile, ma ce la si può ancora fare”. Lo sa la pattinatrice su ghiaccio Carolina Kostner che di ri-partenze ne ha vissute parecchie e può testimoniare che le cadute sono il tassello indispensabile per la vittoria e per costruire, appunto, il successo. Lo sanno le manager e le imprenditrici che oltre a dare forma alle proprie intuizioni devono spendersi senza riserva per promuoverlo nel mondo. E lo sanno i magistrati, i prefetti e i politici che oltre all’impegno per portare avanti il proprio lavoro spesso si trovano a lottare per essere riconosciute al pari dei colleghi uomini.

Alla serata a Formigine abbiamo incontrato anche Mirella Freni che dopo una lunga carriera da soprano, ora si dedica alla formazione: «sono diventata la mamma di tanti bambini» spiega snocciolando con semplicità alcune “regole” per accompagnare i giovani talentuosi a cantare nei più grandi teatri.

costaPer Silvia Costa, presidente della Commissione cultura al Parlamento europeo, non può essere un successo solitario: «la persona può fare la differenza non da sola». Se il successo diventa vanagloria autoreferenziale allora non funziona. Bisogna invece «riconoscere l’apporto che le donne possono dare al miglioramento della condizione di tutti».

Certo «avere un po’ di fortuna non guasta, ma una carriera non si ottiene così facilmente» come testimonia Gina Lollobrigida.

Come sarà vivere nella città del futuro

Dato che la città dei nostri sogni ce la possiamo scordare, e comunque potrebbe essere deludente, diamo uno sguardo invece a quelle che potrebbero essere le città del futuro. Partendo dal presupposto che il futuro, da qualche parte, è già presente, la cosa migliore è volgere lo sguardo a est, Medio-Oriente, più precisamente Emirati Arabi, dove ci sono capitali sufficienti per realizzare più meno qualsiasi cosa.

Ad esempio nel deserto di Abu Dhabi – “a 60 minuti da Dubai e a 7 ore da Tokyo” precisa la presentazione ufficiale – è in costruzione Masdar City, che si propone come la città più eco-sostenibile del mondo.

Masdar significa sorgente, in questo caso una sorgente di energie alternative che rendono la città indipendente dal punto di vista energetico e con una produzione di inquinamento e di rifiuti vicino allo zero (si parla del 2%).

Come dovrebbe essere una volta completata (forse)
Come dovrebbe essere una volta completata (forse)

Il progetto è partito nel 2008, i costi sono intorno ai 22 miliardi di dollari, ed è stata disegnata dallo studio inglese Foster & Partners, per volere di Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe di Abu Dhabi. E’ lui che ha sborsato i soldi per costruire la città più futurista, ecologica e visionaria del mondo in quel ricchissimo deserto che deve tutto al petrolio.

A Masdar ogni centimetro è concepito con lo scopo di essere eco-sostenibile. La città si alimenta principalmente grazie all’energia solare: a pochi passi è stata costruita una enorme centrale fotovoltaica che coprirà circa l’80% dell’energia necessaria e ogni edificio ovviamente è ricoperto da pannelli fotovoltaici. Le strade sono strette in modo da sfruttare l’ombra e le correnti d’aria – come nelle vecchie città arabe – anche grazie alle torri del vento, tecnica in realtà antichissima che ora viene recuperata e reinterpretata dall’architettura contemporanea. Gli edifici sono bassi, in totale contrapposizione ai deliri verticali della vicina Dubai.

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Una parte di Masdar così com’è oggi

In realtà al momento solo una minima parte di Masdar City è stata effettivamente costruita: il nucleo centrale, dove abitano e lavorano circa 300 persone. Tra questi pochi abitanti c’è un ragazzo modenese che fa il ricercatore, Carlo Alberto Amadei.

“Mi occupo di nanotecnologia e fisica delle superfici presso il Masdar Insitute of Science and Technology” spiega. “L’ istituto nasce all’interno della città e al momento ne costituisce il vero cuore. Ho scelto di venire qua perché mi offrivano libertà di ricerca, possibilità di pubblicare e accesso a strumentazioni”.

Al momento Masdar è una specie di città-laboratorio. Infatti, in collaborazione con il MIT e decine di sponsor, sono stati assunti centinaia di scienziati, che qua in mezzo al deserto hanno l’opportunità di avere risorse inimmaginabili nei paesi di provenienza (il nostro in particolare).

Come dovrebbe essere Masdar con un po' di immaginazione e un po' di grafica 3D
Come dovrebbe essere Masdar con un po’ di immaginazione e un po’ di grafica 3D

“Il progetto è di costruire una città di circa 60mila abitanti” continua Carlo Alberto. “Attualmente ci sono solo studenti e ricercatori. L’ambiente è internazionale con persone da tutti i continenti e più di 30 nazionalità e questo la rende speciale”. La realizzazione dovrebbe essere completata entro il 2025, e conoscendo i tempi e le risorse degli Emirati, è probabile che sarà così.

Nel frattempo vivere in una specie di esperimento urbanistico-architettonico in mezzo al deserto dev’essere abbastanza surreale. O no? “Masdar nasce in mezzo al deserto e a volte sembra di vivere in una bolla” risponde Carlo Alberto. “C’è una sorta di alienazione dal mondo esterno, cosa che ha i suoi lati positivi e negativi”.

Gli chiedo di mostrarmi ciò che vede dalla finestra di casa sua a Masdar. Questa è la foto:

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Cosa si vede da una finestra di Masdar: il deserto e, in lontananza, l’aeroporto di Abu Dhabi.

Ma come ci si sposta in una città così? Dove si parcheggia? Ovviamente non si può. La città è chiusa: è impossibile accedere con mezzi esterni. Per muoversi all’interno della città ci sono due modi: uno è sopra, a piedi o in bici, l’altro è sottoterra, con mini navette e taxi elettrici senza autista, che si spostano su dei magneti. Sì, come in un film di fantascienza.

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E questa è un’attrazione che già alcuni turisti di passaggio nel vicino aeroporto di Abu Dabi hanno provato. “Ci sono tanti turisti che vengono a visitarla” racconta Carlo Alberto. “Tutti ne vengono colpiti dall’architettura e dall’idea di sostenibilità che trasmette”.

Ma c’è qualcosa di Masdar che potrebbe essere ripresa anche a Modena?

Modena City, Pianura Padana
Modena City, Pianura Padana

Tralasciando, almeno per il momento, mezzi senza pilota che attraversano la via Emilia sottoterra, qualcuno potrebbe rispondere che sarebbe bello riprendere, almeno in parte, i capitali investiti dal principe Mohammed bin Zayed Al Nahyan.

Oppure, ecco, almeno qualche idea: “Masdar è stata costruita da zero e questo è un grandissimo vantaggio per cercare di raggiungere una notevole sostenibilità ambientale” speiga Carlo Alberto. “Diciamo che se a Modena venissero costruiti nuovi quartieri da zero allora si potrebbe prendere ispirazione da Masdar”.

Brasile 2014: Sogno di una notte di mezza estate

Brasile 2014, non si parla d’altro.
Semifinale. Tu dove la guardi?

Berlino sfida la stagione delle piogge e si riversa nei mille bar che proiettano la partita.

10 pm, Brasile Germania, Belo Horizonte.
Lo stadio è GIALLO, come la maglia dei suoi giocatori.
La tensione sa di aspettative miste all’attesa.

Siedo in un bar dietro casa.
Al tavolo tutte donne
una tedesca-tedesca
un’anglo-tedesca,
2 americane
una tedesca-cilena
e un italiana.
Me.

ger1Cominciano i goal
Tra le mani, il telefono vibra senza sosta.
Dall’altra parte c’è qualcuno che sta guardando la partita insieme a te.

Amici, Amori, Famiglia.
La Germania fa ormai parte della tua vita,
Così come il Brasile e L’Argentina
Per non parlare dell’Italia.

Ci si scambia messaggi veloci
“Hi guys, never seen anything like this… Come on Germany!!”
E i goal continuano
“Non saprei quale delle due squadre è sotto l’uso di stupefacenti”
E i goal continuano
“me lo aspettavo… ma il primo tempo 5 a 0 no”
E i goal continuano.
Applausi.

ger2Le ragazze americane guardano divertite lo spettacolo.
Ogni tanto fanno domande
Il calcio non fa parte del loro immaginario quotidiano.
È proprio vero, “Tutto è relativo nella vita”
anche i mondiali di calcio!
Ma non ditelo ai tifosi brasiliani
Quelli che hanno fischiato i giocatori
lasciando lo stadio prima della fine della partita.
Loro, sono gli unici che hanno perso oggi.

Fischio dell’arbitro.
Germania batte Brasile 7 a 1.
La semifinale con più gol della storia del calcio.
Qualche pacca sulla spalla
Pochi abbracci gioiosi
La gente salta sul posto
esulta,
batte le mani
e riprende il suo posto.
Tra le mani una birra,
C’è bisogno di tempo per realizzare…
…che è fatta!

ger3Poi,
lentamente,
alcuni più sbronzi e vocianti di altri,
si incamminano verso casa.

Se li fermi per chiedergli dove festeggia la gente
Ti rispondono che “i turchi sicuro vanno a Kudamm”.
Ma che loro no.
“Domani si lavora!”
E quasi per rassicurare la mia espressione delusa
aggiungono con un sorriso sornione
“Ci rifaremo festeggiando domenica!”

Carpe diem Germania
Penso tra me e me
Carpe diem.

(Immagine di copertina tratta dalla pagina Facebook “Tua madre è leggenda“)

La filosofia delle Piccole Ragioni

piccole_ragioniE se durante la scuola dell’infanzia la conoscenza etica venisse considerata come un importante elemento di sviluppo nei bambini? Se si volesse stimolare fin dalla tenera età una “consapevolezza critica” che porti questi futuri adulti ad interiorizzare attivamente una serie di valori etici?

Domande di un certo peso, queste, che hanno preso vita all’interno del progetto Piccole Ragioni. Filosofia con i bambini, avviato nel 2010 per iniziativa della Fondazione Collegio San Carlo e dell’Assessorato all’Istruzione del Comune di Modena e giunto oggi al suo quarto anno. Lo scopo è quello di utilizzare i canali di comunicazione più congeniali ai bambini – il disegno, il gioco, il racconto – per trasmettere valori e significati che li aiutino, crescendo, a elaborare una visione del mondo che contribuisca a renderlo, un giorno, un luogo migliore in cui vivere.

Il connubio Modena-filosofia fa solitamente ricordare piazze piene, crocchi di persone, palchi e maxi-schermi. “Piccole ragioni”, però, non è niente di tutto questo. Come ha spiegato Carlo Altini, Direttore Scientifico della Fondazione, “non si tratta di una scatola-evento, ma di un percorso di lunga durata, per reagire in un momento di crisi istituzionale, culturale ed economica, chiamando in causa risorse ma anche competenze.”

La quarta edizione del progetto è stata presentata a ottobre 2013 presso la Fondazione Collegio San Carlo e si è conclusa a maggio 2014. Alla giornata inaugurale è seguito un lavoro attivo con le scuole dell’infanzia che hanno deciso di partecipare e che hanno infuso vita ai presupposti del progetto all’interno delle proprie classi. Quest’anno il tema cardine è stato “Autonomia”, un argomento complesso e profondo.

Autonomia significa letteralmente “legge propria”, ma può avere ben poco a che fare con l’individualismo così imperante oggigiorno, andando piuttosto a ripescare il principio cooperativo tra esseri umani intesi come “animali sociali”. Come ha spiegato durante la presentazione Alfonso M. Iacono, professore di Storia della Filosofia presso l’Università di Pisa e membro del comitato scientifico della Fondazione: “Il concetto di autonomia si può legare al concetto di “autolimitazione”, un tema teologico molto presente anche in Ratzinger e Francesco, i quali hanno compiuto passi indietro rispetto al concetto di onnipotenza: auto-limitarsi per dare spazio all’altro e non togliere spazio all’altro perché bisogna espandere il proprio.”

Una missione difficile? Una sfida umana e educativa? Forse, ma sicuramente “Piccole Ragioni” è un esempio di progetto che ha il pregio di essere inteso come continuativo, a lungo termine e di concentrarsi sull’educazione dei piccoli, ridando dignità al settore e investendo così sul futuro della società. Un caso raro e controcorrente, in un momento storico in cui tutto è diventato transitorio e casuale e dove i temi relativi a istruzione ed educazione sembrano spesso avanzare come i gamberi nella scala delle priorità.

Alza la tua radio

Il 6 ottobre 1924 alle ore 21 Maria Luisa Boncompagni annuncia la messa in onda della prima trasmissione radiofonica in Italia per l’Unione radiofonica italiana (URI). Da quel momento in poi, in fondo fino al presente, la radio diventa uno strumento di cultura e informazioni indispensabile per tutti gli italiani, dalle radio rurali volute dal Duce, alle radio libere degli anni ’70 fino ad arrivare ad oggi, epoca in cui la radio continua a prosperare nonostante la concorrenza di televisione e Internet.

Il regista Gianni Barigazzi con il suo spettacolo “Quando la radio canta“, una cavalcata tra musica e testi – cantati e recitati da Sabrina Paglia insieme ai musicisti Giovanni Cavazzoli e Giovanni Zamboni (musiche di Ovidio Bigi) – dal 1924 fino al prima trasmissione televisiva del 1954, ripropone alcuni tratti fondamentali di questa lunga epopea.Perché, “riproporre musiche e testi del passato è un modo per riscoprire e rileggere la storia di un periodo ed affinare gli strumenti di comprensione del presente”.

Lo spettacolo è stato presentato giovedì 3 luglio 2014 nell’ambito della rassegna organizzata dall’Associazione “Via Piave e dintorni” di Modena “I giovedì al tempio, tra cena, musica e motori”.

E cadevano le bombe

modenaatreepocheNel 1844 il Conte Luigi Forni e il Marchese Cesare Campori si dilettarono a scrivere un libretto molto particolare intitolato “Modena a tre epoche”. La trama è semplice: attraverso gli occhi di un viaggiatore nel tempo viene raccontata la città come appare nel 1744, nel 1844 e infine in un avveniristico 1944. Più precisamente, maggio 1944.

Nella Modena del futuro – per noi quella di 70 anni fa -, il protagonista ne vede delle belle. Ci sono gallerie sotterranee da cui escono convogli sferraglianti che collegano la città alla campagna, mentre le vie sono ricoperte da un panno di feltro impermeabile che rende più agevole la circolazione su strada. In Piazza Grande ci sono seggiolini ornati di fiori profumati, sul bastione di S.Francesco troneggia una piramide, lungo le vie sono disseminati archi trionfali dedicati agli Este e spicca la statua in bronzo di un rinoceronte.

L’Oriente spopola: tutti vestono all’orientale e le case che guardano i monti sono costruite alla cinese. Le altre sono in ferro fuso, prive di fondamenta, e possono essere spostate per sfuggire ai vicini molesti. Tutti i portici sono stati eliminati tranne due. Il Portico del Palazzo Civico è rivestito di alabastro e chiuso da vetrate, mentre il Portico del Collegio è diventato un grande bazar dove, nella sontuosa Reggia del The, si sorseggiano bevande cinesi, turche e settentrionali, poiché il caffè non è più di moda.

La realtà che conosciamo è ben diversa e 70 anni fa cadevano le bombe. Il 13 maggio 1944 Modena viene bombardata e agli angoli di strada non ci sono marmi o cineserie, bensì macerie. L’immagine della Reggia del The scompare in quella delle ultime colonne del Portico del Collegio collassate su loro stesse, così come i seggiolini fioriti di Piazza Grande lasciano posto alla nota ferita aperta sulla fiancata del Duomo. Noi, viaggiatori del futuro nel nostro presente, dobbiamo ricordarci di questo passato, come e perché ci siamo arrivati, come e perché siamo andati oltre. I poveri Luigi Forni e Cesare Campori non potevano saperlo e così affidarono al futuro 1944 le migliori speranze, riposte nella conclusione.

“S’er ella migliorata la condizione degli uomini? A me parve che sì. A mano a mano che si perdevano le tracce de’ guasti morali, dopo tanti tentativi riusciti a male, tanti sistemi trovati erronei, chiaro apparve agli uomini che solo colla tranquillità , colla virtù, coll’attività poteva sperarsi felice la vita. La cresciuta attività, i commerci, la facilità di trasportarsi d’uno in altro luogo per terra, per acqua e fino per aria affratellavano gli uomini dei diversi paesi e rendevano più agevole il conseguimento dei comodi della vita”.

L’attualità, a volte, va letta con gli occhi del passato.

bomba duomo

Fotografia tratta da Giovanni Moschi, “Modena com’era”, Guiglia Editore, 1993, p. 291