Vasco Rossi tra la vita e la morte

Vasco Rossi è vivo. Fisicamente, spiritualmente e, soprattutto, musicalmente. Il suo ultimo brano ‘L’uomo più semplice’ spopola in tutte le radio italiane. Il mix di mistero, curiosità e cabala che ne ha accompagnato l’uscita, si è sciolto definitivamente il 21 gennaio quando il rocker di Zocca ha postato via Youtube il video dell’ultima sua opera, regalando ancora una volta una perla musicale a tutti i suoi fans. Il re del rock é tornato.

Tutti contenti, ovviamente, anche perché in molti lo davano praticamente (e soprattutto fisicamente!) morto, dopo il tour sospeso per motivi di salute nel 2011, le voci ricorrenti di una grave malattia e le foto – all’uscita di una clinica bolognese – che lo ritraevano vistosamente sofferente e sbiadito.

Vasco è vivo e vegeto, e sembra essere tornato finalmente per parlare di morte (non necessariamente la sua!). Ne L’uomo più semplice, infatti, la rockstar si interroga sul capolinea della vita, gettando radicalmente la maschera della finzione e consegnando magistralmente alle sue corde vocali la domanda di senso rinchiusa nei meandri più oscuri della sua mente: “Siamo vivi, domani chi lo sa?”.

È l’onnipotenza del Blasco quella che crolla nel momento in cui urla al mondo la sua domanda esistenziale sulla precarietà della vita e sull’ipotetico per quanto in-dubbio domani. Una domanda sospesa tra i sogni di una vita-evitata, evitabile e indesiderata (Ho l’impressione che la cosa più semplice sarebbe quella di non essere mai nato, in Manifesto futurista della nuova umanità del 2011); l’idea di una vita vissuta in modo spericolato, gasato e off-limits (voglio una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen, in Vita spericolata del 1983); la necessità personale di una vita giocata sempre al massimo in modo sfidante e sfidabile (voglio vedere come va a finire andando al massimo senza frenare, voglio vedere se davvero poi si va a finir male, meglio rischiare, in Vado al massimo del 1982); una vita che inizia a intravedere la morte e la tratta con quella irriverenza e quella micidiale ironia che sa più di esorcismo che non di vera e propria serenità (eh già, sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua, in Eh, già del 2011).

Vasco getta finalmente la maschera e affronta a viso scoperto la vita… pardon: la morte. Fuori tempo massimo, verrebbe da dire, avendo egli predicato per troppo tempo quella insana onnipotenza affettiva che si traduce, soprattutto nei deboli di cervello, nell’idea di perseguire solo ed unicamente il proprio dio-piacere, rifugiandosi nelle droghe, rifuggendo la realtà e ricusando la bellezza della vita. Un dio-piacere che gioca brutti scherzi, che sa travestirsi in mille modi e che, ne L’uomo più semplice, assume le sembianze dell’uomo-perfetto, una specie di santone cosmico (“sono un uomo buono / sono un uomo sincero / sono un uomo vero”) che comunque crolla, ancora una volta, di fronte al problema dei problemi: “sono un uomo solo”.

È la pillola della solitudine quella che Vasco Rossi ha somministrato in questi anni a se stesso e ai suoi fans sotto forma di onnipotenza affettiva; una pillola ingurgitata e fatta ingurgitare con quell’arte dell’inganno maneggiata scientificamente attraverso la sua geniale ironia, le sue abilità manipolatorie e il suo strepitoso carisma. L’auspicio è che negli anni a venire tali doti, anche a seguito dell’emersione di questa nuova domanda sulla vita/morte, possano essere messe al servizio, a-Dio-piacendo, di cause migliori.

Il re del rock è tornato. Lunga vita al re.

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