Un’ala di riserva, per non dimenticare come si vola

“Internati. Questa parola ci fa sentire gli ultimi della terra. Chi siamo? Siamo persone che hanno sbagliato ma che hanno già pagato con periodi più o meno lunghi di detenzione, i loro errori. Molti ci chiedono perché siamo qui. Non sappiamo nemmeno noi cosa rispondere”.

 Queste parole, piene di frustrazione e alienata stanchezza, sono state scritte in una lettera indirizzata a Papa Francesco da un gruppo di detenuti ed internati nella Casa di reclusione e Casa di lavoro di Castelfranco Emilia. “Lei dice che bisogna guardare agli ultimi, noi ci sentiamo tali. Ci benedica Padre”.

Ciclicamente si parla di case di lavoro (e di internati, ossia di coloro che vivono nelle case di lavoro). Evidentemente, però, non se ne parla abbastanza, dato che l’opinione pubblica non si è fatta ancora un’idea precisa e consapevole di chi siano gli internati e cosa siano le case di lavoro. E tanto per chiarirlo subito, i primi non sono detenuti e le seconde non sono carceri.

La definizione che più si attaglia alla permanenza presso una casa di lavoro, misura di sicurezza detentiva prevista dal codice penale italiano, è certamente quella di “ergastolo bianco”: gli internati, infatti, sono ex detenuti ritenuti ancora socialmente pericolosi e nei confronti dei quali il Magistrato di Sorveglianza può disporre un’ulteriore misura di sicurezza. Questa misura ha, almeno teoricamente, un termine: per uscire dalla Casa di Lavoro (dove spesso, beffardamente, di lavoro non ce n’è) gli internati devono dimostrare di avere un lavoro, una famiglia e una residenza. Tutte condizioni che, con un passato da detenuti e un presente da internati, sono difficili da soddisfare. Basti pensare che molti internati perdono persino la residenza: alcuni di loro raccontano di essere stati inseriti nella lista dei senza dimora dei comuni d’origine, paesi e città dove i più non vogliono ritornare, in quanto legati a trascorsi che vogliono dimenticare.

La Casa di lavoro è un carcere con tutti i problemi del carcere: sovraffollamento, mancanza di lavoro, povertà – è scritto ancora nella lettera – Ma una differenza c’è: i detenuti possono godere di benefici di legge, dall’amnistia all’indulto, delle misure alternative al carcere, possono cancellare sul calendario ogni giorno che passa e sperare che il fine pena si avvicini. Noi, no”.

 “Io posso considerarmi fortunato perché qui in B.V.A. a Modena ho la possibilità di sentirmi utile facendo del volontariato e soprattutto ho l’opportunità di conoscere persone e famiglie che non mi fanno sentire escluso” dice A.L., internato di Castelfranco, che incontriamo durante un sabato pomeriggio di festa alla parrocchia Beata Vergine Addolorata, capofila del progetto “Un’ala di riserva nella realizzazione di un percorso di facilitazione del reinserimento sociale di un internato della Casa Lavoro di Castelfranco Emilia nel periodo di attesa del termine della misura di sicurezza. Nella giornata di sabato l’internato svolge diverse attività, mettendo a disposizione le proprie capacità e competenze per le necessità parrocchiali, al fine di favorire il suo progressivo inserimento sociale attraverso la nascita di una rete amicale e di supporto che naturalmente va creandosi nel trimestre di realizzazione di questo progetto, che iniziato a marzo si concluderà alla fine di giugno. “E dopo giugno si vedrà “ sorride tristemente A.L.. Con lui c’è D.Z.A., un altro internato di Castelfranco in uscita pomeridiana che prima di rientrare ha raggiunto l’amico per un saluto.

“Abbiamo scritto a tutti, si sono fatti dei convegni, le conclusioni sono unanimi: è una norma assurda, forse anche anticostituzionale, ma nessuno vuole cancellarla – dicono i due internati ribadendo quanto già scritto in conclusione della lettera indirizzata a Papa Francesco – A chi può interessare difendere i “socialmente pericolosi”, i “delinquenti abituali o professionali” come veniamo definiti? Chi ha interesse a togliere una norma che, agli occhi della società, metterebbe in libertà delle persone indegne? Non sono bastati, evidentemente, gli anni di carcere che abbiamo scontato, a giusta punizione per quanto abbiamo fatto”.

“Questa misura fa acqua da tutte le parti, è da rivedere completamente: non si può pensare di attuare il reinserimento di un internato nella società senza dargli gli strumenti per farlo” esclama Ermido Lerose, coordinatore del progetto promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Modena, che vede il coinvolgimento di realtà e associazioni di volontariato modenesi all’interno ed esterno della Casa lavoro di Castelfranco – Noi come volontari nel nostro piccolo riusciamo a fare ben poco: lo facciamo col cuore ma facciamo quello che possiamo, perché a queste persone non riusciamo a dare né un alloggio né un lavoro, che è ciò di cui hanno più bisogno per rifarsi una vita e riappropriarsi della libertà, come è giusto che accada dopo aver scontato i propri errori”.

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