Un treno per Auschwitz, tempo al tempo

Ci vuole tempo per scrivere del treno per Auschwitz 2013. Non perché ci voglia tempo a pensare a quanto bella e potente sia stata questa esperienza per i 520 ragazzi di 32 istituti superiori di Modena e provincia che hanno partecipato. Ma per provare a mandare giù quello che in sei giorni intensissimi si è visto. Ma il tempo da solo non basta; il treno per Auschwitz no, proprio non va giù. Non si dimentica, non si digerisce, non si ricorda con meno dolore. A settimane dal rientro, ti resta dentro un senso di profondo disgusto alla vista di qualcosa che evochi il nazismo. Si deglutisce con più forza ogni volta che la televisione (ancora troppo poco spesso, per la verità) manda in onda le primissime immagini girate al momento della liberazione di quel campo.

Il treno per la memoria organizzato nel marzo scorso dalla Fondazione Fossoli insieme a Fabello viaggi è tutto questo. Ecco perché raccontarlo è difficile. Tutto comincia su un treno che percorre lo stesso tragitto che da Fossoli a Cracovia – 70 anni fa – trasportava migliaia di prigionieri ebrei che credevano di andare verso un nuovo paese e un nuovo lavoro e che invece andavano a morire. Comincia nelle cuccette in cui gli studenti (entusiasti e distratti, del resto hanno 18 anni e tutta l’energia del caso) si stringono curiosi. Comincia nei vagoni in cui il gruppo dei Flexus (insieme alle rappresentanti del coro delle mondine di Novi) canta festoso un repertorio sempre amato, da De André a Bella Ciao. Comincia dal freddo polacco che ti entra subito dentro dopo una notte di viaggio, da quella neve compatta che scende veloce.

Da quel momento il tempo scorre velocissimo perché il ritmo non lascia spazio. Ci si trova immersi in giorni di viaggio che costano tanto in termini emotivi. Auschwitz colpisce per tante cose, ma in particolare per quello che è. Oggi Auschwitz si chiama Oswiecim (e anzi si chiamava così anche prima che i nazisti arrivassero e la rubassero per i loro scopi); la gente ci vive – anche ai bordi del campo le villette hanno i giochi per i bimbi in giardino e sullo sfondo la porta della morte – e ci lavora. Tante imprese si sono conquistate lo spazio che avevano prima dell’occupazione, nelle stesse aree in cui 950mila persone furono uccise. Perché il campo di concentramento è più grande di quanto si creda: sei chilometri per tre solo la parte industriale. Poi c’è Auschwitz I, il primo settore. C’è Auschwitz II. C’è Birkenau. C’è un’intera città usurpata e trasformata in macchina di morte che oggi vive del suo passato.

Nell’ultimo anno a Oswiecim sono nati tre alberghi e quattro ristoranti in più, nell’anello che precede l’arrivo all’ex campo di concentramento dove il pellegrinaggio dei turisti è incessante. La Polonia ogni giorno fa i conti con un passato terribile e con la linfa vitale che quel passato regala alla popolazione. Le guide polacche raccontano quel campo di concentramento tutti i giorni a migliaia di comitive diverse, e la sera tornano a casa, a 400 metri di distanza, preparano da mangiare ai loro figli e il giorno dopo tornano al campo al lavoro. Eccola qua, la faccia che ti resta impressa di un mondo che non immagini.

Tutto il resto, di Auschwitz, lo hai già visto: nei film, nelle fotografie, nei libri di scuola. Anche se, e questo i ragazzi lo ripetono ogni volta che possono, «non è la stessa cosa». Ti si taglia la pancia, dentro, alla vista di una montagna di capelli umani tagliati ai prigionieri ebrei e destinati al mercato tessile tedesco. Sale l’orrore si fronte ad una stanza fatta di protesi, tolte ai disabili prima di ucciderli. Sembra di non poter respirare dentro la prima camera a gas, quella stanza angusta in cui chi credeva di andare a fare la doccia veniva invece ucciso da piccole bolle di zyclon-b (l’acido cianidrico) che in quindici minuti facevano esplodere le orbite degli occhi e seccavano la pelle.

Restano impressi i binari, dentro il settore di Birkenau, quello che contiene i forni crematori (nati per scopi sanitari e finiti per essere camere a gas, la più grande macchina di morte che ogni giorno poteva spegnere 1300 vite). Due strisce parallele di metallo che portavano alla morte convogli interi di innocenti, di bambini, di donne. Provi a immaginarti il rumore, le grida, la disperazione. Ma non ci riesci. Perché se Auschwitz non fosse stato quello che è stato, sarebbe un posto meraviglioso: betulle a perdita d’occhio, daini che pascolano, lepri che saltellano tra le baracche in legno. Il sole che fa scintillare la neve. Il silenzio. Non ce la fai, ad Auschwitz, a sentire il rumore del dolore. Ma puoi sentire freddo, quello sì. Puoi sentire quanto punge un brivido di orrore nell’ascoltare come si moriva di stenti, di fatica, di fame. Puoi sentire quanto fa male guardare un muro di fotografie di ebrei che riempivano valigie e valigie di ricordi che finivano subito tra le mani cattive dei nazisti. Puoi sentire la pelle d’oca che trapassa i vestiti nel fissare la porta della morte varcata da un milione di persone e superata, alla liberazione, solo da 7mila sopravvissuti. Puoi vedere e puoi sentire la bellezza di una fiaccolata fatta da 520 studenti di 18 anni che marciano per 800 metri sotto il vento per raggiungere il monumento alle vittime e mostrare fieri gli striscioni con i loro pensieri. «I testimoni siamo noi», «Ricordare», «Mai più». Sono parole che, in mano a questi ragazzi, vogliono dire molto di più. Ecco perché il treno per Auschwitz non si può raccontare: perché ce lo racconteranno loro.

Galleria fotografica di Sara Zuccoli:

Una risposta a “Un treno per Auschwitz, tempo al tempo”

  1. bellissima illustrazione del viaggio di quest’anno, mio figlio era tra i partecipanti e a parte la “montagna di capelli” non è riuscito a raccontarci molto di più!

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