Tutti giù in cortile!

IMG_1409Si può rifare tutto daccapo, come se nulla fosse accaduto, abbellendo i palazzi e le piazze, sostituendo i vecchi mattoni con strutture moderne e colorate. Oppure si può ricostruire “la casa dell’uomo”, dando ampio spazio ai “cortili”, abbattendo le transenne dei centri storici e – modificando la viabilità – facendo convogliare le strade al “cuore della città“. Le rassicurazioni sullo stato di emergenza o sullo slittamento dei pagamenti delle imposte non sono sufficienti: la macchina organizzativa della ricostruzione in capo alla Regione lascia spazio a una cultura urbanistica in grado di conciliare l’uomo e la natura? A un anno ormai dal sisma che ha piegato l’Emilia questa riflessione si fa urgente.

Il modello de L’Aquila è lontano anni luce da quello emiliano. E certi “orrori abruzzesi” non si dovrebbero più replicare. Ma la guardia va tenuta alta, perché a volte «il dopo terremoto può essere anche peggio» dei danni provocati dalle scosse. Lo ha spiegato bene Francesco Erbani, giornalista autore di diverse inchieste per conto di Repubblica intervenuto al convegno “Ascolto il tuo cuore, città. Come (ri)costruire la casa dell’uomo” promosso dal Centro Ferrari. La capacità di reazione del popolo emiliano (ma anche delle istituzioni locali che hanno preso in mano la ricostruzione dopo la prima emergenza gestita dalla Protezione civile), non sono sufficienti a considerare scampato il pericolo. L’Emilia vuole ripartire e non vuole rimanere imbrigliata nella burocrazia statale. Ma la fretta non è la migliore compagna dei terremotati, come ha insegnato l’Abruzzo.

«Lo slogan usato dal governo Berlusconi “dalle tende alle case”, che ha dominato il post terremoto a L’Aquila – ha spiegato Erbani -, ha dimostrato di essere sbagliato da tutti i punti di vista. La pianificazione urbanistica deve essere una procedura lenta». Il modello della “partecipazione” è fondamentale nella ricostruzione, e ogni “modello” proposto per il “dopo”, «va continuamente interpretato» ma mano che il tempo passa e le esigente e le aspirazioni della gente cambiano.

Il post-terremoto, anche in Emilia, può fare più danni di quelli del 20 e 29 maggio «per l’incapacità di far dialogare il territorio con il patrimonio artistico e culturale» come ha evidenziato Matteo Agnoletto, IMG_1404architetto, ricercatore dell’università di Bologna e coordinatore del Laboratorio Ricerca Emilia. Il commissario straordinario Vasco Errani fin dai primi giorni ha garantito che in Emilia non si replicheranno le “new town” dell’Abruzzo, ma se la ricostruzione «non viene governata con interventi legislativi e anche urbani», tra demolizioni di vecchi casolari e ricostruzione di nuove strutture in aperta campagna nella Bassa modenese, «si rischia il nuovo fenomeno delle villettopoli».

A quasi un anno dalla prima scossa tanti comuni della provincia di Modena sono ancora “cantieri aperti”. «Siamo di fronte a due alternative – ha spiegato Cristina Ceretti, giornalista -: ricostruire tutto come prima» e «rivedere le immagini dei nostri paesi come nelle cartoline anni 80 per sentirci più rassicurati». Oppure «scegliere una via più autentica, fatta di atti concreti e coraggiosi» e riscoprire «la cultura del cortile: rinunciare un pezzo del sé, della propria sfera privata, in nome di un disegno collettivo che possa essere la riscoperta di una collettività che cerca spazi nuovi per stare insieme».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *