Sete di buona urbanistica

mirandolaSiamo a L’Aquila, dopo 4 anni dal terremoto del 6 aprile 2009 dove persero la vita 307 persone e quasi 70mila rimasero senza casa. La loro storia e la nostra, intrecciate dal destino.

“Dalle tende alle case” è stata l’espressione in cui si è condensata la sfida politica del governo e della protezione civile. Mai prima dell’Abruzzo si era saltata la fase della sistemazione provvisoria dei senza tetto nei prefabbricati, una sistemazione resa necessaria dai tempi non brevi della ricostruzione, che sarebbe dovuta avvenire seguendo i tempi non brevi di una pianificazione. Si è invece inventato il progetto CASE: 19 insediamenti con 4449 appartamenti per circa 16mila persone; quindi solo una parte degli sfollati aquilani, un terzo grosso modo. Sono stati occupati oltre 160 ettari di terreni prevalentemente agricoli: più o meno la stessa estensione del centro storico aquilano, circoscritto nelle mura avviate a metà del Trecento. In parte queste localizzazioni sono avvenute accanto a insediamenti preesistenti. In parte no. Sono insediamenti definiti “durevoli”. “Durevole”?: che cosa vuol dire? È un’espressione che in un segmento semantico si colloca a metà strada, grosso modo, fra “provvisorio” e “definitivo”. Qualche tecnico quantifica in venti-trent’anni la durata di questi edifici, prima di avviare una straordinaria manutenzione questi insediamenti sono case e basta. Chi ci abita ora ci abiterà per sempre? […] L’unico spazio collettivo almeno per gli adulti è il parcheggio sistemato sotto ogni edificio fra due grandi piastre di cemento armato intervallate dai piloni che attutiscono le scosse. Per i bambini c’è un piccolo parco giochi con qualche scivolo. E nient’altro. Un funzionario della protezione civile al quale facevo domande un po’ insistenti è sbottato dicendo: «Sì molti si lamentano, qualcuno mi ha chiesto persino: “e dov’è la chiesa?”». Sperava in una complicità laica. E invece anche un laico e un non credente trova del tutto legittima la domanda di quel signore. Francesco Erbani “Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe”, Laterza 2010, pgg.9-10.

Francesco Erbani sarà al Centro Ferrari nei prossimi giorni (il 23 aprile ore 21) e insieme a lui proveremo a rispondere a alla domanda “perchè parlare di urbanistica?”. Erbani lavora nella redazione culturale del quotidiano La Repubblica. Più di tutti ha dato voce a molti protagonisti del terremoto de L’Aquila, indagando vicende note e meno note, rivelando le inchieste giudiziarie, scavando sotto la superficie della cronaca, analizzando i meccanismi dell’informazione ed esaminando in modo critico il periodo dell’emergenza.

Il destino de L’Aquila, così come è stato impostato nei mesi dell’urgenza, è di essere una città senza centro, senza centri. Senza luoghi pubblici di socialità, di incontro, di scambio.

Mirandola e l’area nord modenese reclamano a voce alta i loro centri storici, densi di storia e cultura che attingono dal migliore Rinascimento italiano ed europeo. Le amministrazioni stanno già lavorando in questa direzione. Dopo la risposta all’emergenza questo è il tempo cruciale delle scelte urbanistiche.

Mi auguro non si cerchi rifugio nella vanità delle “Archistar”, nella mediocrità di certi mestieranti della costruzione o in tutto ciò che viene concepito perché resti eterna periferia. Abbiamo una, tanto tragica quanto straordinaria, occasione per dare il buon esempio di come si può disegnare una bella città su un foglio che, haimè, è quasi bianco.

2 risposte a “Sete di buona urbanistica”

  1. nonostante il momento di forte “abbattimento”,che puoi ben capire,mi auguro che si riesca
    nell’impresa!spero che la nostra contemporaneità non si distingua,ancora una volta,per incapacità progettuale e cattivo senso estetico.

  2. Sono in un momento difficile, come tanti di noi, spero che si riesca. Dobbiamo mantenere alto il senso estetico.

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