Senza cultura, ecco perché va tutto a rotoli

«Gli eventi culturali sono piuttosto frequentati, ma più per trovare gente con cui bere una birra che per i contenuti che propongono. Per questo la città continua ad andare a rotoli nonostante il Festival Filosofia faccia sempre il tutto esaurito». Così Pietro Rivasi, organizzatore di Icone, International Festival of writing and street art, e socio della galleria D406 – Fedeli alla linea. Lo abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare dello spirito culturale underground che graffia i muri modenesi… e non solo.

«Il writing e la street art sono una forma di comunicazione con un fortissimo messaggio politico, solo a volte esplicito – sostiene Rivasi – Per cui uso la città, e faccio in modo che sia usata, come un muro al quale viene applicata la cultura che amo di più, quella appunto del writing e della street art, così che tutti ci si possano imbattere e confrontare, nella speranza che la gente ne risulti stimolata. Penso che Modena  – prosegue Rivasi – abbia una forte tradizione underground: in passato La Scintilla, il Left, l‘Aargh! e i vecchi festival de l’Unità hanno fatto in modo che la nostra città avesse davvero poco da invidiare ad altre realtà vicine e ben più grandi e sensibili, come Bologna. Oggi molte cose sono cambiate e per quanto riguarda le realtà che conosco in prima persona, come il Node, lo Juta, l’Off, gli spazi espositivi di via Carteria, la stessa Icone e l’ormai fu Avia Pervia ora confluita in D406 – Fedeli alla linea, credo offrano una buona rosa di opportunità a chi non si trova a proprio agio in contesti più mainstream e “ufficiali”».

Allora non è vero che, come molti giovani sostengono, a Modena non accade nulla e che il suo centro storico sia povero di attrattive…
«Sostenere ciò mi pare sia una grossa sciocchezza: forse il fatto di essere cresciuti in un posto così ricco di iniziative fa pensare che tutto sia scontato ma credo che altre realtà siano estremamente meno fortunate. Vero è che col passare degli anni diverse realtà hanno perso peso e credibilità, ma contemporaneamente ce ne sono altre che si sono consolidate. Si può sicuramente discutere sul tipo di proposte, possiamo dirci che le mostre che fanno nel tal posto non ci piacciono o che quelli che suonano nel talaltro non ci interessano, ma di certo non si può dire che la città sia povera di iniziative. Gli eventi culturali, nel senso più ampio del termine, sono piuttosto frequentati, anche se temo che siano frequentati più per trovare gente con cui bere una birra che per i contenuti che propongono, e ciò mi fa pensare che sia un po’ per questo che il mondo, e la città in particolare, continuino ad andare a rotoli nonostante il Festival Filosofia faccia sempre il tutto esaurito».

Cosa ne pensi dell’evento “festival” in rapporto al modo di fare e comunicare cultura?
«I festival sono contenitori che danno alla gente una scusa per stare insieme e alcuni ne traggono spunti di approfondimento e riflessione. Anche se personalmente non li frequento molto, ben vengano questi eventi: ogni spunto è buono per fare cultura e ogni volta che qualcuno leggendo il nome di un poeta o di un cantante sul programma di un festival va poi a guardare su Wikipedia chi è e cosa ha fatto, credo che il mondo migliori un po’. Per quanto riguarda la mia esperienza diretta con Icone, posso dire che per ora, nonostante gli innumerevoli sforzi fatti negli anni, non credo siano stati raggiunti grandi traguardi a livello di comunicazione; noi non siamo mai stati bravi a promuoverci e non abbiamo nemmeno avuto grandi aiuti in tal senso, perciò la manifestazione è rimasta tutto sommato piuttosto underground. Ciò da una parte va benissimo, dall’altra ne limita l’impatto sociale e le possibilità di evoluzione. In particolare, quest’anno, in occasione della sinergia creatasi con D406 che ha reso la manifestazione ancora più imponente, speravamo in un ritorno maggiore da parte dei media nazionali per dare particolare risalto alla situazione dei nostri comuni terremotati su cui si è focalizzata l’edizione 2013 di Icone, ma le cose non sono andate esattamente come avremmo voluto».

Il nome “Icone” deriva dalle opere di Olivier Stak e Honet che nel 2002, quando si è svolta la prima edizione del festival, erano tra i precursori del cosiddetto “post graffitismo” ed avevano iniziato ad esprimersi attraverso disegni e simboli anziché con le firme e le scritte…
«Sì, e volendo che si capisse che la nostra non era una manifestazione “hip hop”, abbiamo scelto un nome che facesse subito intuire che si trattava di qualcosa di differente dalle classiche “jam” di graffiti».

Cosa ha portato Icone a Modena che prima non c’era?
«Probabilmente nulla che non ci fosse già o che non ci sarebbe mai stato… Abbiamo proseguito in qualche modo un discorso iniziato da Emilio Mazzoli che invitò Basquiat e da Sartoria che invitò Mode 2, Delta e Futura 2000, cercando di dare struttura e continuità al passaggio in città di writer e street artist».

[Immagine in evidenza: particolare di un’opera di James Kalinda, uno degli artisti esposti a Icone, International Festival of writing and street art]

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