Se il futuro non abita più qui

Quando mi imbatto in storie come quella del barbiere marocchino Nabil capace di affrontare ogni genere di avversità pur di offrire al proprio futuro opportunità migliori, quello che mi colpisce sempre è la feroce determinazione di queste persone. Persone capaci di privazioni indicibili pur di raggiungere il proprio obiettivo. Ma se il desiderio di lasciarsi alle spalle la povertà o addirittura la fame sono, da sempre, motori formidabili per affrontare enormi difficoltà, dal crollo del muro di Berlino in poi bisogna aggiungere quella che si potrebbe chiamare “Variante d’Occidente“. Se con la fine della guerra fredda il modello capitalista ha conquistato il mondo, a spingere il resto del pianeta a omologarsi a noi, non è più solamente il comprensibile desiderio di sottrarsi a condizioni d’indigenza, ma piuttosto quello di potersi permettere esattamente il nostro stile di vita. A quanto pare, una benzina altrettanto potente almeno per qualche miliardo di persone (per chi non lo sapesse, dal 2011 sulla terra siamo oltre 7 miliardi).

Niente di nuovo, d’accordo. Lo si sa. Ma questa crisi la cui fine ancora non si intravede, potrebbe essere il punto di svolta di un cambiamento epocale.

Ogni volta che mi capita l’occasione cito un articolo di quasi dieci anni fa pubblicato su Internazionale (n.560 dell’8/14 ottobre 2004): “Quando i cinesi fanno shopping“. Un reportage che racconta lo smantellamento di una fabbrica tedesca ormai dismessa per la lavorazione del carbone. Per compiere l’operazione di smontaggio, impacchettamento e spedizione pezzo per pezzo nella madrepatria dove la Kaiserstuhl (questo il nome del complesso industriale) verrà ricostruita identica e rimessa in funzione, per quasi due anni centinaia di operai cinesi si trasferiscono a Dortmund. Direttore dei lavori, un manager – tal Mo Lishi – di un’impresa di chimica carbonifera della Cina orientale con 28.000 dipendenti. Insomma, uno che nel suo Paese, anche dieci anni fa, non se la cavava di sicuro malaccio. A lasciarmi a bocca aperta, mentre da noi quando si parla di manager si finisce inevitabilmente per discutere di stipendi da favola, è la descrizione dello stile di vita di Mo Lishi durante la lunghissima trasferta tedesca: “In ufficio, Mo sistema un letto, sopra il quale fissa una zanzariera. Trascina nella stanza la sua rigida valigia blu e pensa dove sistemare le sue cose. Armadi fuori uso e polverosi, un tavolo impiallacciato tutto coperto di graffi, una scopa logora, un paio di grucce, un rotolo di carta igienica: ecco la camera da letto e il salotto di Mo per il prossimo anno e mezzo. Intanto sua moglie abita da sola in uno spazioso appartamento accanto alla piscina pubblica di Zoucheng, in Cina“.

Ad un certo punto a trovare Mo Lishi arriva la figlia Ziwei. Perfino lei rimane di sasso. E il dialogo tra i due è indimenticabile: “Quando Mo fa vedere alla figlia il suo alloggio, compreso l’ufficio, Ziwei si spaventa: ‘Papà, ma perché ti fai questo?’. A una finestra penzolano delle mutande che Mo ha steso ad asciugare. ‘Ma papà, tu sei un uomo potente: in Cina hai tanti amici, hai un bell’appartamento!’. Mo ascolta in silenzio. ‘A casa hai un ufficio con poltrone costose. Hai sette segretarie. Hai donne delle pulizie che vengono ogni giorno a mettere ordine. E poi, non sei più giovanissimo. Ma perché non te ne torni a casa?’. ‘Non sono mica vecchio’, replica dolcemente Mo. ‘Ho ancora da fare. Se fossi vecchio, non avrei più niente da fare’. ‘È una vita che lavori’, ribatte la figlia, ‘perché hai accettato questo incarico?’. La Kaiserstuhl  è tecnica moderna’, risponde Mo, ‘e io voglio portare questa fabbrica a casa, perché ne sono orgoglioso’.

Chissà se oggi, dieci anni dopo, nella Cina ormai divenuta la grande “fabbrica del mondo”, si troveranno ancora dei Mo Lishi disposti a simili sacrifici. Nel suo caso poi, nemmeno per un interesse personale diretto, ma in nome di quello che lui ritiene essere il progresso di un’intero Paese. Di sicuro nel mondo ormai globalizzato di Mo ce ne sono ancora parecchi, tutti determinatissimi a far propria la “Variante d’Occidente”. A confermarlo è un bellissimo reportage da Davos, la località svizzera che ogni anno riunisce capi di stato e grandi manager di tutto il mondo, scritto da Emmanuel Carrère, autore di uno dei più interessanti libri usciti l’anno scorso, Limonov, pubblicato originariamente sulla rivista francese Revue21 (e tradotto su Internazionale n. 983 del 18/24 gennaio 2013).

Abbiamo un’idea sbagliata del dibattito: quello che succede oggi (…) gli occidentali lo definiscono in termini di crisi e di disastro, ma per i paesi emergenti il discorso è completamente diverso, il nostro disastro è il loro trionfo. In altre parole, se nel tempo in cui cinque cinesi o indiani passano dalla povertà alla classe media, due europei o statunitensi fanno la strada inversa, ebbene non è un cattivo affare. L’unico problema è che questo non ci farà piacere. Noi eravamo i ricchi e loro i poveri, ma la situazione sta cambiando. E Davos è così appassionante proprio perché si assiste a questa mutazione come in laboratorio. Le star non sono più i responsabili delle grandi aziende quotate alla borsa di Parigi né i banchieri statunitensi né i capi di stato occidentali. Le star sono i cinesi, gli indiani, gli indonesiani, gli africani. Questo forum, che voi vedete (…) come la roccaforte di un’oligarchia sazia e assediata, è di fatto l’evoluzione di quello che un tempo era chiamato terzomondismo. Siete voi i pavidi, i retrogradi, le vostre facce spaventate da lettori di Le Monde Diplomatique sono solo le maschere del vostro panico. Sì, i vostri paesi stanno diventato il nuovo terzo mondo. Sì, i vostri piccoli risparmi si stanno volatilizzando. E se ci sarà una nuova rivoluzione del 1789, non sarà quella del 99 per cento di occidentali medi contro l’1 per cento di occidentali ricchi, ma quella degli ex dannati della Terra contro i loro ex padroni coloniali, cioè voi“.

Messaggio chiaro, no? Al di là delle motivazioni della crisi (tutte vere, per altro) che di solito ci vengono fornite – le speculazioni finanziarie, la crisi dei titoli subprime del 2006, la debolezza strutturale dei paesi mediterranei, il declino delle democrazie, ecc. ecc. – la questione fondamentale è che la torta è sempre quella, solo che a volere la propria fetta ci sono e ci saranno sempre più persone. Un punto di vista che rende gli scenari futuri, almeno per quel che ci riguarda, inquietanti. Al punto che – spero solo provocatoriamente – mi viene da concludere con un breve brano tratto dal già citato “Limonov” di Carrère:

In due ore di guerra, pensa Eduard (Limonov), si impara sulla vita e sugli uomini più che in quattro decenni di pace. La guerra è sporca, è vero, la guerra non ha senso, ma, cazzo!, neanche la vita civile ha senso, per quanto è tetra e ragionevole a forza di frenare gli istinti. La verità che nessuno osa dire è che la guerra è un piacere, il più grande dei piaceri, altrimenti finirebbe subito. (…)  Il piacere della guerra, della guerra vera, è innato negli uomini come quello della pace, ed è un’idiozia volerli mutilare di questo piacere ripetendo virtuosamente: la pace è buona, la guerra è cattiva. In realtà, pace e guerra sono come l’uomo e la donna, lo yin e lo yang: sono necessarie entrambe.

3 risposte a “Se il futuro non abita più qui”

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