Rolando Rivi, beato dell’identità!

Rolando Rivi copiaPuò essere autorevolmente inserito tra gli eroi del secolo scorso, nonostante qualche vaga perplessità sia circolata qua e là a seguito della sua beatificazione avvenuta sabato 5 ottobre in un palazzetto dello sport decisamente gremito.

La storia di Rolando Rivi è breve. Nasce a San Valentino di Reggio Emilia nel 1931 ed entra in seminario, a Marola, nel 1942 all’età di undici anni. L’occupazione tedesca ai tempi della guerra tronca, però, quell’esperienza a lui tanto cara costringendolo a rientrare alla casa paterna dopo soli tre anni. La chiusura del seminario, tuttavia, non impedisce a Rolando di sentirsi seminarista dentro e di continuare a vestire quotidianamente quell’abito talare che per lui rappresenta l’elemento fondante della sua identità, quasi una seconda pelle.
Il 10 aprile del 1945, all’età di quattordici anni, Rolando viene preso e fatto prigioniero da un gruppo di partigiani comunisti. Viene percosso e maltrattato. A causa della sua decisione di non togliersi l’abito talare, dopo tre giorni, viene ucciso con due colpi di arma da fuoco: uno alla tempia e l’altro al cuore.
La storia di Rolando può sembrare limitata rispetto a quella dei grandi Santi, di quei Santi che hanno fondato ordini religiosi, cambiato il corso della storia, fatto opere sociali e vissuto tutta una vita intera tribolando e bestemmiando. La storia di Rolando può sembrare piccola e marginale rispetto a quella dei Santi di serie A, e forse potrebbe anche essere così. Tuttavia l’insegnamento di Rolando Rivi non è marginale e riguarda l’importanza nella nostra vita dell’identità e dei simboli che la rappresentano, laddove identità-e-simboli non possono essere disgiunti se non si vuole essere schizofrenici.

Quella che difende Rolando non è una talare, ma è un’identità. Per lui quella talare è la sua identità, e togliersela significa levarsi di dosso il senso della vita, che è molto di più della vita. Quella che attaccano i partigiani rossi non è una talare, ma un’identità. Far togliere al ragazzo quell’abito è come strappargli di dosso la sua identità, che è molto di più che togliergli la vita. Per questo motivo, per loro doverlo ammazzare è quasi una sconfitta come dimostra la truculenza simbolica con la quale mascherano la loro amarezza: un colpo al cuore e un colpo al cervello. A un bambino!!

Prima dell’incontro con l’esperienza di Rolando Rivi, credevo che la più bella definizione di identità fosse stata data da Giovanni Jervis, uno psichiatra toscano che definiva l’identità come la risposta alle domande “chi sono, da dove vengo e dove vado”. È questa sicuramente una delle più belle definizione di identità mai offerte, perché ci ricorda semplicemente che ciò che sorregge la nostra esistenza è il desiderio di appartenenza e non quello di possesso (del tipo “chi conosco, quanto ho e che obiettivi ho”)
Dopo l’incontro con l’esperienza del Beato Rivi, tuttavia, credo che lo spazio per spingersi oltre si sia manifestato, e si sia aperta la possibilità di definire l’identità come la risposta alla domanda: io per cosa mi farei ammazzare?. Mi sembra una definizione più efficace e concreta, perché aiuta a identificare quegli elementi simbolici che sorreggono l’essenza della nostra identità, e quindi della nostra esistenza. Sempre ammesso che quegli elementi simbolici (e quindi esistenziali) ci siano.
Rolando Rivi potrà anche essere considerato un Santo di serie B: non ha fondato movimenti, non ha avviato opere sociali, non ha costruito conventi e non ha confessato per ore e ore, ma ha semplicemente deciso di farsi ammazzare per una talare, per un’identità. È questo un gesto pieno e straordinariamente bello, che si coglie nella matura dolcezza del suo volto in quell’immagine in cui posa vestito della sua veste talare. Rolando Rivi un’identità ce l’aveva. Beato lui.

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