Quelle lacrime che tornano a scorrere dopo secoli

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C’è chi di fronte a una statua sente l’impulso di sfregiarla o decapitarla: è sempre successo, con motivi più o meno validi. E’ famoso il caso di Lorenzino de Medici, poi detto Lorenzaccio, che decapitò le statue degli imperatori romani. Oppure la statua della Sirenetta di Copenaghen, che da decenni viene torturata, amputata, decapitata. A volte si tratta di atti simbolici, ma più spesso di semplici impulsi dettati da problemi di instabilità mentale. C’è chi invece le vorrebbe vive e allora le fa piangere: è il caso delle varie madonnine e di qualche Padre Pio. Oppure chi, grazie ai misteri della kabbalah, può darle vita e farne un servitore (il Golem, ma anche Pinocchio, sebbene Geppetto fece a meno della kabbalah, per quanto ne sappiamo). Ma la maggior parte di noi, semplici turisti della domenica, si accontenta di un’azione ben più elementare: contemplarle e al massimo fotografarle. Eppure, chiunque abbia fissato per più di qualche secondo una statua – il tempo che l’autofocus della fotocamera faccia il suo dovere – ha provato una strana sensazione, una misteriosa inquietudine di fronte a quegli occhi spenti eppure così espressivi. Sembrano come noi, ma non sono come noi.

E’ forse da questo presupposto che è partita Elisabetta Sgarbi per il suo film “Il pianto della statua”. Non statue qualunque, ma i cosiddetti compianti di terracotta, in particolare l’impressionante opera “Il Compianto su Cristo Morto” del modenese Guido Mazzoni, un gruppo di statue a grandezza naturale che raffigurano il lamento funebre sul corpo senza vita del Cristo, ammirabili oggi nella Chiesa di San Giovanni Battista, in Via Emilia Centro. Nel film della Sgarbi – commissionato dalla regione Emilia Romagna – si cerca di dare voce a questi capolavori immobili attraverso testi di artisti e intellettuali di diversa provenienza, come Umberto Eco, George Romero, Michael Cimino, Antonio Scurati e altri, recitati da Anna Bonaiuto e Toni Servillo. Ma quello che forse è più interessante è l’intenzione della Sgarbi di vedere in modo diverso le statue, di dar loro vita attraverso il movimento e la luce dell’immagine cinematografica.

E dunque siamo di nuovo lì: vogliamo dare vita alle statue. Non ci accontentiamo di vederle immobili, soprattutto di fronte a opere così espressive come quelle dei compianti di Mazzoni, vero cinema di terracotta. Non è il primo esperimento del genere. Anzi. E’ dimostrato che già 32mila anni fa l’uomo tentò qualcosa di molto vicino al cinema nella celebre grotta francese di Chauvet, dove le pitture rupestri, sfruttando le irregolarità della parete rocciosa e il baluginio della fiamma, davano vita, con l’illusione del movimento, a quelle scene di caccia ancora oggi meravigliose.

E dunque anche voi, turisti della domenica, tentate un piccolo esperimento empirico: andate nella Chiesa di San Giovanni Battista, vicino a piazza Matteotti, guardatevi intorno, aspettate che non ci sia nessuno, accendete una candela e fissate i volti addolorati dei compianti di Mazzoni.

Buona visione.

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