Per fare tutto ci vuole un seme

Se hai una pianta di pomodori è molto probabile che qualche frutto, o anche solo uno, bello rosso, profumato, maturo, cadrà dalla pianta, rotolerà al suolo, lì marcirà e donerà alla terra ciò che di più prezioso ha da offrire: i suoi semi, vita in potenza. Questi semi, secondo una proposta di legge che la Commissione Europea sta prendendo in esame in questi mesi, sarebbero illegali. La “Plant Reproductive Material Law” impedirebbe di coltivare, riprodurre e commerciare semi di ortaggi che non siano certificati da un nuovo ente europeo denominato “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”.

La proposta di legge sarebbe nata dalla volontà di garantire ai consumatori di vegetali una maggiore tutela per la loro salute, estendendo il controllo sulle sementi. Naturalmente questo scenario è stato avversato da molti agricoltori, con il sostegno di scienziati che si occupano di biodiversità. In effetti il pensiero che ogni operatore agricolo debba registrare (a pagamento) le proprie sementi a un’anagrafe europea (sperando che i prodotti rispondano a precise caratteristiche certificate) desta preoccupazione. Che ne sarà della consuetudine dei contadini di conservare i semi un anno per l’altro o scambiarseli fra di loro? Per non parlare dei costi di registrazione e di acquisto, spesso inaffrontabili per i piccoli agricoltori. Non si starà aprendo la strada a una sempre maggiore omologazione e impoverimento di tutti i prodotti?

Vandana Shiva, nota attivista e scienziata indiana ha affrontato il tema dal punto di vista del pericolo per la biodiversità e per la sovranità dei popoli (vedi qui). Secondo la vice presidente di Slow Food i semi  non devono essere brevettati per tutelare i consumatori ma, al contrario devono essere tutelati da ogni forma di controllo come quella prevista dalla “Plant Reproductive Material Law” che fa soltanto il gioco delle grandi multinazionali, le quali pretenderebbero di “possedere la vita”. Le sementi industriali della grande distribuzione, passate attraverso rigide selezioni o mutazioni genetiche, offrono una grande produttività ma devono essere riacquistate anno dopo anno poiché sono programmate per dare il massimo solo nella prima semina. Le sementi tradizionali invece, quelle che i nostri nonni si sono tramandati conservandole di anno in anno, sono sempre in potenza, come natura comanda! Utilizzando sementi tradizionali, inoltre, si scongiura il rischio che un solo parassita spazzi via il raccolto di interi Paesi caratterizzati dalle monoculture.
Ma se una legge deciderà che anche le sementi tradizionali dovranno superare rigidi controlli ed essere riacquistate ogni anno per essere legali, come ci metteremo al riparo dai rischi delle monoculture e dall’oppressione delle multinazionali? Come potremo sentirci ancora padroni del nostro raccolto e in comunione con la natura?
In realtà, lo scenario proposto dalla “Plant Reproductive Material Law” non è minaccioso come le considerazioni fatte fin’ora farebbero supporre. Per il momento infatti la legge è lontana dal costituire un attacco diretto contro gli orti fai da te e i piccoli agricoltori, per il fatto che il provvedimento non è applicabile a chi produce a scopo di consumo personale, a organizzazioni di volontariato e a piccoli produttori con meno di 10 impiegati… e si sta lavorando ad altre deroghe, meno male!

Viene comunque da chiedersi se sia davvero necessario ancora una volta, andare contro la natura, stabilendo regole, standard e omologazioni, – che il movente sia la tutela dei consumatori o delle multinazionali, siamo davvero sicuri di voler mettere alla prova la Terra? Gli unici che ci potranno rimettere siamo noi.

Per approfondimenti puoi vedere qui:

http://www.nexusedizioni.it/ambiente-e-salute/tag/agenzia-delle-varieta-vegetali-europee/
http://www.youthunitedpress.com/plant-reproductive-material-law-la-fine-dellagricoltura-fai-da-te-o-lennesimo-caso-di-disinformazione/

(photo credit: rogiro via photopin cc)

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