Operatori socio-sanitari del terremoto: il pilastro di un nuovo Welfare

Sedicimila sono state le persone assistite dalla rete socio-sanitaria creata nel momento dell’urgenza post-terremoto nell’area del cratere. Tra le quali molti anziani, disabili e malati che prima del terremoto vivevano nel cono d’ombra della nostra sanità perché accuditi dentro le loro mura domestiche da signore venute da lontano. Quando il 20 maggio scorso tutti questi anziani, disabili e malati sono usciti alla luce del sole ce ne siamo quasi stupiti.

infermieri.jpgLa debolezza del sistema di cura, così come era prima, attraverso le badanti (che hanno rappresentato e rappresentano tuttora una risorsa fondamentale per i servizi domiciliari) è del tutto evidente. Era chiaro che il sistema sarebbe prima o poi imploso: il terremoto qui in Emilia ha solo accelerato i tempi, perché la crisi economica nazionale ci avrebbe portato lentamente allo stesso punto. Quindi il dibattito su un nuovo modello di welfare non è solo un problema delle zone terremotate: volente o nolente è una questione tutta italiana che prima o poi va affrontata, non solo in termini fiscali ma anche in termini di formazione e opportunità di lavoro. Magari guardando al contributo degli stranieri nel nostro Paese con occhi nuovi, meno ipocriti.

Ma c’è un dato che va messo in luce e rivalutato: l’assistenza socio-sanitaria da parte dei nostri operatori, offerta nei mesi dell’emergenza nei parchi, nelle tende, nelle situazioni di fortuna, è stata qualcosa di eccezionale. E che tutti i cittadini riconoscono. Questo è stato possibile grazie ad un personale, quello socio-sanitario, preparato professionalmente e pronto al cambiamento. Anzi, occorre dire di più. Quell’esperienza di integrazione, quel desiderio ancora vivo oggi, ad un anno di distanza, di guardare il paziente nella sua complessità, di lavorare insieme a lui attraverso un esercizio di integrazione profondo tra operatore e paziente, di valutarne le risposte con grande elasticità e predisposizione al cambiamento è qualcosa di profondamente innovativo. Un patrimonio che deve essere osservato, analizzato, studiato e promosso.

Se la nostra Regione è senza dubbio un avamposto del sistema integrato socio-sanitario e ha saputo con coraggio costruire un’alleanza tra il territorio e il sistema sanitario nazionale dando risposte spesso creative e risolutive, è arrivato il momento per pensare a nuove frontiere. Oggi, che il terremoto ha mostrato tutta la fragilità di una risposta “fai da te”, che fa ricadere sulle famiglie un peso ormai economicamente insopportabile in tempo di crisi, si apre l’opportunità di pensare nuove soluzioni sia in termini socio-sanitari che occupazionali. L’auspicio è sempre quello: l’Emilia è terra buona per le sperimentazioni. Qui si può mettere in opera un nuovo modello di welfare perché ci sono le condizioni soprattutto culturali per innovare, per cambiare e sperimentare. E i nostri operatori socio-sanitari hanno tanto da insegnare.

(scritto con il contributo e grazie all’esperienza di Luana Reggiani, che ha operato nell’emergenza post-sisma insieme a tanti validi colleghi)

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