Modena si affaccia sul Bosforo

Sarebbe un incredibile errore prospettico considerare qualcosa di lontano da noi ciò che sta avvenendo in questi giorni in Turchia. Per diversi motivi. Il primo è che purtroppo in Italia abbiamo fatto scuola in tutto il mondo in quanto a capacità di repressione poliziesca. Genova 2001 è una ferita ancora aperta che probabilmente un giorno i libri di storia riporteranno così come oggi si studia il massacro di Bava Beccaris.

Poi, ancora, perché non ci possiamo certo considerare un Paese dove il rapporto tra Cesare e Dio, tra Stato laico e la principale confessione praticata, assume contorni netti e ben distinti tra loro. Non tanto per la Chiesa, che ho sempre ritenuto impegnata a fare il proprio mestiere, ma per la complessiva ignavia di una classe dirigente tendenzialmente prona a ogni potere, compreso evidentemente quello che esercita a suo modo il Vaticano. Ecco allora che guardare dall’alto in basso la progressiva islamizzazione della Turchia perseguita dal governo di Recep Tayyip Erdogan, mi sembra un atteggiamento che non possiamo permetterci di assumere con la sufficienza di chi certe questioni non le ha mai dovute affrontare o, al limite, se le è lasciate alle spalle.

Infine, perché nel pianeta globale, al di là delle differenze culturali tra nord e sud, est e ovest del mondo, vi è una tendenza comune da parte delle varie oligarchie (trans)nazionali a cercare di mantenere il proprio potere con ogni mezzo, in un’epoca di cambiamenti epocali di cui ancora facciamo fatica a comprendere appieno la portata. Ancora una volta, una questione chiave da cui in Italia siamo tutt’altro che esentati. Enrico Letta avrà tutto il tempo per dimostrare di essere qualcos’altro dalla punta di diamante del gattopardismo all’italiana, quello che tutto cambia, tutto riforma, per non riformare né cambiare niente. Per ora, come riportava  l’altro ieri su Repubblica Barbara Spinelli a proposito del finanziamento pubblico ai partiti, i segnali sono scoraggianti. E non poco.

Ecco allora che il reportage (lo si può leggere qui o scaricare in epub o pdf) di Giuse Sapienza, giovane mirandolese in trasferta per un anno a Istanbul con l’Erasmus, assume tutt’altro spessore dal semplice racconto esotico di ciò che sta accadendo sul Bosforo. Ci tocca da vicino. Del suo lungo racconto,  mi ha colpito soprattutto lo scoppio del tutto improvviso della protesta che, fino a poco prima, era sopita, carsica. Ma che evidentemente covava sottotraccia e aspettava solo l’occasione giusta per esprimersi. La scintilla.  Forse che da noi non potrebbe accadere lo stesso?

Ciò che aspettavano era una scintilla, un evento che richiamasse tutti ad un collettivo coinvolgimento, l’ultima goccia che facesse traboccare il vaso. Quest’ultima goccia si è concretizzata lo scorso venerdì negli avvenimenti legati alla manifestazione nel parco di Gezi. Come è iniziato il tutto? Martedì 28 maggio un centinaio di attivisti si erano accampati nel parco di Gezi, situato vicino alla piazza di Taksim, uno dei punti più frequentati e trafficati della città, per impedire la demolizione da parte delle autorità di una delle poche aree verdi rimaste, al cui posto è stata prevista la costruzione di un centro commerciale. Al mattino di giovedì 30 maggio la polizia ha represso la manifestazione pacifica tramite gas lacrimogeni e bruciando tende e zaini dei manifestanti. Un incredibile passaparola ha diffuso la notizia tramite i social network ed ha richiamato centinaia di persone, soprattutto studenti, a ritrovarsi in quel punto venerdì notte per riguadagnare il controllo della piazza.

Io mi trovavo nel mio appartamento a Kadikoy, nella parte asiatica, a seguire incredula le sporadiche notizie provenienti da Taksim, che si facevano sempre più preoccupanti: uso pesante di lacrimogeni, getti d’acqua sulla folla, una donna uccisa, molti I feriti. Evidentemente non solo io, ma tutta la Turchia stava seguendo con il fiato sospeso le notizie della repressione da parte della polizia. E infatti, improvvisamente, verso le 2 di notte, sento dalla finestra la versione turca di “Bella Ciao” suonata per le strade e un crescendo di ciocchi metallici: forchette e cucchiai sbattuti sulle grate delle finestre da tutti gli appartamenti della zona.

Ci affacciamo alla finestra e il mio coinquilino australiano D. esprime a parole una domanda di cui sapevamo già entrambi la risposta: “Cosa stanno facendo?”, “Si stanno svegliando!! Stanno suonando come possono un richiamo per incitare tutti a svegliarsi!”.

Giuse partecipa direttamente alla protesta, convinta com’è che non si tratti semplicemente di una questione “turca”. Perché si sente parte di quel flusso e non una straniera garantita dalla sua condizione di “occidentale” e perciò protetta e immune da tutto ciò che le accade intorno. Sia a Modena che nel mondo intero. Conosco Giuse da qualche anno, da quando è diventata una delle migliori amiche di una delle mie figlie. Dopo le superiori, ha fatto un anno di volontariato nelle Filippine, poi si è iscritta all’Università a Bologna. Posso dire senza alcun timore di smentita che Giuse rappresenta a suo modo la nostra meglio gioventù. La più sana e più bella. Quella che un giorno spero prenda in mano questo Paese disastrato e lo renda un po’ migliore. Adesso Giuse è a Istanbul. Aspettiamo che ritorni per raccontarci direttamente i suoi giorni in Turchia. Per raccontarci che in fondo, italiani e turchi non sono altro che una faccia, una razza.

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