A Modena sono 89 mila. Ma non sono numeri

Presentato a Modena il 22° dossier Caritas Migrantes. A Modena gli stranieri sono quasi 89mila.

In provincia di Modena un lavoratore su sei è immigrato, guadagnano meno degli italiani, soprattutto le donne: mille euro netti in media, il 25% in meno. Sono alcuni dei dati del dossier statistico Immigrazione 2012 della Caritas Migrantes, presentato nei giorni scorsi all’incontro organizzato alla Camera di Commercio di Modena da Cna, Caritas, Centro Ferrari e Associazione Servizi per il Volontariato. Un volume ricco di numeri che offre una fotografia dell’immigrazione in Italia e nei suoi diversi territori, Modena compresa.

«Gli 89mila immigrati modenesi non sono numeri – spiega Franco Pittau, curatore dell’indagine – ma sono studenti, lavoratori, imprenditori, donne e bambini e provengono da 137 paesi diversi. Tutti con una storia da raccontare».

Una presenza che deve fare i conti non solo con l’ignoranza e il pregiudizio, sempre troppo diffusi (come disse Einstein, è più difficile spezzare un atomo che un pregiudizio!), ma anche con oggettive condizioni di discriminazione sociale. I lavoratori stranieri hanno il 30% di possibilità in più, rispetto ai colleghi italiani, di essere licenziati, nel 40 % dei casi sono utilizzati al di sotto delle loro qualifiche professionali e anche per questo sono pagati meno (un quarto, in media) dei lavoratori locali.

A quanti si chiedono perché, in un paese con oltre 2 milioni e mezzo di disoccupati, ci sia bisogno degli immigrati, bisogna ricordare la loro indispensabile funzione di supporto al sistema economico-produttivo: per la giovane età, la mancanza di riluttanza nell’inserirsi in settori dai quali gli italiani rifuggono o nello svolgere mansioni non corrispondenti al loro livello di formazione (ad esempio, sono decine i laureati in medicina che lavorano come badanti), come anche per la maggiore disponibilità a spostarsi territorialmente per cui, senza togliere opportunità agli italiani, rimediano alle carenze del mercato del lavoro.

Già oggi, solo per dare qualche esempio, gli immigrati sono una struttura portante della nostra economia. Sono stranieri: l’80% dei collaboratori familiari per assistere gli anziani ultra65enni, il 50% dei calciatori della Serie A (oltre il 70% nell’Udinese e nell’Inter, dove si parlano 13 lingue diverse), il 40% dei i marittimi nelle navi mercantili, il 30% dei lavoratori nell’edilizia, il 10% degli infermieri.

Sempre più numerosi sono inoltre gli imprenditori stranieri (249.464) e gli iscritti ai sindacati (1 milione e 159mila): segno della loro esigenza di maggiore tutela: la flessibilità si trasforma troppo spesso in sfruttamento e in esposizione al rischio di infortuni.

Una forza lavoro, quella degli stranieri, che apporta un beneficio economico per l’Italia pari ad almeno 1,7 miliardi di euro, specialmente grazie all’importo rilevante dei contributi previdenziali versati a fronte di un ridottissimo numero di persone che vanno in pensione.

Anche in prospettiva futura la loro incidenza sarà sempre più indispensabile per lo sviluppo economico del Paese: secondo le previsioni Istat, infatti, nel 2065 la popolazione complessiva sarà di 61,3 milioni di residenti, con una diminuzione degli italiani di 11,5 milioni a seguito del calo demografico rispetto ad oggi e di un saldo positivo che avverrà solo grazie a 12 milioni di nuove migrazioni dall’estero.

Se l’immigrazione costituisce quindi un apporto dal punto di vista demografico e occupazionale, se gli immigrati venuti in Italia, nonostante tutto, hanno sentimenti di amicizia nei nostri confronti e di attaccamento all’Italia: perché non iniziare a costruire insieme un nuovo futuro per l’Italia?

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