Matrimonio di Gaber, esperienza di convivenza ideologica applicabile ad un Partito democratico

OMBRETTACOLLIilsaporedellavitaindue2Molti probabilmente sanno che Giorgio Gaber è stato sposato per tutta la vita con Ombretta Colli. Era il 12 aprile 1965 quando i due si sposarono nell’Abbazia di Chiaravalle a Milano ed era il 2003 quando i due, purtroppo, si separarono a causa della dipartita terrena dell’ideatore del teatro-canzone. Come abbia fatto Giorgio Gaber, una delle bandiere della sinistra nazional-popolare degli anni ’70, a sposare e a restare per quasi quarant’anni con Ombretta Colli, destroide dentro nonché berlusconiana della prima ora, è un tema che di tanto in tanto riemerge nei dibattiti tra amici e parenti. Ovviamente, la cosa potrebbe anche essere letta al contrario, e ci si potrebbe chiedere perché Ombretta Colli, illuminata sulla via di Arcore, non abbia deciso di abbandonare il suo irredimibile partner sinistroide.
A prescindere dal punto d’osservazione maschile-o-femminile che si voglia assumere, risulta interessante applicare le ipotetiche ragioni – almeno tre – che sottendono alla strana convivenza politica tra il Gaber e la Colli all’esperienza vitale di un organismo politico grande-e-plurale quale è (o dovrebbe essere) un Partito democratico.

La prima ipotesi relativa alla resistenza matrimoniale di due persone ideologicamente agli antipodi quali Giorgio e Ombretta risiederebbe nel fatto che i due siano stati veramente innamorati l’uno dell’altra. L’amore, si sa, non guarda in faccia o nelle tasche di nessuno, e non guarda alle ideologie che vagano nei meandri cerebrotici degli innamorati. L’amore non guarda ai particolari, ma all’insieme, e non si ferma davanti alle differenze ideologiche. È questa l’ipotesi dell’amore, sintetizzabile nello slogan: l’amore ama. Punto.
La seconda ipotesi sulla longevità matrimoniale gaber-colliana potrebbe invece soggiornare nella ammaliante bellezza dell’allora giovane Ombretta Colli (attenzione, lei arrivò seconda a Miss Italia nel 1961) in grado di travolgere eternamente il nostro chansonnier che, al contempo, avrebbe conquistato il cuore della bella Ombretta con la forza dell’ironia e dello charme. L’attrazione, il piacere, non guarda alla convenienza razionale, ma a quella affettiva, e non si ferma davanti alle differenze ideologiche. Chiamiamo questa l’ipotesi del piacere, sintetizzabile nello slogan: il piacere tira. Punto.
La terza ed ultima possibilità, invece, risiederebbe nel fatto che i due si siano sbagliati. I due sarebbero stati attratti inizialmente dalla inspiegabile straordinarietà del caso, che li avrebbe condotti a sposarsi, a fare una figlia e a stare comunque insieme per tutta la vita (lei più su Milano, lui bazzicante Camaiore) nonostante la carenza di amore e di piacere. In questo caso, il cemento armato della relazione matrimoniale sarebbe da ricercarsi nel contratto matrimoniale, un vincolo morale (un dovere) a cui adempiere e a cui rimanere nei-secoli-fedeli anche di fronte a radicali differenze ideologiche. È l’ipotesi del dovere, sintetizzabile nello slogan: il dovere esiste. Punto.

Un Partito democratico che voglia far convivere almeno due differenti ideologie (siano esse culturali o tecniche) deve decidere se farle stare assieme per amore, per piacere o per dovere. Volendo per tutti e tre i motivi contemporaneamente. E deve tenere presente che, per far convivere le diversità, bisogna saziare almeno due prerequisiti: il primo, la conoscenza identitaria, conoscere bene le differenze/disuguaglianze per decidere di amarle-gustarle-accettarle; il secondo, la conoscenza identificatrice, conoscere bene le somiglianze/uguaglianze per decidere di amarle-gustarle-accettarle. L’integrità della conoscenza è alla base della convivenza, una conoscenza che va cercata “nella strada” (seguendo Gaber) e che serve ad evitare il rischio di con-vivere non per amore, non per piacere né per dovere, ma solamente per il gusto del potere (potendo!).
Corollario: rimane, ovviamente, anche la possibilità di lasciarsi. Ma pure lì, c’è modo e modo.

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3 risposte a “Matrimonio di Gaber, esperienza di convivenza ideologica applicabile ad un Partito democratico”

  1. sembra un articolo che sembra dare per scontato una separazione in casa pd.Anche l’immagine parla da sola: siluette della P verde(Gaber) e della D rosso !!! (Colli) Forse dalle vicende modenesi?

  2. Al di là di questa analisi – un po’ provinciale invero – e al di là dei miracoli dell’amore “che tutto può e a cui tutto si perdona”, ricordo che la Colli è stata soprattutto un pessimo assessore, e per giunta in forza a quel berlusconismo al culmine del suo controverso potere: evasione fiscale poi passata a condanna, sospetti di collusione, cene eleganti e quant’altro.
    E a fronte di ciò, Gaber non mosse neppure una parvenza di critica, anzi: ricordo si fece pure fotografare avvolto con la Colli nella bandiera italiana quando a sud vinsero le destre.
    Il che non è un reato s’intende. La libertà di opinione è sacra sia a destra che a sinistra, ma francamente, da colui che citando Brel cantò “i borghesi sono tutti dei porci”, ci si sarebbe aspettati una coerenza molto, ma molto maggiore.
    Quindi, al di là di essere stato comunque un grande artista, un acuto osservatore della realtà, e un ottimo talent-scout, è chiaro che Gaber avesse degli enormi limiti ideologici. Frutto di un percorso mediatico che necessariamente gli impose dei compromessi, ma soprattutto di un’annacquata visione della lotta di classe che invece volle rappresentare a tutti i costi.
    Infine: non fu lui ad inventare il teatro-canzone: Brel, Montand e altri chansonnier lo fecero molto prima.
    Ridimensioniamo dunque Gaber, rendiamoci conto che, almeno politicamente, la Colli è stata davvero “una donna tutta sbagliata”, e ammettiamo finalmente che il loro rapporto è stato di comunissima solidarietà.
    Come accade in miliardi di coppie del mondo, quindi senza dare nè a Gaber finto rivoluzionario, nè alla sua moglie berlusconiana troppa importanza.

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