Ma servono davvero?

Scuola, meno una (settimana). Orde di genitori affollano negozi specializzati, librerie e centri commerciali per acquistare nell’ordine: libri scolastici, quaderni, quadernoni, penne cancellabili, matite, temperamatite, gomme, astucci, zaini, colori, calcolatrici e gli immancabili diari (quest’anno i must sono Violetta per le ragazze, mentre i maschietti si dividono tra seguaci di Iron Man e dell’intramontabile Uomo Ragno). Ma, soprattutto, questi sono i giorni della corsa a finire i compiti delle vacanze. In quasi tutte le famiglie si comincia l’estate con un buon proposito: quest’anno i compiti li iniziamo subito, così non ci riduciamo all’ultimo minuto. Tutto rigorosamente al plurale, perché i compiti delle vacanze (specie quando si parla di bambini e ragazzi delle elementari) riguardano tanto gli studenti quanto i genitori. Ma, per l’appunto, si finisce sempre per ridursi all’ultimo minuto, alle due settimane di settembre che precedono il via dell’anno scolastico e che richiedono uno sforzo supplementare: si torna al lavoro, o comunque si intensificano i ritmi lavorativi e di vita, e al tempo stesso si fanno corse spesso non premiate dal successo per concludere i compiti. Tralasciamo, per un attimo, l’effettiva utilità di questa attività per prendere in considerazione un altro aspetto dello stesso tema: i compiti, una volta consegnati, saranno poi corretti o accadrà che, come è esperienza comune di tanti, si farà solo una sommaria verifica degli stessi? E chi non ha fatto i compiti subirà una punizione inevitabile o evitabile?

Si dirà, probabilmente a ragione, che fare i compiti tiene in allenamento e darà l’opportunità di ripartire con più speditezza al ritorno in classe, ma ci sono anche non pochi insegnanti che, al contrario, spiegano che i compiti delle vacanze, per essere efficaci, è meglio svolgerli in modo giocoso e, di conseguenza, devono essere presi con moderazione.

«È possibile conciliare riposo con apprendimento? È possibile utilizzare il gioco come strumento per imparare divertendosi o ripassare, senza faticare, concetti imparati in modo più formale a scuola? Io penso di sì». Le parole sono di una dirigente scolastica modenese, Stefania Bigi, e sono prese dal suo blog. «Se ci pensiamo bene, la scuola è il lavoro dei bambini. (…) Allora anche gli alunni hanno diritto alle ferie, intese come periodo di riposo durante il quale occuparsi di attività diverse dal lavoro, come gioco, ozio, divertimento. (…) Certo questo diritto deve coniugarsi con l’esigenza di non dimenticare quanto appreso durante l’anno scolastico, perciò le vacanze non possono trasformarsi in un lungo periodo di inattività cerebrale, e, con un po’ d’astuzia, possono diventare un momento di piacevole esercizio mentale, in cui imparare e ripassare divertendosi».

Una attività che richiede, sicuramente, una ancor più assidua presenza dell’adulto, che si mette in gioco in prima persona, ma del resto anche far fare i compiti ai propri figli è comunque impegnativo (non solo durante le vacanze, in verità, ma spesso anche nel corso dell’anno scolastico. Pensate a quanto tempo si spende, tra sabato e domenica, per questa attività…). Insomma, i compiti delle vacanze servono davvero? E uguali per tutti? E la loro correzione porterà benefici futuri per l’allievo e la classe? Domande che resteranno probabilmente senza una risposta e che i genitori si porranno nuovamente il prossimo giugno. Quando ci si darà il proposito di fare subito i compiti per non arrivare a doversi ridurre all’ultima settimana prima dell’inizio della scuola. Sarà davvero così?

(dal numero 31 di Nostro Tempo)

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