Le piante non crescono fino al cielo

Ogni anno gli italiani gettano via cibo ancora buono per un valore di 15 miliardi di euro, circa l’1% del Pil. Ne abbiamo parlato con il professore Andrea Segrè, ideatore del Last minute market e promotore della campagna “Un anno contro lo spreco”.

Supermercato, solito giro tra gli scaffali, solita lista: acqua, uova, yogurt, insalata. Acqua ok, ma non quella ammaccata. Chissà cosa le è successo, meglio non rischiare. Vada per il pacchetto da sei di uova, anche se due sono da settimane in frigo scadute e manca il coraggio di buttarle. Yogurt… meglio cercare quelli con la scadenza più lontana, non si sa mai. Manca solo l’insalata… questa non è verde come le altre, addirittura c’è una foglia marcia. Che orrore, meglio lasciar perdere. Ed ecco che, magicamente, l’acqua ammaccata, lo yogurt che scade a breve, troppo a breve, l’insalata “difettosa”, le uova che giacciono non consumate nel frigorifero cambiano di ‘stato’: da cibo diventano rifiuti, scarti del mercato che dallo scaffale, dalla dispensa e dal frigo passano direttamente alla pattumiera. Pattumiera che, se ascoltata, ci racconta di uno spreco di cibi ancora buoni che ha un valore economico di ben 18 miliardi di euro l’anno, circa l’1,2% del Pil italiano. E, dato se si può è ancora più allarmante, 16 di questi 18 miliardi di euro gettati ogni anno dagli italiani provengono dalle nostre case, sono frutto di sprechi domestici.

Andrea SegrèA fornirci questi numeri è l’indagine Waste Watchers, l’Osservatorio nazionale sugli sprechi promosso da Last minute market, lo spin off nato nel 1998 dalla facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, su impulso di Andrea Segrè, docente di Politica Agraria dell’Alma Mater. «I dati sono inquietanti – ci spiega – e rilevano come nella filiera lo spreco stia nel nostro bidone della spazzatura, a casa nostra. Tra l’altro si tratta di quella parte di cibo ancora buono che non si può recuperare, mentre per quanto riguarda gli altri anelli della filiera (grande distribuzione, agricoltura, privati) si può recuperare tutto, cosa che facciamo come Last minute market. Quello che si getta via a casa finisce per davvero nel bidone della spazzatura».

Su impulso del Last minute market sono nate, in questi ultimi anni, tante esperienze che operano per il recupero di prodotti “scartati”, il loro riuso e riciclo. Ma come ha preso il via questo progetto bolognese? «E’ nata per caso – racconta Segrè -. Ero in visita a un mio studente che verso la fine degli anni ’90 lavorava al reparto ortofrutta di un supermercato. Dopo una passeggiata tra gli scaffali sono finito dietro le quinte e qui ho visto una scena che mi ha colpito molto: tanti beni, prodotti vicini alla scadenza o un po’ danneggiati, che erano pronti per essere smaltiti nei rifiuti. Da lì è partito tutto: ho cominciato a fare tesi di laurea su queste tematiche e a pensare che questi beni potessero essere recuperati. Dopo qualche anno è nato Last minute market, uno spin off universitario che recupera ciò che è ancora buono, non solo cibi ma anche farmaci, libri e altri prodotti non alimentari per darli a chi ha bisogno, attraverso un’azione molto potente: il dono. Il dono crea legame e valore: un prodotto che si recupera, come uno yogurt in scadenza non ancora scaduto, diventa un bene relazionale tra chi ha un’eccedenza e dovrebbe smaltirla con un costo economico ed ecologico e chi ha una carenza e dovrebbe sostenere un acquisto. E’ un meccanismo molto potente ma l’importante è tenere sempre presente che il vero obiettivo è ridurre gli sprechi non incrementarli perché aumentano i poveri, i bisognosi. E’ il sistema che va cambiato.Last Minute market è l’unica società al mondo, o in provincia di Bologna per essere più modesti, che nel suo statuto ha scritto che il suo obiettivo è l’autodistruzione. L’abbiamo chiamato “spreco zero”: ridurre a zero gli sprechi e poi fare qualcos’altro».

Per raggiungere questo obiettivo Last minute market ha preparato una vera e propria dichiarazione contro lo spreco alimentare che è stata sottoposta direttamente al Parlamento Europeo diventando una risoluzione votata in plenaria, che si propone di ridurre gli sprechi di cibo del 50% entro il 2025 e di destinare quanto risparmiato a chi ha bisogno. Il documento è stato anche tradotto in una carta, la carta “Spreco Zero“: un insieme di azioni concrete che gli enti locali italiani ed europei che decidono di sottoscriverla, si impegnano a realizzare o sulle quali possono fare pressione sul governo. Sono già 300 i comuni che hanno firmato la carta, diversi provenienti dall’Emilia-Romagna e dal territorio modenese. L’obiettivo della carta è anche fare una mappatura delle buone pratiche e permettere agli amministratori locali di scambiarsele, facendo rete tra loro.
Ma l’analisi Waste Watchers è lì a ricordarci in ogni momento che non bastano le buone pratiche dei nostri rappresentanti per mettere la parola fine agli sprechi: quei 15 miliardi di euro di cibi buoni buttati ci riguardano in prima persona e sono strettamente legati alle nostre abitudini quotidiane, dal modo in cui riempiamo carrello, dispensa e frigo. Segrè ne parla in diversi suoi libri tra cui “Cucinare con gli scarti” e “Lezioni di ecostile”, un piccolo manuale di ecologia ed economia domestica, disciplina tanto antica quanto preziosa: «L’economia domestica – prosegue Segrè – si insegnava nelle scuole, le nostre mamme e nonne la conoscono benissimo, mentre noi e i nostri figli, invece, abbiamo perso questa “intelligenza ecologica”. Penso che la riduzione degli sprechi domestici debba partire dall’abbattimento di quattro totem: il primo è il carrello della spesa. Bisogna fare la spesa in modo un po’ più consapevole: è inutile riempire il carrello, adesso che poi siamo in crisi, di cibo che poi potrebbe scadere nel frigorifero. Il frigo, altro totem, va usato bene, non è uno strumento per stipare ma per conservare, basta leggersi le istruzioni, e poi la cucina stessa, fare in modo che anche gli scarti non avanzino. Mangiare bene, anche gli scarti, e far dimagrire il bidone della spazzatura, ultimo totem». Il tutto a partire da una concezione del mondo che esce dagli schemi tradizionali “economia-centrici”, da una prospettiva differente che rimette al centro il pianeta e la necessità di vivervi in armonia, in maniera sostenibile. Non a caso il termine inglese ‘sustain’, fa notare Segrè, indica il pedale del pianoforte che permette di allungare le note, di produrre armonia.

Nel suo libro Economia a colori Segrè pone l’attenzione sulla radice comune tra le parole economia ed ecologia, sottolineando come la prima si riferisca all’amministrazione della casa, del domestico (eco viene dal greco oikos che significa casa) mentre la seconda faccia riferimento ad una realtà più ampia, quella dell’ambiente, del pianeta. «Va da sé che l’ecologia deve contenere l’economia; quest’ultima può esserne un capitolo, un aggettivo ma comunque deve starne all’interno. E’ partendo da questa visione di ecologia economica che io collocherei l’uscita dalla crisi che stiamo vivendo. Ricordando sempre che le risorse del pianeta non sono infinite, che, come scrisse Goethe, “le piante non crescono fino al cielo”».

 

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