La rivoluzione dei nuovi proletari del web. Forse…

Proletari fa rima con rivoluzionari?

Pagati per cliccare “Mi piace” su Facebook. Un clic, un centesimo. Roba da poveracci che però dicono che con questo sistema sottraggono un po’ di profitti ai grandi del web. E’ davvero così? Chi sono questi operai della rete? Sono i nuovi proletari tecnologici o dei tech-rivoluzionari che cercano di erodere almeno le briciole dagli enormi fatturati dei grandi player che oggi controllano il mercato pubblicitario online, Facebook e YouTube (ovvero Google) su tutti? E’ questa la domanda che bisogna porsi di fronte a una piattaforma come Clinkomatic, un servizio per aziende che intendono promuovere le loro campagne sul web pagando per aumentare i like sulla propria pagina Facebook, le views ai propri video, o semplicemente creare massa critica attraverso condivisioni sul social creato da Mark Zuckerberg o Twitter.

Il sistema è semplice: un’azienda aderisce a Clinkomatic per lanciare una campagna e a quel punto vengono sguinzagliati i clinkers, gli utenti attivi (pochi al momento, visto che sono 2664 quelli dichiarati)  che, attraverso i propri profili Facebook, Twitter ecc. cominciano a rilanciarla. Naturalmente in base alla profilazione richiesta dal cliente che spesso (provate a lanciare una campagna su Facebook per capire come funziona) è molto dettagliata per età, sesso, residenza, gusti. Il perché è semplice: condivisioni e like acquistati devono risultare realistici, provenienti da gente che ha effettivamente dei profili attivi, non dei fake che servono solo a far numeri. Vi immaginate una campagna per un prodotto intimo femminile, in italiano, con 10.000 mi piace tutti cliccati da utenti pakistani magari pure di sesso maschile?

Una marea di “mi piace”.  Tutti a pagamento.

Al momento Clinkomatic dichiara sul proprio sito 194 campagne attive e 2852 già eseguite. Da uno screenshot postato da un clinker sulla pagina Facebook della piattaforma si possono vedere alcuni dei soggetti che hanno realizzato le loro campagne di promozione attraverso questo sistema:

clink

Quanto guadagnano i clinkers attraverso la loro partecipazione attiva al sistema? Tutto è spiegato nelle FAQ: “Ogni link ha un valore ben preciso: da 1 centesimo fino a 5 dollari per ogni singola azione svolta. La quantità di azioni che un clinker è in grado di eseguire sono calcolate in base alle caratteristiche della propria profilazione (età, sesso, luogo di residenza, ecc.) e possono variare ogni giorno”.  In pratica ogni giorno un clinker si trova una serie di azioni, a guadagno variabile, da eseguire sui vari social. Parte così la sua giornata di lavoro: comincia a cliccare e condividere. E zac, il gioco è fatto. In maniera perfettamente legale, anche se nient’affatto gradito ai social stessi. Vedremo dopo il perché.

Stiamo dando fastidio ai grandi social?

dgDa questo punto di vista un simile lavoro non si può altrimenti definire che una versione contemporanea di una tipica attività da catena di montaggio. Puro proletariato del terzo millennio. Clic, clic, clic col mouse o con lo smartphone: 3 centesimi guadagnati. Clinkomatic però cerca di far passare il proprio progetto come una specie di lotta di tanti piccoli Davide contro i Golia del web. Per essere validata infatti, l’attività dei clinker deve essere tracciata. Dunque Clinkomatic ha realizzato delle app che interagiscono con i vari social. Facebook l’ha recentemente bloccata perché di fatto è concorrenziale ai metodi di promozione utilizzati dallo stesso social e quindi gli sottrae una parte – seppur minima al momento – di profitti. Ed ecco cosa scrive nel luglio scorso Clinkomatic a riguardo sulla propria pagina Facebook: “In questi giorni dal sito Clinkomatic non è possibile eseguire i clic sulle pagine Facebook dei nostri partner pubblicitari. A quanto pare, grazie alle vostre numerose adesioni, siamo cresciuti in fretta, siamo stati notati e STIAMO PROCURANDO QUALCHE FASTIDIO al GRANDE SOCIAL! Per ringraziare tutti i nostri clinkers per il vostro entusiasmo e sostegno, Clinkomatic ha deciso di opporsi al blocco imposto da FACEBOOK. Porteremo avanti fino in fondo il progetto di redistribuire i guadagni dei grandi Social Network a tutti gli Utenti“. La guerra continua a quanto pare, leggendo gli ultimi post i problemi di interazione con FB non sono ancora completamente risolti.

Naturalmente per farsi un’idea più chiara di quanto di “rivoluzionario” ci sia in una simile attività bisognerebbe confrontare una serie di dati: il rapporto tra prestazioni erogate e guadagno effettivo dei clinker (a quanto si legge sulla pagina Fb, c’è ben poco da entusiasmarsi. Cifre ridicole, da veri e propri prolet: guarda 1 – 2)  e il costo di una campagna per le aziende, fatto salvo il giusto margine di profitto per chi ha creato la piattaforma.

Ma davvero serve a qualcosa tutto questo?

Resta un’ultima questione: serve davvero alle aziende “gonfiare” le proprie campagne attraverso visualizzazioni di video che in effetti non sono guardati, “mi piace” su pagine di cui non frega niente a nessuno una volta adempiuto al proprio “compito”, o tweet che servono solo a far massa? La risposta è ni.

Sì perché questa delle pagine gonfiate è una delle tante bolle del web: avere 100.000 follower fa sembrare importanti, dà l’idea di una cosa che “funziona”, anche se nella realtà poi di quei 100 mila sulla propria pagina Facebook sono effettivamente attivi magari solo l’1%. Funziona perché anche l’informazione (stampa, tv, web) vive su questa bolla: vince e ha qualche eco chi ce “l’ha più grosso”, chi fa più numeri, anche se magari sotto il vestito non c’è niente. Ma se il battage mediatico parte, quel niente può cominciare a diventare qualcosa. Insomma, si viaggia su mondi di pura apparenza, ma se in quell’universo ci abitano tutti, tipo Matrix, finisce per diventare reale.

No perché è ormai ampiamente dimostrato che sono molto più utili 50 influencer, gente che condivide sui propri profili le informazioni e fa effettivamente “tendenza”, che 100 mila mi piace cliccati a pagamento. Questi si, sono utili, creano davvero consenso intorno a un brand o a un prodotto. Gli danno credibilità perché sono loro credibili. E ascoltati. E infatti da anni le aziende cercano di lisciarsi i blogger più influenti, mandando loro ad esempio i prodotti in anteprima per farseli “recensire”, o cercando di pagarli direttamente (pratica che però può trasformarsi in un boomerang sia per il blogger che per l’azienda).

Conclusioni provvisorie

Le mie. Che posso tranquillamente esprimere  in questa pagina, che è una pagina d’opinione. Molto semplicemente: nel web si stanno riproponendo gli stessi meccanismi e le stesse diseguaglianze che troviamo nella “realtà” (ammesso che ne esista ancora una sganciata dai nostri continui incroci con il web), gli stessi rapporti di potere, gli stessi meccanismi di mainstream e le nicchie che invece vengono lasciate sopravvivere nella misura in cui non danno fastidio a nessuno. Checché ne dicano gli amici di Clinkomatic, rivoluzioni, al momento, non se ne vedono proprio all’orizzonte.

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