Il Professor Monti sale in politica, ma cade nella rete

Da quando ha deciso di salire in politica candidandosi alle prossime politiche, Mario Monti ha dovuto necessariamente abbandonare la sua algida aria da tecnico superpartes e lanciarsi a corpo morto nel bailamme della disfida elettorale. La campagna di Obama per le presidenziali Usa del 2008 ha fatto storia, e da allora non c’è politico, compresi quelli nostrani, che non ritenga assolutamente imprescindibile arricchire il web della propria augusta presenza. Naturalmente per favorire il dialogo coi cittadini/elettori. Soprattutto a ridosso delle elezioni.

Il neo-candidato Monti non è sfuggito a questa regola considerata ormai aurea. Eccolo allora aprire in rapida successione il proprio account twitter @SenatoreMonti (il 23 dicembre scorso) e quello Facebook, PresidenteMonti  (13 gennaio). Risultato? L’austero professore ha fatto incetta soprattutto di insulti e improperi tanto da dover specificare, in un post su facebook di appena due giorni fa: “Un conto è fare delle proposte, un altro è insultare. Ricordiamo, laddove ce ne fosse bisogno, che le offese in questo social network come in qualsiasi luogo pubblico sono passibili di condanna penale“. Apriti cielo: oltre 1200 c0mmenti. Naturalmente tutti critici. Quando non  di insulti veri e propri (di nuovo).

Il problema è che Monti (e chi lo consiglia e gli gestisce gli account), come la stragrande maggioranza dei politici italiani, non sa usare Internet e i social network in particolare. Non ha idea del linguaggio, delle regole, del modello di comunicazione da adottare, perfino dello stile che non può essere lo stesso di un comunicato stampa. Il Presidente del Consiglio in carica, per altro, è partito subito con il piede sbagliato, come pare abbia ammesso egli stesso: “Senatore Monti’ è un account orribile, profondamente sbagliato con la logica informale di twitter“.

Già, linformalità. Che su Facebook e Twitter, piaccia o non piaccia, si traduce in un dialogo aperto e tra pari di tutti i soggetti partecipanti a una pagina pubblica. Esattamente quello che non fanno i politici che considerano questi strumenti dei meri volani digitali per promuovere la propria attività.  Con risultati al limite del comico.

Mario Monti ci mette anche del suo, con uno stile coerente col personaggio ma che, su Facebook in particolare, ci sta come i cavoli a merenda. E’ inevitabile che post come “Quanti di voi seguiranno il Presidente a Porta a Porta?” o “Che impressioni vi ha dato ieri sera il Presidente ascoltandolo?” intervallati da frasette che paiono rubate direttamente dai bigliettini dei baci Perugina “Il segreto nella felicità non sta nel fare ciò che ci piace, ma nel piacere di quello che facciamo“, suscitino come minimo ampie dosi di ironia. Quando va bene.

Conclusioni? Il Professore sarà pure salito in politica, ma nel web la sua sembra proprio una discesa. Anzi, una caduta di quelle brutte. Che fanno male. Come la gag classica del boomerang che al ritorno si schianta sul naso del lanciatore. Lui, come i suoi tanti colleghi politici decisi a salire nell’agone della rete senza rete (e scusate il gioco di parole), dovrebbe avere l’umiltà di capire che nel web, come nella vita “reale”, non ci si improvvisa, che costruire una solida identità digitale richiede tempo e  interesse vero per il mezzo, non un impiego strumentale a soli fini elettorali (cosa che invece può tranquillamente fare chi ha già una sua precisa identità e può quindi aprire un blog o una pagina Facebook specifica per le elezioni). Questo e tante altre cosucce che un consulente degno di questo nome avrebbe dovuto spiegargli prima che il Presidente si lanciasse in quest’avventura digitale.

Considerazioni banali se vogliamo, ma mai inutili da ribadire nel Paese in cui la maggior parte della classe politica non sa e non capisce un’acca della più grande rivoluzione mondiale di questi ultimi vent’anni, Internet per l’appunto. Uno dei tanti motivi, a ben vedere, per cui l’Italia negli anni scorsi ha perso molti treni. E molti, purtroppo, ne perderà in futuro.

 

 

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