La crisi delle 23

alarmOrmai non ci faccio più caso alle telefonate assurde ricevute sul telefono fisso di casa. Anche perché qualcuno (per sbaglio) ha associato il mio numero a una pizzeria d’asporto… e piovono ordinazioni di ogni tipo. La conversazione dell’altra sera, però, è stata malinconica più del solito.

Sono le 23 circa. «Pronto?!?» faccio io. «Buonasera. Chiedevo se avevate bisogno di personale?» spiega la voce maschile di mezz’età. Dopo una manciata di secondi di silenzio con allargamento della bocca e abbassamento della mandibola, il dialogo si è interrotto: «No, ha sbagliato numero, questa è un’abitazione».

Dopo, sul divano, ho ripensato alla voce maschile di mezz’età. Un esodato in preda alla disperazione? Un cassintegrato? Un single cacciato dall’azienda a causa della crisi economica? Un universitario fuoricorso in cerca di spiccioli, tra un trancio di pizza e un capitolo della tesi? Quante telefonate avrà fatto quella persona prima di contattare la “mia pizzeria”? Si rivolgerà al suo interlocutore con la stessa frase “cercate personale” o è contemplata qualche “variante sul tema” nella sua impresa? Quanti curricula avrà spedito in cerca di un contratto?

Questa mattina, a Roma, durante la riunione del gruppo di lavoro “Osservatorio sul precariato” all’Ordine dei giornalisti, mi sono passate sotto gli occhi ancora decine e decine di storie assurde: giornalisti che riempiono pagine e siti di notizie e non sono pagati da sei, otto e dieci mesi; editori che si nascondono dietro la “crisi del settore” e pensano così di aver chiuso l’argomento, come quando si appoggia la cornetta del telefono “ha sbagliato numero”.

Oggi una ricerca sul Corriere della Sera su dati Istat, si soffermava sulla difficoltà per gli “over 55” a ricollocarsi in azienda dopo il licenziamento. E l’articolo cominciava così: «Vietato mollare. Proibito sentirsi vecchio». Quando, a che punto, a che ora una persona in cerca di lavoro si sente inutile in questo Paese? Alle 23 è già notte, forse è ora che qualcuno si svegli.

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