Jinn e la verità sotto il mallo, un racconto di bellezza

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Jinn durante la sua performance di Gombolo

“Questo è un albero di noci? Ma come può essere così grande?”
Jinn si porta le mani alla bocca per tenere a freno un’espressione di stupore totale, immenso e felice, che ho visto compiersi ormai decine di volte sul volto dai lineamenti asiatici.

Questa ragazza delicata ed entusiasta è nata e ha sempre vissuto in Malesia, in una regione molto industrializzata. Io l’ho conosciuta a Gombola di Polinago. Camminava per l’antico Borgo del minuscolo paesino, -quando non era dentro la Chiesa a ripassare i suoi passi di danza-, e osservava ogni dettaglio naturale e architettonico, attorno a sé. Osservava, e semplicemente… non ci poteva credere: non solo a quanto era grande il Noce, ma anche alle caratteristiche fisiche del mallo che proteggeva il frutto, all’aspetto dell’albero della prugna, alla pace che può esserci in un posto durante le prime ore del pomeriggio, al sapore delle carrube, al fatto che si può mangiare pane tutti i giorni (non come le diceva la nonna; che il pane fa male alla pelle).

Jinn incide il mallo della noce con l’unghia e ne rivela il guscio coriaceo. Infila il frutto in tasca e, commossa, mi dice che lo porterà a casa per farlo vedere agli amici.

“Nel Paese in cui vivo non ci sono gli alberi da frutto e così me li sono sempre immaginati, a partire dall’aspetto, dalla consistenza e dalle sensazioni che mi davano i frutti stessi!” mi spiega Jinn con quella sua aria trasognata. Fin dall’infanzia si è creata una personale mitologia della natura, immaginandola a seconda di ciò che i suoi sensi di artista corporea le suggerivano.

E io penso a quanto sia disumano essere gli inquilini di una natura che si può solo intuire. Mi viene in mente il Mito della Caverna di Platone; chi vive nelle città molto industrializzate è come se potesse vedere solo le proiezioni falsate della natura.

Jinn mi racconta che è felice di aver vinto la borsa di studio per partecipare a Dancewoods Festival, la quale le ha consentito di venire in Italia, perché con questa opportunità ha imparato ben più di alcune nozioni di danza: “è valsa la pena venire qui anche solo per vedere che un altro modo di vivere è possibile. Dove sto io c’è un altissimo tasso di suicidi a causa dello stress. Le persone lavorano tutto il giorno, dormono pochissimo, la loro vita è votata alla produttività. Anche i bambini sono stressati e si ammalano per questo”.

È bello pensare che ora, in Malesia, Jinn pensa ai paesaggi del nostro Appennino per evadere dalle situazioni di maggiore stress che la sua quotidianità le impone. Le nostre montagne che sono qui, vicine e disponibili e scontate, per una ragazza che vive dall’altra parte del mondo sono un’idea di verità e di benessere profondo.

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