Il PSC va oltre le barriere

Il PSC di Modena può tradursi in una straordinaria occasione di confronto con la comunità. Non può non tenere conto delle barriere architettoniche e delle esigenze che arrivano dal welfare. Ne abbiamo parlato con Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, classe 1952. Vive e lavora in sedia a rotelle dedicandosi alla comunicazione sociale e all’informazione sulla disabilità.

franco bomprezziRitiene che il percorso avviato dall’amministrazione comunale dovrebbe portare a individuare obiettivi ed azioni specifici per ripensare la nostra città anche a misura delle persone con disabilità?
Non conosco nello specifico la situazione attuale di Modena, città che peraltro ha una buona tradizione di dialogo con il mondo della disabilità. In una logica di progettazione per tutti non può che essere fondamentale prevedere a pieno titolo la partecipazione competente del mondo delle associazioni, degli operatori, degli esperti di accessibilità, ma anche dei singoli cittadini con disabilità, che sono portatori di esperienza vissuta.

Quale ruolo possono giocare il volontariato ed il terzo settore nel percorso di progettazione urbana?
Innanzitutto possono essere coinvolti in una azione di rilevazione degli ostacoli, delle cose che mancano per rendere pienamente fruibile la città e i suoi servizi. Non è solo una questione di barriere, ma proprio di possibilità di vivere pienamente la città in tutte le sue articolazioni.

Pensa che la programmazione debba integrarsi con l’analisi del welfare locale, come peraltro è stato fatto in altre città, anche prossime a Modena?
Senza una conoscenza piena e capillare della realtà di welfare nel territorio è impensabile programmare servizi e sviluppo. E’ curioso constatare come ancora oggi, non solo a Modena per la verità, non esistano dati inoppugnabili e aggiornati sul mondo delle persone con disabilità e del disagio sociale. Centro e periferia, zone di completamento, riuso del territorio, servizi integrati, housing sociale, sono temi rispetto ai quali non bastano risposte di tipo urbanistico o di semplice infrastrutturazione del territorio urbano. E’ indispensabile lavorare in direzione di un ripensamento dello sviluppo in funzione di una vita di comunità, sostenibile e coesa. In questo senso l’esperienza del mondo della disabilità è sicuramente una risorsa e non un problema in più.

Conosce esperienze in cui le scelte urbanistiche adeguate hanno permesso alle persone con disabilità di potersi riappropriare della propria città? Ci faccia due esempi: uno italiano e uno straniero.
Difficile citare esempi soddisfacenti, perché siamo in presenza di processi complessi e di tempi lunghi, di punti di partenza differenti e di esiti quasi mai coerenti con le premesse. Potrei citare in Italia la realtà di Ferrara, ma anche di Trento. E all’estero lo sviluppo di Barcellona, di Stoccolma o di Lille. Ma il rischio è di vedere un modello laddove invece abbiamo solo buone prassi su singoli temi (barriere architettoniche, trasporto pubblico, welfare locale). Una vera visione d’insieme, unitaria e coerente, non mi pare abbia ancora un esempio soddisfacente.

a cura di 
Luca Barbari

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