Il presidente degli Stati Uniti eleggiamolo noi

democracy italyUna minoranza di americani elegge un presidente che è ancora uno degli uomini più potenti del pianeta. Il potenziale di vittoria è direttamente proporzionale allo spazio occupato sui mezzi di comunicazione e questo dipende dalle risorse economiche che i candidati sono in grado di raccogliere, prima, e di spender al meglio, poi. I candidati sono scelti all’interno delle solite famiglie economiche, politiche ed in alcuni casi anagrafiche che di fatto rappresentano l’elités del paese. Ci sono poi grandi elettori che finanziano entrambi i candidati perché non si sa mai.

Questo è il massimo della democrazia che ci possiamo permettere, si dice. Paradossalmente, però, ci si potrebbe chiedere, senza per questo ledere la sovranità nazionale di nessuno, se non sia più democratico che a eleggere il presidente degli Stati Uniti non siano soltanto gli americani ma anche gli europei o i sud americani e perché no anche gli africani. Dalle politiche statunitensi dipendono, nel bene come nel male, buona parte delle condizioni economiche e sociali in questi paesi.

Fatte le debite proporzioni passiamo a vedere cosa succede nel paesello e nel partitone nel quale si sono aperte le danze per le candidature a sindaco e a segretario provinciale mischiate ad una discussione sulla classe dirigente. E’ evidente che le due cose sono ragionevolmente correlate fra loro ma il criterio che sta andando per la maggiore è appunto prima di tutto l’appartenenza fedele ad una delle famiglie economiche, politiche ed anagrafiche che hanno governato fino ad ora Modena ammantando il tutto di un generico e selettivo richiamo al nuovo. Queste famiglie però, soprattutto da quando si è invertito il ciclo economico, non sono riuscite ad invertire il loro senso di marcia, si potrebbe anche dire a differenziare il rischio, ed anzi hanno di fatto consentito l’accentuarsi dei problemiQuesto sistema, è bene ricordarlo, non è in grado di garantire il successo elettorale alle prossime amministrative e non è nemmeno sufficiente trovare dei candidati telegenici. La classe dirigente in politica, nell’economia e nel sociale non si improvvisa così come non si può pensare che essa possa essere costruita in laboratorio.

E’ dalla debole rappresentazione di sé e della società che discendono le difficoltà da parte della cosiddetta classe dirigente ad affrontare adeguatamente il cambiamento. In questa debolezza si evidenzia un gap di democrazia o ancor meglio di relazione democratica. In questi anni si è perso il gusto del dialogo, del piacere di esprimere le proprie idee ed esigenze ma anche di ascoltare quelle degli altri, per arrivare non tanto ad un compromesso o ad una mediazione, anche se in certi casi non si può pretendere di meglio, ma a generare qualcosa di nuovo e per certi versi di inaspettato ma altamente benefico. Sono carenti spazi (fisici e mentali) di dialocrazia, di governo del dialogo, nei quali la democrazia si manifesta nel suo senso più pieno. Con questo esercizio è possibile trovare un nuovo nucleo di “interessi” ampi e le persone competenti che sanno al meglio perseguire questi nuovi obiettivi. La qualità delle scelte dipende dal loro tasso di dialogo.
Il dialogo è l’unica via per far crescere una nuova cultura del governo della città. Solo attraverso il dialogo è possibile far scaturire quei confronti-scontri tra “interessi” differenti in grado di attivare processi di cambiamento profondo di cui noi tutti avvertiamo la necessità.

Foto in common creative
di Niccolò Caranti

Una risposta a “Il presidente degli Stati Uniti eleggiamolo noi”

  1. Sempre pensato che, almeno per le primarie, tutto il mondo dovrebbe votare il presidente Usa. Da chi viene eletto dipendono almeno un paio di conflitti in più o in meno, che naturalmente hanno effetti anche (se non soprattutto) lontano dagli States. Perchè mai gli abitanti di Des Moines (capitale dell’Aioua o Iowa che dir si voglia) dovrebbero contare più di quelli di Seul?

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