Il Papa nordamericano

Il nuovo gioco di società che i mass media hanno lanciato, e che durerà ancora almeno una settimana, il quiz “vota il tuo Papa”, rappresenta bene quanto andiamo dicendo da questo blog fin dallʼinizio. Lʼinformazione è una merce spettacolare che va fatta fruttare, contro ogni “responsabile” appello a (in)formare lʼopinione pubblica così che essa possa comprendere il mondo in cui vive e decidere di conseguenza.
Tale è la situazione e nessuna geremiade può sconfiggerla, neppure le timide critiche della Sala stampa Vaticana.

san pietroLa riflessione che propongo, non fa parte di quel gioco. Vuole invece soffermarsi sulla elezione del nuovo Pontefice, in termini semplici ma precisi, per focalizzarsi sul futuro della Chiesa cattolica.
La domanda che mi pongo è: quale “immagine” di Chiesa è necessaria oggi – nellʼepoca della globalizzazione – e quale “figura” potrebbe rappresentarla.

Gran parte dei mass-media ha ridotto questo enorme pro-blema a un mero scontro interno tra forze “curiali” e forze “globali”. Le prime spingerebbero per lʼelezione di un Papa che conosce a menadito la presunta situazione “scandalosa” della Chiesa – in quanto piena di pietre dʼinciampo capaci di farla cadere a terra tagliando ogni rapporto con la trascendenza -: le seconde spingerebbero verso un Papa che, invece, è tutto pro-iettato fuori dalla “curia”, verso la nuova evangelizzazione di un mondo che è capace sempre meno di collegare in modo sensato fede e ragione (cultura), Dio e Mondo, presente e futuro, visibile e invisibile.
Non vi è dubbio che questa contrapposizione è semplicistica e del tutto sviante dal centro del problema, che sta invece proprio nel tenere unite – oggi – il governo della Chiesa cattolica (la sua conduzione in quanto Corpo di Cristo) e lʼapertura al mondo. Le due questioni fanno-unità e qualsiasi analisi che le contrapponga è semplicemente inefficace e idiotistica. Simul stabunt, simul cadent.

Per questi fondamentalissimi motivi penso che il prossimo Pontefice, appunto colui che costruisce ponti tra lʼimmanenza e la trascendenza, potrebbe essere un “Papa-statunitense”. Lo Spirito Santo, mezzo di comunicazione ante litteram, potrebbe parlare la lingua della comunicazione globale (insieme a un buon latino, a sua volta lingua globale di un tempo che oggi viene rivalutata).
Non intendo dire che sarà di passaporto nord-americano, bensì che probabilmente chiunque verrà eletto lo sarà perché i cardinali statunitensi gli faranno pervenire i loro voti.

Perché questa riflessione? Tre sono i motivi fondamentali che propongo.
Primo. La Chiesa statunitense nasce entro un contesto fortemente pluralistico ed è abituata ad essere una minoranza-attiva, capace di dialogare/combattere con altre fedi altre culture. Questo dà un vantaggio rilevante nel contesto della globalizzazione e del cosiddetto relativismo. Inoltre la Chiesa nordamericana è ricchissima di energie spirituali-operative e fortemente inter-etnica. Eʼ quindi “allenata” a discutere con pensieri diversi alla ricerca di punti di convergenza.
Secondo. La Chiesa statunitense vive al centro di quel mondo occidentale che, pur in declino, ha forgiato e continuerà a forgiare lʼepoca della globalizzazione. Eʼ una Chiesa abituata a vivere dentro alla cultura comunicativa e tecnologica, dentro cioè a quel potentissimo dispositivo globale tecnico-scientifico-informatico che rappresenta, per larga parte, ancora il futuro del pianeta. E questo dispositivo che genera il pericolo è più drammatico per la Chiesa e per chiunque altro sia ancora interessato a collegare immanenza e trascendenza. Il dispositivo tecnico-scientifico-informatico produce quella cornice immanente (immanent frame) che fa del pensiero di Dio una enorme favola da raccontare a bambini in cerca di vane sicurezza. La Chiesa nord-americana è da tempo impegnata nella lotta contro tale dispositivo, “figlio dellʼOccidente”, quel razionalismo immanentistico che nega ogni realtà a Dio. Lo si è visto su temi caldissimi del matrimonio, della salvaguardia della vita, della bio-etica e del contrasto alle potestà economico-scientifiche che vorrebbero ridurre lʼuomo a mera tabula rasa su cui imprimere ogni arbitraria volontà di potenza. La Chiesa statunitense è meglio attrezzata di altre per arrischiare il tentativo, quasi disperato a dire il vero, di mantenere la fede nel contesto della cultura, mantenendola ben salda sui binari di una ragione che non è mero calcolo-tecnico-economico. Solo così la fede potrà continuare un dialogo con gli uomini contemporanei, senza scivolare nel misticismo estetico, nella mera reazione al nuovo, nella completa irrazionalità “magica” o nella disperata volontà di farsi potenza religioso-politica del “secolo”, credendo di poterlo governare.
Infine la Chiesa nord-americana è quella che, con maggior forza, ha saputo affrontare gli scandali interni, forse senza risolverli tutti, ma senza mai abbassare lo sguardo sulla drammatica peccaminosità che è emersa in molte situazioni (spesso “sponsorizzata” da poteri che godrebbero di enormi vantaggi se la Chiesa cattolica crollasse a terra). Questo coraggio, non remissivo ma ricostruttivo, questo atteggiamento “affermativo”, la pone allʼavanguardia di una riforma interna, ma non curiale, che certamente attende in nuovo Pontefice. Ma, come tutti sanno, ecclesia semper reformanda est (e questa non è una novità).
Le chiese europee, africane, asiatiche e sudamericane, per motivi molto diversi, non rispondono a queste sfide in modo altrettanto forte. A mio parere non con-figurano quellʼequilibrio tra forze di conservazione e di trasformazione, di apertura e chiusura, di radicamento al mondo e di auto-trascendenza, che è necessario per il futuro. Vedremo dunque se il prossimo Papa sarà il “papa-(nord)americano“.

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