Il malinconico enigma delle rovine

Esiste un’estetica delle rovine che ne riconosce appieno la bellezza, il valore. E pone parecchi interrogativi su cosa farne, «nella misura in cui» scrive Marc Augé in “Rovine e macerie” – «i molteplici passati ai quali si riferiscono in modo incompleto ne raddoppiano l’enigma esacerbandone la bellezza». Simili considerazioni non valgono solo per gli spettacolari resti di un passato più o meno remoto di cui è disseminato il nostro Paese, ma anche per la cosiddetta archeologia industriale che, alla considerazione del senso del tempo che qualsiasi testimonianza del passato finisce per indurre, aggiunge la variante del tutto contemporanea della percezione fisica della crisi che stiamo vivendo. Quasi un paradosso: le rovine industriali – magari di qualche decina d’anni fa – sono specchio simbolico del presente. La galleria fotografica che proponiamo qui sotto, per altro, è la riproduzione di un sito produttivo abbandonato tra Modena e Carpi (sulla Statale per Carpi Nord appena passato il viadotto dell’Alta velocità), che abbandonato non è più: nel senso che queste immagini (foto di D. Lombardi), risalenti a quasi due anni fa, raccontano di un luogo in piena decadenza che oggi non esiste più. E’ stato recuperato. Dunque immagini che provocano malinconia per una malinconia (quella propria di ogni luogo abbandonato) che non c’è più.  Un curioso spunto di riflessione, in questo momento in cui si discute molto a Modena di piano strutturale comunale, le cui linee guida sono “rigenerazione” e “trasformazione”.

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Una risposta a “Il malinconico enigma delle rovine”

  1. Trovo davvero interessanti le riflessioni che accompagnano le immagini del sito modenese abbandonato, dal senso del tempo alla percezione fisica dello stato attuale delle cose e al reale legame che situazioni del genere hanno con le problematiche della città e del territorio. Vale la pena di sviluppare il discorso in tempi come questi in cui si sta cercando da molte parti di capire cosa fare per la città che vefrrà e i suoi dintorni. Se ne può parlare,a più voci?
    giovanni capucci

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