Il documento sul PSC va ripensato

«La città di Modena merita un piano all’altezza del suo passato, quando le università italiane, nei corsi di urbanistica, prendevano come esempio l’esperienza modenese del PRG firmato da Osvaldo Piacentini e Giuseppe Campos Venuti negli anni ’60». Carla Ferrari è un architetto modenese e si occupa da trent’anni di pianificazione urbanistica. Non condivide il percorso che l’amministrazione comunale di Modena ha avviato con il Documento di indirizzi per il nuovo PSC, che è di recente approdato all’approvazione in consiglio comunale. «E’ un approccio superato. E’ un documento che va ripensato perché manca di una visione del futuro condivisa da tutta la città».

Foto CFArchitetto Ferrari, il piano regolatore degli anni ’60 che lei ha citato è stato un esempio per molti urbanisti. Che cosa è cambiato da allora nella pianificazione della città?
A Modena abbiamo perso la filigrana del disegno della città, quando si è cominciato a pianificare per “pezzi di città”. Quando si fa un piano devono esserci alcuni punti fermi che compongono l’orditura urbana: sono gli assi fondamentali su cui si indirizzano, per esempio, le linee di sviluppo. E’ su questa orditura che si costruisce il disegno urbano. Negli ultimi decenni, a Modena, si è disegnata la città per singole porzioni, distribuite in modo casuale, in funzione delle diverse proposte private che sono state assunte nella pianificazione. E’ stato così per le “zone F”, che sono state “spezzettate” sottraendole al disegno originario del sistema dei servizi del piano, e ammettendone, per una parte, l’edificazione privata. Da qui è cominciata, secondo me, la decadenza.

A sua difesa l’amministrazione comunale lamenta la mancanza di risorse pubbliche e la necessità di rivolgersi al privato che in cambio chiede aree “vergini” per edificare?
Finché ci sarà un’alternativa, anche una sola, fra edificare su un terreno vergine ed edificare in un sito dismesso in cui, prima di intervenire, sia necessario demolire quello che c’era e bonificare quello spazio, è ovvio che il sistema immobiliare sceglierà l’alternativa meno costosa e senza “inciampi” nell’esecuzione. Ma a pagarne le spese sarà principalmente la collettività. Se finalmente il Comune deciderà di non prevedere aree di espansione su aree libere, è evidente che anche le imprese cominceranno a scegliere quelle da riqualificare.

Quali alternative ci sarebbero?
Il nuovo PSC dovrebbe garantire un consumo “zero” di suolo agricolo, orientando tutte le politiche insediative all’interno della città costruita, che è fatta anche di grandi vuoti e di aree dismesse o in via di dismissione.
E’ sulle aree dismesse in particolare che devono convergere gli interventi di rigenerazione e riqualificazione urbana del PSC, per evitare di mantenere in essere situazioni di degrado ed inquinamento, come denti cariati nel tessuto urbano, che prima o poi presenteranno il conto. I maggiori costi che l’impresa che opera la rigenerazione si accolla per la bonifica, nella fase iniziale, sono in realtà un risparmio per il futuro. Se si costruisce in periferia sempre più gente si trasferirà dalla città e la collettività dovrà sostenere maggiori spese per i trasporti e per i servizi.
La rigenerazione urbana è anche la chiave per salvare e rilanciare l’industria edilizia, facendole fare un salto di qualità, partendo dalla manutenzione e dal rinnovamento dell’enorme patrimonio abitativo esistente, con interventi di adeguamento e miglioramento sismico, di messa in opera di soluzioni per il risparmio energetico o con interventi più radicali di demolizione, ridisegno urbano e ricostruzione di porzioni della città che abbiano già raggiunto la loro fine corsa.

La tragedia del terremoto può spronare in questa direzione?
Il Terremoto della Bassa modenese ci ha dimostrato che occorre uscire dalla logica che gli edifici siano eterni. Non solo non sono eterni ma sono spesso inadeguati, hanno bisogno di manutenzione, di essere rinforzati, ammodernati e a volte sostituiti. La prevenzione passa anche attraverso la realizzazione di edifici più sicuri, che possano reggere eventi sismici.

Parliamo del percorso partecipativo che ha avviato il Comune. C’è stata recentemente la selezione dei rappresentanti per il percorso “100 per Modena”. Lei è favorevole?
Io credo che il percorso partecipativo intrapreso non sia adeguato allo strumento urbanistico che si deve costruire. Il campione dei 100 sorteggiati in base alla lista delle persone che si sono iscritte, non sia rappresentativo di tutta la città. Ci sono istanze che da quel campione non saranno rappresentate. Se una categoria non si è organizzata, il Comune deve farsi carico e “andarla a cercare”, perché il percorso partecipativo deve coinvolgere tutti i “portatori di interesse”, i cosiddetti stakeolders.
Questa città ha aspettato tredici anni dall’entrata in vigore della legge 20/2000 per fare il suo PSC. Credo che debba prendersi il “giusto tempo” per discutere del piano con i suoi cittadini, decidendo con loro i tempi del percorso di costruzione del piano, con un orizzonte temporale “definito e certo” ma non imposto dalla scadenza elettorale.

A cosa si riferisce? 
Credo che sia necessario che a quel percorso si affianchi un altro percorso, strutturato sulla città e sui suoi cittadini che la stessa amministrazione comunale ha il dovere di avviare al più presto.
Un segnale della necessità di discutere viene anche dal percorso del Laboratorio partecipato di politiche urbanistiche per il Piano Strutturale Comunale di Modena avviato da SEL nelle settimane scorse e che ha avuto giovedì 4 aprile la sua prima serata operativa, con un centinaio di adesioni e una settantina di partecipanti presenti.
E’ un percorso che non vuole sostituirsi a quello che l’amministrazione comunale deve sviluppare ma intende fornire sollecitazioni, sviluppando alcune proposte di vision su elementi di eccellenza o di criticità, che il laboratorio individuerà come prioritari per il futuro del sistema urbano di Modena partendo da una pagina bianca, ma condividendo, come base comune, i principi della sostenibilità.

 

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