Il disagio della democrazia

Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. Intervista al politologo ed editorialista Carlo Galli.

 

Il Governo Monti, pur collocandosi temporalmente durante un processo di svilimento del concetto e del ruolo delle classi dirigenti e dell’’aristocrazia’ del Paese, riscuote tassi di fiducia piuttosto elevati, anche a fronte di un sempre più vistoso distacco di buona parte della popolazione dalla politica. A Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, abbiamo chiesto innanzitutto se questo può essere interpretato come un segno di rilancio del ruolo delle élite nella gestione del Paese e se esiste una qualche continuità nella prassi di affidare il governo in situazioni di emergenza economica a un tecnico come è stato Ciampi e come è Monti (pur nelle rispettive differenze), e la tendenza storica della società italiana a cercare ‘l’uomo forte’ in grado di risolvere una situazione di emergenza.

Il fatto che in passato le élite italiane abbiano abdicato al proprio ruolo direttivo (non certo al privilegio sociale ed economico) lasciando le redini del potere nelle mani di un demagogo populista come Silvio Berlusconi, ha fatto sì che l’Italia sia arrivata vicina al disastro e, come spesso è successo nella storia del nostro Paese, le élite, anche se solo all’ultimo minuto, hanno saputo trovare l’energia per tentare di frenare il treno in corsa. Oggi le élite si trovano in una condizione analoga a quella dei governi che sono succeduti alla fine del regime fascista nel 1943, governi di notabili senza una copertura politico-elettorale ma con la copertura di tutti i partiti al fine di gestire un’emergenza. Dietro al Governo Monti c’è l’impegno di tutte le élite, dalla Chiesa cattolica a Confindustria al sistema delle banche. La spiegazione dell’esistenza stessa del Governo Monti risiede nella debolezza dei partiti che ha fatto sì che fosse indispensabile ricorrere a queste ‘riserve’ delle Repubblica che sono le élite, e chiedere poi ai partiti di ‘essere così cortesi’ da assecondare ciò che le élite decidono.

Élite, che fino a ieri si era disinteressata di politica lasciando il governo nelle mani di Berlusconi, preoccupandosi soltanto di vedere garantiti i propri privilegi e che ora, presa dal panico per i propri interessi e anche per quelli della nazione, si sforza di riportare il Paese in carreggiata. Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. La crisi dei partiti non nasce solo da questo livello sistemico – cioè dal fatto che i partiti sono costretti a formare coalizioni eterogenee – ma anche dal fatto che i partiti godono di un universale, diffuso, solidissimo discredito presso i cittadini, alimentato dalla continua quantità di scandali continuamente emergenti che li ha delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica.

Dire che Monti è ‘l’uomo forte’ non è corretto, perché lui è stato chiamato a governare, non si è autoimposto, e vuole mettere in campo unicamente le sue capacità tecnico-operative che non hanno niente a che vedere con le capacità politiche.

Se è vero che l’indignazione può essere considerata come segno di attenzione e di presenza della società civile, è anche vero che essa, nella maggior parte delle volte, sfocia semplicemente in rabbia fine a se stessa. Cosa si è rotto? Se prima erano i partiti a canalizzare la rabbia della gente trasformandola in forza sociale, ora chi ci pensa?

I cittadini in un regime democratico non dovrebbero aver bisogno di essere ‘arrabbiati’ ma dovrebbero poter constatare che i loro problemi, bisogni e richieste vengono prese in seria considerazione da chi governa. Alla luce di questo, quando c’è una rabbia socialmente diffusa che si traduce in un distacco dei cittadini dalla politica ufficiale, dobbiamo renderci conto che siamo di fronte un vero problema. Questo distacco oggi esiste ed è tangibile perché i partiti sono completamente delegittimati e anche perché i cittadini hanno visto che abbiamo perso vent’anni da quando è cominciato Tangentopoli senza che sia stato fatto un passo avanti in nessuna direzione (tranne l’ingresso dell’Italia nell’euro, con tutte le conseguenze, negative e positive, che ciò ha comportato). E’ ormai chiara la percezione che nella fase di crisi del capitalismo nella quale siamo entrati si richiedono sacrifici continui in previsione di benefici e miglioramenti che in realtà sono assolutamente incerti. Di qui una rabbia e un’aggressività contro i partiti che i cittadini dovrebbero in parte rivolgere verso se stessi: ricordiamoci che gran parte della colpa di quello che sta capitando oggi è di Berlusconi il quale però non ha mai fatto un colpo di Stato; ha sempre regolarmente vinto le elezioni perché gli italiani hanno creduto in lui.

Oggi la democrazia è intesa come luogo dei diritti più che dei doveri: secondo Lei è anche per questo che il dibattito pubblico e politico, a qualsiasi livello considerato, è in realtà una semplice espressione delle pretese delle parti in gioco che sembrano non riuscire mai a trovare una sintesi nel senso di un interesse generale?

La qualità della nostra democrazia è pessima perché noi intendiamo la democrazia come l’avere solo dei diritti e quanto più questi diritti sono infondati, tanto più trovano ascolto. I cittadini e i politici dovrebbero essere sempre richiamati alla dimensione del dovere, che va al di là del proprio interesse particolare, e a pensare in termini di compatibilità sistemiche, di bene comune. Le democrazie occidentali sono un coacervo di interessi, in cui la lotta per la sopravvivenza emerge nella sua brutalità. Tuttavia, non dobbiamo generalizzare: non tutti siamo ugualmente peccatori davanti al bene comune, non tutti siamo dimentichi allo stesso modo dell’interesse generale del Paese.

Gli accadimenti legati alla situazione economica e politica del Paese hanno creato un grande scontento e risentimento nei confronti dei partiti. Non trova che proprio la frammentazione degli interessi e delle condizioni di vita richiedano un qualche tipo di composizione attraverso un rilancio di forme associative proprio come i partiti?

Gli interessi di un Paese complesso come l’Italia sono infiniti e divergenti: se ci si limita a fare rappresentanza degli interessi promettendo a ciascuno che i suoi interessi non verranno mai toccati, si paralizza il Paese, e vincerebbero sempre e solo i poteri forti. Fare politica significa interpretare una realtà sociale, capirne le dinamiche di sviluppo per poi proporre soluzioni ai problemi. Ci sono sempre almeno due modi per risolvere un problema politico e i partiti devono essere capaci di offrire soluzioni differenziate e alternative ai problemi della società. Far politica vuole dire farsi carico di una proposta di visione generale di un assetto della società ma oggi i partiti non hanno questa capacità, ed è anche per questo che la gente non ha fiducia in loro, e li considera un investimento a perdere.

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