Il bisogno di sentirsi persone

Gli imperativi sono due: identificare ed espellere. Gli sguardi atterriti che affollano questo luogo del non senso sono tanti, troppi. Quella del Cie (Centro di identificazione e di espulsione) di Modena, e dei Cie in generale, è una realtà controversa, irrispettosa dei diritti umani fondamentali, costruita all’ombra del senso civico, da riformare ad ogni costo.

Di questo, ne sa qualcosa la Rete Primo Marzo, progetto di partecipazione dal basso impegnato nella lotta al razzismo e nella difesa dei diritti umani il cui portavoce è la parlamentare modenese Cecile Kashetu Kyenge, che tra le altre cose si batte da anni per la chiusura dei Cie in Italia. E soprattutto ne sanno qualcosa i volontari e gli operatori che ogni giorno entrano in contatto con questa realtà, con i cosiddetti “ospiti” che la popolano, con le loro storie e il dramma di trovarsi privati della libertà per non avere il permesso di soggiorno.

«Negli episodi di violenza che di frequente si verificano all’interno del Cie e che puntualmente arrivano agli onori della cronaca locale, si nasconde l’umana prepotenza di un “perché?” disperato e rabbioso dell’immigrato con le ali bloccate – dice la volontaria Paola Cigarini, referente del Gruppo Carcere&Città che opera nel carcere S. Anna di Modena –. Nel Cie ho conosciuto un luogo di reclusione peggiore di quello del carcere, perché in questo tipo di centro le persone vengono rinchiuse e private della libertà per il solo fatto di aver perso il diritto di soggiorno nel nostro Paese per le ragioni più svariate, spesso legate alla crisi economica che gli ha tolto il lavoro. Ma si tratta di persone che non hanno commesso alcun reato o che se provenienti, come accade in certi casi, dal carcere, hanno pienamente scontato la pena».
Gli ospiti del Cie, maschi maggiorenni, attualmente 45 (80% provenienti dal Nord Africa), il cui ricambio è mediamente bimestrale, vivono nella più totale inattività e possono rimanere rinchiusi anche per 18 mesi: questo è il termine massimo previsto dalla legge anche se per quanto riguarda il Cie di Modena la scelta è stata di abbreviare la permanenza a un massimo di 6 mesi.
«Queste sono strutture che costano alla Stato e noi cittadini dobbiamo pretendere che abbiano senso di esistere e che rispettino i diritti umani, avendo ben chiaro che non rappresentano la risposta adeguata al problema dell’immigrazione – prosegue Cigarini -. Bisognerebbe piuttosto lavorare per creare dei centri di accoglienza in cui queste persone vengono individualmente seguite ed accompagnate in un percorso di inserimento o di ritorno nella loro terra».

«Questi luoghi non dovrebbero esserci ma ci sono e qualcuno deve lavorarci, facendo del proprio meglio per rendere più sopportabile la permanenza degli ospiti – spiega Lahoussine Aitetaleb, mediatore interculturale che lavora da quattro anni al Cie di Modena, mentre comincia ad illustrare il suo lavoro nel centro -. Con l’ospite ogni volta cerco di instaurare un rapporto piano piano: si tratta di persone molto sensibili, ognuna con una storia alle spalle diversa e particolare e ciò di cui hanno più bisogno è sentire che sono delle persone umane. E io lavoro per questo».
Se per gli ospiti la situazione è difficile, anche per gli operatori del Cie di Modena non è stato facile negli scorsi mesi gestire il disagio dovuto alla mancata retribuzione del loro lavoro da parte dell’ente gestore, il Consorzio Oasi, che li ha portati a manifestare per il mancato pagamento degli stipendi.

Come fa un operatore che si trova a dover risolvere dei problemi così delicati a farlo adeguatamente se a sua volta non è garantito economicamente? «Per fortuna – prosegue Lahoussine Aitetaleb – la Prefettura è intervenuta e ha saldato il dovuto. Per quanto mi riguarda vorrei che tutti i Cie venissero sostituiti con i Cara, Centri di accoglienza per richiedenti asilo, già esistenti sul territorio nazionale, ma come prima cosa vorrei che lo Stato valorizzasse maggiormente il rimpatrio assistito (modello progetto Remida ndr), che gli consentirebbe di spendere molto meno rispetto al mantenere queste persone nei Cie e soprattutto di garantire loro una più alta qualità della vita».

«Mentre aspettiamo una assunzione di responsabilità per la chiusura definitiva del Cie, dobbiamo intervenire quanto prima per impedire che il disagio diventi velocemente degrado, mettendo a rischio le persone trattenute e i lavoratori – ha commentato in una nota stampa l’avvocato Desi Bruno, Garante regionale per le persone private della libertà personale, dopo la visita effettuata l’8 marzo all’interno del Cie di Modena – Una prima misura concreta sarebbe l’apertura di uno sportello di informazione giuridica che consentirebbe di dare consulenza gratuita ai cittadini trattenuti, che spesso non capiscono perché si trovano reclusi senza aver commesso un reato». Questo sportello agirebbe in sinergia con il Comune di Modena, come auspicato dall’assessore alle Politiche sociali Francesca Maletti, e con il volontariato, che in questi mesi tramite un progetto coordinato dal Centro di Servizio per il Volontariato di Modena ha iniziato ad avviare alcune attività ricreative all’interno del Cie.

 

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