Il 2014 sarà l’anno della svolta per l’industria modenese. E non lo dicono le stelle

Il 2013 non vedrà ancora manifestarsi una ripresa industriale degna di nota, ma sarà comunque un anno di svolta per il sistema industriale modenese. Ma come?

Tutto è fermo al palo, i segnali di risveglio dell’economia scarseggiano, dove sta la svolta? La svolta nasce dalle acquisizioni estere e nazionali, che hanno punteggiato gli ultimi mesi della nostra economia locale.
La nostra analisi abbraccia tre dei cinque comparti, che hanno ormai da 30 anni innervato l’industria modenese: il biomedicale, il ceramico e la moda o, se preferite, il tessile-abbigliamento. Tralasciamo la meccanica e l’alimentare, perché il fenomeno appare in maniera più decisa tra Mirandola, Sassuolo e Carpi per citare le capitali dei relativi distretti.

Il biomedicale – sorto grazie al grande estro imprenditoriale del farmacista Mario Veronesi, un genio nel suo campo, sbocciato 500 anni dopo il grande Pico ancora a Mirandola – è cresciuto per impollinazione (basterà citare Bellco e Dideco), portando le multinazionali da tutto il mondo occidentale ad impiantarsi nel cuore della Bassa. La recente acquisizione della Gambro da parte del gruppo americano Baxter dimostra che neanche il drammatico sisma del maggio 2012 è riuscito a scalzare un comparto, dove la ricerca si fonde con la grande capacità acquisita dalle maestranze locale. Insomma quanto fu definito con il termine “valori depositati”.
I timori che si diffondevano sotto la tensostruttura di Finale Emilia nelle assemblee estive 2012 di Confindustria di gruppi stranieri pronti a “girare l’angolo” e a fuggire in altre regioni italiane si sono dissolti. Anzi, anche dalle parole di industriali, sia del settore, che dell’area di Cavezzo, come il mai morbido e mai domo Wainer Marchesini di WAM, traspaiono stima e apprezzamento per quanto la Regione ha saputo fare nel dopo-terremoto.

Scendendo da nord a sud scrutiamo la situazione del distretto carpigiano dell’abbigliamento. Abituato a cambiare pelle, appena ne intravede la necessità, dopo aver passato le fasi del lavoro a domicilio, del pronto-moda ruggente, dell’importazione cinese, la “lucertola” carpigiana scopre per prima volta nella sua ultracinquantennale esperienza che non si vive solo di imprenditoria locale. Dopo aver raggiunto negli ultimi 10 anni una concentrazione di imprese leader, a lungo invocata (il professor Sebastiano Brusco, già oltre 20 anni fa) da chi la paragonava al sistema Benetton e giudicava il sistema carpigiano troppo disperso in microimprese alla ricerca del proprio mercato, Carpi ha visto entrare nel giro di pochi mesi in due importanti imprese di “brand”, con i loro marchi Twin Set e Via delle Perle, fondi di investimento nazionali e internazionali. Certo esistono diversità notevoli tra i gruppi industriali esteri che investono sul biomedicale e gli “investitori istituzionali” arrivati a Carpi. Qui la logica imprenditoriale è sempre e comunque la massimizzazione degli utili e la cessione societaria nell’arco massimo dei 5 anni. Ma la tenuta dell’impresa nel distretto è legata oltre che al coinvolgimento almeno pluriennale dei fondatori nella compagine sociale alla qualità delle lavorazioni e al sistema stellare tipico di Carpi. Nessuno in Italia è capace di governare, come si fa a Carpi, i passaggi del ciclo produttivo, basato su un incessante entrata e uscita della merce, che parte dal filato e arriva al controllo qualità del capo finito. Certo saremmo tutti più felici… se nel sito dell’investitore istituzionale di Via delle Perle, a fianco si scrivesse Carpi e non Capri! Ma giusto per essere sicuri che si è entrati con il cuore e non solo con il soldo nella città dei Pio. D’altra parte la presenza di Light Force, l’ azienda che detiene il marchio Twin Set, sulla piattaforma Elite della Borsa italiana, in prospettiva è garanzia di consolidamento di un progetto di sviluppo a medio termine.

Resta la “tile valley”, la ceramica. Da Marazzi, acquisita dal gruppo americano Mohawk industries alla Rondine, dove è entrato il gruppo turco Seramiksan, prosegue il fiorire di investimenti di gruppi industriali stranieri. Le situazioni aziendali sono molto diverse da caso a caso. Il distretto attira sicuramente, come fanno notare primari industriali, ma è qui, a cavallo del Secchia, che bisogna riconoscere che esiste un serio problema occupazionale. I posti a rischio reali toccano la cifra di 5.000 addetti. Le aziende investono, ma anche il sorpasso della Spagna sull’Italia, quanto a volumi prodotti è un segnale inequivocabile. Le cifre diffuse durante il Cersaie segnano un andamento a due velocità: gli stabilimenti esteri dei gruppi emiliani tirano, quelli locali, quando va bene, mantengono la produzione precedente. Non saremo certo alle cattedrali nel deserto, ma gli stabili vuoti tra Maranello e Scandiano abbondano e sentire parlare di arrivo della Bretella fa quasi tenerezza.
E’ così che qui dobbiamo concordare con l’analisi dell’editorialista del Corriere della Sera Dario Di Vico, che scriveva dopo l’acquisizione di Loro Piana «Stando così le cose è logico che finiamo per subire il paradosso del cachemire, siamo capaci di invadere i mercati più lontani con la qualità dei nostri prodotti e la compattezza delle nostre filiere, nel frattempo però rischiamo costantemente di prendere gol in campo amico. Di vedere le nostre aziende più prestigiose passare di mano». In altre parole servirebbe una politica industriale per evitare che l’Italia diventi in molti settori la Cina del lusso.

Giorgio Pagliani

 

 

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