I politici in prigione!

Per provare a giocare a carte seduti sulle brande sei, sette o otto ore al giorno. Per discutere del più e del meno con due persone che non conoscono una parola di italiano e che concepiscono in modo diverso l’idea di pulizia e convivenza. E per verificare quanto respirare giorno e notte l’odore delle scarpe da ginnastica dei compagni, chiusi dentro una stanzetta di 9 metri quadri, possa aiutare il reinserimento in società di chi ha commesso reati. Per tutto questo “dovrebbero andarci i politici in carcere”.
E’ solo una provocazione quella fatta dall’attore e premio Nobel Dario Fo, dopo una visita nei giorni scorsi ai detenuti del San Vittore a Milano. O, se volete, è un invito a pesare dichiarazioni e promesse – soprattutto in campagna elettorale – in tema di giustizia e di riforma del sistema carcerario italiano.
Perché da dietro le sbarre – come visitatore, come inquilino, come operatore o come volontario – cambia l’ottica di tutti i ragionamenti. E anche l’accusa che la Corte europea per i diritti umani ha rivolto all’Italia condannandola per il sovraffollamento delle cercare, non è vista come una sorpresa.

«Si parla delle sanzioni per i penitenziari di Piacenza e Busto Arsizio, ma la situazione è drammatica un po’ ovunque. Sono oltre 500 i casi denunciati. E non dimentichiamo che anche la struttura di Modena nel 2009 è stata condannata per le condizioni a cui sono costretti i detenuti. Nonostante le scelte adottate dall’attuale direttore del carcere su disposizioni del ministero, la situazione è impressionante», ricorda Paola Cigarini, referente dell’associazione Carcere Città. I politici in carcere? «Beh, sicuramente vedere quelle celle è indispensabile per comprendere la situazione. Quelli che stanno scontando una pena sono tenuti come galline».

Al “Sant’Anna” di Modena vi sono dalle 300 alle 350 persone, ad oggi 26 sono donne. Non ci sono bambini. Sono reclusi in tre sezioni (più alcune “zone” per regimi particolari); ogni cella ospita tre persone, generalmente dai 30 ai 40 anni, di nazionalità e cultura differente. La cella? E’ una stanza di 9 metri quadrati con tre brande, un armadietto, a volte un piccolo tavolino 80×40 sul quale si cucina con un fornellino da campeggio, si mangia e si gioca a carte. Alla finestra ci sono due grate che impediscono il passaggio dell’aria. In quel “buco” d’estate si raggiungono anche i 40 gradi, in inverno i termosifoni funzionano ma non riscaldano a sufficienza. «Almeno due anni fa è stata applicata la direttiva nazionale – spiega Cigarini – e il ‘blindo’ in due sezioni su tre è ridotto dalle 18 alle 8 del giorno successivo. Nelle altre ore della giornata le celle sono aperte e i detenuti possono passeggiare nel corridoio, oltre alle due pause (l’ora d’aria, ndr.) di un’ora e mezza l’una».
E’ già pronto da tempo il nuovo padiglione dentro la casa circondariale modenese, ma non è ancora stato aperto. Si tratta di capire, oltre alla data dell’inaugurazione, se la nuova struttura servirà per trasferire alcuni detenuti dalle attuali sezioni già stipate, o se servirà per accoglierne dei nuovi.
Quale tipo di reinserimento in società ci può essere per persone recluse per piccoli reati come lo spaccio di sostanze stupefacenti? Cosa fanno i detenuti in carcere? E’ già un miracolo quello che riescono a fare assieme ai 7/8 volontari fissi a Modena. «Si riescono a svolgere alcune attività due volte al mese – continua Cigarini – con le donne riusciamo a fare corsi di sartoria e in primavera/estate organizzare momenti ricreativi come la pallavolo. Per alcuni di loro vengono organizzate attività di volontariato all’esterno del carcere, nelle zone terremotate, a Formigine per la gestione del verde pubblico, Spilamberto, a Porta Aperta e nel laboratorio di riciclaggio “Tric e Trac” di Modena».

Grazie ad un accordo tra Ministero, Regione e Provveditorato il Comune di Modena ha avviato (e finanziato con 3.500 euro)  una convenzione operativa con il coinvolgimento delle associazioni di volontariato locali per l’impiego di detenuti nella Bassa modenese. Il progetto era stato annunciato dal ministro della Giustizia, Paola Severino, all’indomani delle scosse di terremoto in Emilia. Di fatto, dopo un tentativo fatto a Reggio Emilia, Ferrara e Castelfranco, soltanto a Modena si è riusciti a terminare il progetto che è scaduto il 31 dicembre scorso. Sono stati organizzati 34 turni di detenuti da agosto a dicembre. L’operazione ha visto il coinvolgimento di 16 volontari. Assieme a loro i detenuti hanno fatto manovalanza nei campi, aiutato nello stoccaggio delle merci nei centri di raccolta e nelle mense autogestite. «Questo progetto sintetizza bene il concetto di giustizia riparativa e non punitiva – spiega l’assessore alle Politiche sociali, Francesca Maletti -. I soggetti coinvolti hanno svolto incontri periodici per il monitoraggio e la verifica è stata positiva. Attraverso queste attività alcuni detenuti hanno attivato tirocini formativi che in futuro possono sfociare in eventuali inserimenti lavorativi».

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