I due amici

Caro Henry mi piaci perché sai ponderare accuratamente ogni scelta che fai. Caro Mathew anche tu mi piaci perché sei simpaticamente spregiudicato. E così si dichiararono amicizia per sempre. Ma di quale amicizia stiamo parlando? O detto in altro modo: ci può essere amicizia in politica?
Innanzitutto, nell’affrontare questo argomento dobbiamo essere consapevoli di un certo grado di ambiguità del potere e, in particolare, del potere politico che si presta facilmente ad essere strumentalizzato così come può risultare inefficace o parzialmente efficace rispetto ai problemi che intende affrontare e risolvere.

Da questo punto di vista è sufficiente ricordare il tendenziale calo alla partecipazione al voto, l’attenuazione del senso di una comune appartenenza sociale. La situazione ambientale dell’intero pianeta dimostra la bruttezza, per non dire la stoltezza, del pensiero politico prevalente. Per non parlare poi della costante crescita delle situazioni di povertà e di disuguaglianza.
Proprio a causa di tali fallimenti si avverte la necessità di una irrorazione di amicizia civica nella politica.

Questo tipo di amicizia si connota per un operare calmo, mite e per nulla altisonante; sa riconoscere i propri errori e sinceramente si propone di cambiare per una maggiore efficacia dell’organizzazione del potere. Nutre rispetto e stabilisce un rapporto positivo nei confronti dei giudizi di coscienza anche di quelli non condivisi. Sa gioire per i successi dell’altro, non è invasiva, chiede permesso e sa chiedere scusa, differisce il conflitto e propone sempre un’alternativa.
Non cede ai ricatti degli interessi particolaristici ma punta con rigore a ciò che esige il bene comune, a costo di rimetterci di persona, di essere messi fuori cioè di non essere più protagonisti “dentro al giro” che determina la vita sociale.

4 risposte a “I due amici”

  1. Questa è una bella teoria che, finché resta tale, può raccogliere roboanti consensi. Il punto è che anche fra tutti coloro che applaudirebbero in piedi questo intervento nell’ambito di un convegno, che clickerebbero “Mi Piace” sui social networks o commenterebbero con ringraziamenti per l’acutezza di questa analisi….anche la maggior parte di costoro, fa una netta distinzione tra la pubblica enunciazione di virtù e la pratica di necessari compromessi.
    “Sì, certo, questi sono bellissimi ideali”. “Magari la politica potesse diventare così”. E, poi, di fronte alla prossima occasione di operare una scelta concreta, tutti a rincorrere gli schemi tradizionali, di ossequio ed attenzione alla pletora di potentucoli economico-politici che non puoi dimenticare, perché quella volta il tale ti ha dato una mano e la prossima volta il parere di quell’altro sarà determinante per…
    Quasi tutti serenamente convinti che l’importante è raggiungere almeno una fettina di potere perché, poi, da lassù, sarà finalmente possibile cambiare le cose e che la strada per arrivare resta comunque solo quella lì e non si passa da nessuna altra parte. E “passare” è l’obiettivo: per cambiare la classe dirigente, per fare spazio a nuove idee, nuovi progetti, nuove persone. Il cambiamento, quello vero, quello delle cose concrete, comincerà dopo, quando finalmente persone nuove avranno raggiunto le leve. Ed in queste pie illusioni (talvolta – raramente – anche sincere) la politica degenerata continua a perpetuare sé stessa ed i suoi meccanismi, educando, cooptando e fagocitando ogni più battagliero idealista. C’è anche chi all’inizio crede veramente che sia quella la strada giusta, dopo qualche mese si persuade che era l’unica strada possibile e dopo qualche anno…..accetta il fatto che deve pur sopravvivere anche lui.
    Chi tenta di proporsi fin dall’inizio in una logica differente resta regolarmente al palo, perché la pretesa di cambiare le regole del gioco (specificatamente: le modalità di accesso a ruoli di potere) è vista come un tumore che si innesterebbe nel sistema, peggio delle idee opposte di un avversario politico (perché con questi, comunque, si tratta sempre e nell’ambito di un certo “comune sentire”, da questo punto di vista). Non ci sono primarie che tengano, tanto anche queste si possono vendere al grande pubblico come se fossero un meccanismo di partecipazione e, al tempo stesso, adeguarle con opportuni regolamenti ad una sostenibile compatibilità sistemica.
    “Irrorare di amicizia civica i meccanismi della politica” e “puntare con rigore a ciò che esige il bene comune, a costo di rimetterci di persona, di essere costantemente messi fuori” è l’unica strada possibile per cominciare a costruire ambiti e modalità differenti. E’ un percorso lungo e faticoso. In attesa che l’ennesima implosione del sistema di piccoli affari personali che gestisce oggi la cosa pubblica, lasci un altro vuoto ancora più grande dei precedenti. A Modena, come altrove.

  2. Le parole di Giampietro esprimono un’idea molto alta e nobile, ma che mi pare assai lontana dalla situazione reale. Forse pensare a come i nostri Padri costituenti hanno lavorato per stendere il preziosissimo testo della Costituzione può darci un punto di riferimento, per capire quale sia la strada giusta per superare differenze profonde, pronti anche ad accogliere il “compromesso”, ma non inteso in maniera meschina, bensì, come a noi cattolici ha insegnato la riflessione conciliare, nella consapevolezza che nessuno di noi possiede da solo il bene e la verità. Figure come Dossetti, La Pira, ma anche Togliatti e Calamandrei, al di là dei loro limiti umani e storici, possono ancora aiutarci a discernere le strette strade percorribili in questa situazione complicatissima. In fondo, essi furono “costretti” ad agire sulla base di un’urgenza di democrazia e di giustizia. Capire che quella dei nostri tempi non ne è forse così lontana è il primo passo per lasciarsi alle spalle tanti comportamenti di basso profilo, ormai del tutto intollerabili,

  3. Post molto interessante, che merita di essere approfondito. La categoria dell’amicizia è senz’altro da riscoprire e da valorizzare anche (ma credo non solo) in politica che, invece, si basa più sulla ‘fedeltà’ e sulla ‘pazienza’, quando non sull’opportunismo, piuttosto che sull’amicizia. Di certo c’è un bisogno sanguinante di persone che si impegnano a partire da ciò “che esige il bene comune, a costo di rimetterci di persona, di essere messi fuori cioè di non essere più protagonisti ‘dentro al giro’ che determina la vita sociale”. E’ necessario, mi pare, che l’amicizia sia ‘vera’ che le persone, cioè, siano disposte non solo a ricevere, ma anche a dare, franchezza. Poi è molto molto vero che tutto ciò si intreccia con il potere e con le sue implicazioni, e che il coefficente di difficoltà si alza non di poco.

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