Ho vent’anni e faccio il pugile

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C’è chi ha la faccia da sbarbatello letteralmente appena uscito da scuola e dà pugni come un duro. C’è invece chi ha la faccia da duro ma non se la sente di colpire gli altri sul ring e allora si accontenta del sacco. Alcuni lo fanno solo per tenersi in forma. Altri perché vogliono diventare dei campioni. Quasi tutti lo fanno per sfogarsi.

Noi profani, ammettiamo l’ignoranza, eravamo fermi a gente come Muhammad Ali (che ancora è un modello per tutti) o Toro Scatenato. E poi? Mike Tyson, certo, ma soprattutto perché ha riempito paginate di giornali per le sue imprese fuori dal ring. Ma le star del pugilato contemporaneo, quelle a cui si ispirano i giovani pugili del’Accademia Pugilistica Modenese, hanno nomi esotici e accattivanti come Floyd Mayweather o Manny Pacquiao. Sono le loro imprese, oggi, ad avvicinare i ragazzi al ring.

In città i giovani pugili sono più di quello che ti potresti aspettare: ragazzi e – a sorpresa ma neanche tanto – anche molte ragazze: Million dollar babies… A scorrere i nomi sulla pagina degli agonisti del sito dell’Accademia incroci nomi come Jean Marc Yao Assouman, Mohamed Yasser Rochdi, Xhulio Marleci. Scontata la risposta: quelli disposti a fare botte sono solo i cosiddetti “nuovi italiani”. E invece no, non è così. Perché dei nove pugili che praticano lo sport a livello agonistico nell’Accademia, cinque sono italiani d’antica data.

Non solo agonismo

Gli iscritti sono una settantina, non tutti naturalmente destinati all’attività agonistica. “Mediamente per formare un pugile ci vogliono dagli otto ai dieci mesi prima di farlo debuttare. In questo lasso di tempo ci rendiamo conto chi ha delle potenzialità e chi no” spiega Antonino Agate, presidente dell’Accademia.

“Il pugilato non è solo agonismo – continua – ma uno sport che ti insegna a fare sacrifici, a sudare, a confrontarti con gli altri. Ecco perché molti vengono qui solo per vivere questo tipo di sensazioni, non certo con l’intento di praticare professionalmente il pugilato. E’ uno sport di nicchia, chi lo pratica lo fa solo per passione, non certo per denaro. A livello di titolo italiano i professionisti – livello a cui si accede almeno dopo una cinquantina di match da dilettante – guadagnano tra i due e i tremila euro. Non si vive di boxe, devi avere anche un altro lavoro”.

Passione contagiosa

E quindi ecco camerieri e studenti che sfidano la stanchezza serale e diligenti ogni sera o quasi si fasciano le mani e si infilano i guantoni, pronti a sudare. Perché lo fanno? “Perché – chiarisce Margherita Ante, unica a ragazza a essere inserita nel gruppo dei maschi – il pugilato ti dà un’adrenalina pazzesca, come nessun altro sport”. Le parole ricorrenti sono queste: adrenalina, sfogo. E passione. Una passione che diventa contagiosa, tanto che c’è in palestra ci va con la ragazza, chi con la figlia, e molti hanno iniziato perché avevano un amico che già praticava questo sport.

Ma la passione è fondamentale anche per chi porta avanti la palestra: “Non abbiamo sponsor e qui ci sosteniamo solo con le quote degli amatori: 30 euro al mese” spiega il presidente Agate. “Ci dobbiamo arrangiare e non nascondo che anch’io come presidente devo fare le pulizie delle palestra perché non abbiamo risorse per pagare un’impresa di pulizie”.

La campana

L’interno della palestra è semplice, scarno, spartano: il ring, ovviamente, poi una decina di sacchi e qualche attrezzo per i pesi. La campana suona ogni tre minuti: si fa un minuto di pausa, ci si dà il cambio al sacco e si ricomincia per altri tre minuti. Chi salta alla corda, chi dà pugni al sacco, chi si allena sul ring. Per tre minuti. Sono i tempi dei round ed è un ritmo che colpisce chi entra per la prima volta in palestra, anche se ci si abitua in fretta.

E proprio come capita a scuola, non vedi l’ora di sentire suonare la campana quando non ne puoi più e l’acido lattico sta per avere la meglio su di te, ma – al contrario della scuola – subito dopo non vedi l’ora che la campana suoni ancora perché sai che puoi ricominciare a prendere a pugni il sacco e sfogarti, stancarti, divertirti.

Perché è meglio sfogarsi qui dentro dove ci sono delle regole ben precise che finire in qualche rissa “là fuori”, in quel brutto mondo dove non ci sono arbitri né campane a scandire l’inizio e la fine delle riprese. “Il pugilato ti insegna a combattere – precisa Xhulio – ad affrontare i problemi a muso duro, perché sappiamo tutti che la vita è faticosa, e bisogna imparare a confrontarsi con qualsiasi difficoltà“. A vent’anni. Sul ring. A muso duro.

Martino Pinna, Davide Lombardi


Il reportage fotografico di Antonio Tomeo

 

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