Frammenti rituali

Proprio perché laico convinto, ho sempre guardato con un rispetto almeno pari alla curiosità, a tutto ciò che riguarda la dimensione confessionale che mi è più vicina. Una scelta consapevole e non scontata, quella di indagare, e forse cercare risposte, nel cattolicesimo invece che in altre fedi. Merito di Gandhi, convinto che “se un uomo afferra il nocciolo della propria religione, ha afferrato anche il nocciolo delle altre”. E visto che, sempre secondo il Mahatma, “tutte le religioni sono vere; tutte le religioni contengono qualche errore”, ma “tutte sono state date da Dio e sono necessarie al popolo al quale furono rivelate”, tanto vale rivolgersi a quella della chiesa accanto.

In realtà, non ho mai avuto dubbi sul significato della fede. Sono rimasto a Søren Kierkegaard fin dai tempi del liceo, senza mai smuovermi da lì. Per aver fede bisogna compiere quel “salto” oltre l’io cartesiano, la ragione insomma, e abbandonarsi alla relazione con Dio, all’assoluto. Unica possibilità – secondo il filosofo danese – per ricongiungere finito ed infinito e perciò superare l’angoscia esistenziale propria della condizione umana. Non sono d’accordo ovviamente che questa sia l’unica chance concessaci, ma la spiegazione sul “come e perché” della fede mi soddisfa del tutto.

Su altri temi invece non ho ancora trovato risposte convincenti. Ad esempio sul valore e il significato della ritualità nella religione. Non ho mai capito, ad esempio, come possa risultare interessante la ripetizione all’infinito delle formule della messa. Capisco benissimo riti nei quali si incappa una volta nella vita: quasi tutti i sette sacramenti. Perfino la confessione mi è chiara. Anche perché tendenzialmente del tutto irrituale, almeno nei suoi contenuti: la quantità di miserie che siamo capaci di inventarci come esseri umani costituisce un campionario sempre aggiornabile da migliaia di anni. Ma la messa… La messa no. Non mi entra in testa il suo senso e valore come mediazione del rapporto con Dio.

Ogni volta che me ne viene offerta l’occasione, di questo e di altri temi simili discuto, da poco meno di trent’anni ormai, col mio amico cattolico Paolo Rossi, professore reggiano. Parliamo e parliamo, ma alla fine non mi muovo dalle mie posizioni (e lui dalle sue). Tanto che col passare del tempo, mi sembra sempre più di assomigliare a Frankie Dunn – il protagonista di “Million dollar baby”, film da Oscar di Clint Eastwood – nei suoi dialoghi con Padre Horvak.


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Circa la questione della messa, ad esempio, Paolo sostiene esattamente il valore di ciò che io invece trovo, all’opposto, del tutto inefficace : la ripetitività. “E’ vero – ammette – potrebbe indurre alla routine, ma è invece proprio la ripetizione che apre a una dimensione “altra”, ascendente rispetto alla quotidianità di tutti i giorni, che accompagna fino al momento più alto della messa, che non è certo l’omelia (come ero convinto io nella mia indolenza spirituale. Nda), ma la comunione”. Una specie di mantra, quindi? Gli ho chiesto. “E’ del tutto improprio il termine per quanto riguarda il cattolicesimo – mi ha risposto – ma in qualche modo può rendere l’idea. Senza dimenticare però la fondamentale dimensione comunitaria del rito”.

Devo dire però che questa volta, Paolo non mi ha persuaso, e dopo tanti anni e discussioni sto ancora cercando qualcuno che mi dia una risposta che mi convinca del tutto.

Questa lunga premessa per arrivare al video di questa domenica. Spinto da curiosità e desiderio di capire, sono andato ad assistere per la prima volta nell’ottobre scorso, a Reggio, alla professione solenne di due suore della casa della Carità, suor Francesca e suor Paola Lucia. C’erano più di mille persone presenti all’evento, un palazzetto praticamente pieno. Non avevo mai assistito a un rito così lungo e articolato. Diciamo pure eccezionale anche per un credente, vista la particolarità. Il video che segue è perciò il breve racconto di come ho vissuto io, come laico curioso e dubbioso, quella giornata così particolare. Un racconto del tutto personale che tenta di rendere le mie emozioni, più che riportare in maniera cronachistica i “fatti”. Il risultato lo potete vedere qui sotto.

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