Forse non assassini, ma complici…

Il mare vuole custodire nel suo fondo silenzioso i resti umani di un naufragio senza precedenti. Invece i sub stanno andando a prendere queste salme, e riportano alla luce del sole, che smette di essere così luminoso e caldo. Da ogni indizio si vuole recuperare la speranza che avevano dentro quei corpi: partendo da un vestito o un qualsiasi accessorio, ci immaginiamo l’odissea del viaggio e, infine, promettiamo i funerali di stato.
Ma prima di seppellire in fretta queste vittime, facciamo l’autopsia, altrimenti il funerale invece che un gesto di pietà diventa un frettoloso colpo di spugna alla cronaca e alla sua memoria.

La vittima non è morta annegata, scrive a sorpresa il referto medico. E’ morta di povertà. Sono chiari i segni sul corpo di stenti e fame; in alcuni sono state rilevate ferite evidenti da fatica e sfruttamento. Parlano chiaro i visi precocemente segnati dal tempo, soprattutto quelli delle donne, attraversati da piccole fessure che sembrano scoli di sudore e lacrime.
Queste persone non sono morte nel mare italiano, ma nella terra in cui sono nati e hanno vissuto fino a pochi mesi prima. Non importano l’ora e il luogo accertati dal referto di morte. Importano le cause che hanno portato a questa morte, una morte fisica, preceduta dalla morte sociale, economica e della dignità. Sono morti la dove avrebbero dovuto vivere, sperare e crescere. Nella loro terra natale non hanno trovato un lavoro, né uno stato che li sostenesse.

Non hanno trovato un lavoro perchè l’economia del loro paese è un’economia per pochi; non è povera, anzi è ricca di materie prime, di terreni e di attrattive. Ma sono pochi quelli che ne ricavano sopravvivenza; anzi quei pochi ne ricevono immensa ricchezza. E lo Stato non interviene, perchè proprio quei pochi lo governano. Gridano demagogiche frasi di false speranze, o impongono violazioni e limitazioni. Con lo stesso risultato finale di ottenere tanti poveri piegati e piagati.
Quei cadaveri che raccogliamo in spaventosa quantità sono schiavi scappati da un’economia e uno stato schiavisti. Bene! allora noi siamo solo i becchini, non gli assassini!!

Guardati in tasca e tocca il tuo cellulare; sorseggia con calma il tuo caffè; gusta con piacere il tuo cioccolato. Sbuccia la tua banana, taglia l’ananas, vai dal benzinaio e fai il pieno. Ecco, se non sei proprio assassino, sei almeno complice, perché l’economia giusta e pulita dell’Occidente poggia in gran parte sulle materie prime e l’economia dei paesi di origine dei cadaveri che stiamo raccogliendo. E i governi che schiacciano speranza e spengono sogni, sono amici di coloro che votiamo o partners del raffinato made in Italy.

L’autopsia dice che la morte ha degli assassini, ma anche dei complici, che fanno una semplice spesa fatta tutti i giorni che non guarda provenienza, né fabbricazione, ma solo si fa attirare da un’etichetta sensuale e colorata.
E “per fortuna” che in Bangadlesh i morti restano sepolti sul posto, senza approdare qui. Così almeno le magliette, le felpe e i pantaloni che fanno in tempo ad arrivare, non puzzano di cadavere.
A Lampedusa abbiamo avuto un abbondante raccolto dei frutti della parte peggiore dell’economia globale. Ne esiste anche una alternativa, dicono, che pesa un pochissimo per cento sul totale mondiale, ma che mai potrà essere neanche sospettata di complicità. Si chiama equo e solidale; e la sua versione italiana è detta “filiera corta”.
Nessuno può dire di essere totalmente innocente di complicità; qualcuno può dire di provare ad uscire da questa complicità assassina.
A Lampedusa non c’è stata la strage peggiore di questa economia; è stata solo il cimitero più vicino a casa nostra. I morti e i mutilati sono migliaia ogni giorno nelle fabbriche, miniere e campi a sud di casa nostra.
Ma dopo Lampedusa, nessuno, ma proprio nessuno potrà più dire “occhio non vede, cuore non duole”

(Immagine in evidenza: “Lampedusa, spiaggia dei conigli”. Photo credit: passer8 via photopin cc)

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