Fenomenopatologia della campagna elettorale: come decomporre lʼopinione pubblica (parte 2)

Nel precedente post ci eravamo soffermati sulla campagna elettorale come show con i suoi attori. In questo facciamo due passi ulteriori (indietro!).

Il terzo punto di questa psicopatologia della campagna elettorale Curtain background il valore delle affermazioni e delle promesse (ne dovremo riparlare nel prossimo post) che vengono fatte negli spettacoli elettorali. Il punto è che non si tratta come spererebbero i cittadini un valore-verità: è un valore-plausibilità. Non conta affatto la verità delle affermazioni, ma solo la loro verosimiglianza o, ancora meglio, la loro promissibilità. Ci sono cose che si promettone meglio di altre: tagliare le tasse, costruire ponti, abolire le leggi ad personam, fare una super legge contro i conflitti di interesse, etc. Conta solo il fatto “che è stato detto“ qualcosa di plausibile hic et nunc. Nessuno avrà poi il tempo di verificare e, se lo farà, non conterà più nulla, tanto ci sarà sempre, in furuto, chi non permetterà a quelle promesse di realizzarsi. Intanto, nel presente della campagna elettorale, lʼessere-stato-detto qualcosa, occupa una posizione nello spazio-tempo che ha il potere di nascondere tutto quello che si sarebbe potuto invece dire. Il valore delle coumunicazioni è fondamentalmente un valore di oblio. Parlare affinché nulla sia detto.

In ultima istanza, i cittadini, lʼopinione pubblica che tale campagna elettorale dovrebbe razionalmente formare, diventa un pubblico di spettatori alluvionato di shocks e novità. Spettatore è colui che è messo nelle condizioni di stare-a-vedere e di non partecipare mai veramente al gioco. È una figura della passività, dellʼessere colpiti dallʼesterno. Ogni spettatore è uno tsunamizzato. Viene abituato allo show e ne diventa parte essenziale proprio nella sua passività. Più lo show è di successo più lo spettatore e un mero indirizzo della comunicazione. Rimane inebetito dalla presenza, dallʼesserci dei protagonisti, e cambia opinione ogni volta che cambia la rappresentazione (che a sua volta è fatta cambiare dai professionisti per rendere lo spettacolo più scioccante). Lʼalluvione delle notizie, delle promesse, delle pseudo piattaforme politiche, il cambiar idea ogni tre per due, la notiziabilità di qualsiasi sciocchezza, fa letteralmente perdere lʼorientamento al cittadino. La conseguenza è chiara e programmata: chi cʼè e chi comunica – i protagonisti della campagna elettorale – diventa (proprio la loro immagine e non le idee) un punto fermo dellʼattenzione; gli spettatori, invece, non riescono più a orizzontarsi veramente e, letteralmente, non riescono ad esserci e a prendere posizione. Così tutti i potenziali elettori diventano davvero una massa di “indecisi“. Il massimo per i politici è liquefare le appartenenze per poi cercare di ricondensarle in nuove guise, naturalmente a loro vantaggiose: liquefa ert impera. Così, alla fine, il problema non è, come sempre si dice, quello degli elettori indecisi prima del voto, ma di quelli già decisi. Le campagne elettorali servono proprio a decomporre le opinioni e direi che nel nostro Paese ci riescono piuttosto bene. In tal senso la campagna elettorale è davvero un reality show che attrae le coscienze degli spettatori per pochi attimi, senza lasciare che si formino delle idee adeguate alla realtà. Conta solo lʼessere-votati (o votati poco). E per essere votati bisogna farsi nominare. Non è un caso che a vincere i reality show siano sempre quelli che si fanno notare, quelli che vengono “nominati“ e che resistono allo scontro: i grandi combattenti, come si dice oggi….

Tutto il resto sono solo i reali problemi del Paese.

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