Fenomenopatologia della campagna elettorale: come decomporre lʼopinione pubblica (parte 1)

electionDi fronte alla campagna elettorale in corso non pochi, come me, vivono un sentimento di delusione misto a depressione. Dopo un anno di sacrifici e di tecnicismi, tutto torna come prima. La pausa che era stata imposta allʼItalia, anche per cercare di ricomporre un quadro politico e partitico più ragionevole, non ha portato frutti. La primavera è sterile. Il mortifero ritorno del già stato (e del già vissuto), bellʼesempio di zombificazione della realtà, non si fa attendere. Speravamo in un cambio di programma, mentre ci ritroviamo le stesse trasmissioni: il vecchio cànone torna, nel senso del bastone dritto che ci regola. Ma questa delusione è davvero solo faccenda da poveri illusi. Vediamo dunque di uscire dallʼillusione, cioè dallʼinganno, dal gioco perverso che ci imprigiona e non ci permette di vedere come stanno le cose.

Come dice la parola stessa, una “campagna elettorale” è una sorta di spedizione militare in campo aperto, alla conquista del bene più prezioso del nostro tempo: lʼattenzione. Durante la campagna, non si cerca affatto di informare i cittadini, bensì si lotta per ghermirli. Tale drammatico scontro, condotto attraverso i mezzi di tele-comunicazione (che fanno sembrare tutti intelligenti solo per il fatto che sono lì), è una lotta allʼultimo respiro per essere percepiti da un pubblico e non, come alcuni fanno ancora finta di credere, di formare coscienziosamente lʼopinione pubblica sui programmi politici dei contendenti. Dal punto di vista sociale qui vale la massima esse est percipi: essere è essere-percepiti (Crhistoph Türcke, La società eccitata. Filosofia della sensazione). Il resto, cioè il reale (ciò che non tʼaspetti, il fuori aspettativa) non conta. La questione non è da poco e si collega a problemi piuttosto rilevanti per la cosiddetta vita democratica.

In prima istanza la campagna elettorale è immediatamente uno show. Non vi è alcun processo di spettacolarizzazione gestito da abili professionisti della comunicazione. La campagna elettorale è da subito show, mostra, spettacolo, messa in scena, rappresentazione. Conta esserci, essere presenti, autoconservarsi nella percezione del pubblico sempre più sommerso dallʼalluvione di stimoli che giunge dai mass-media. Esserci è il messaggio, e basta. Essere là, teletrasmessi, vuol dire essere-presenti. E la presenza significa occupare, almeno per un momento, la coscienza del pubblico. La presenza è il senso della campagna elettorale. Se ci sei, sei percepito e, sopratutto, non cʼè qualcun altro. Il mero essere presenti genera un surplus comunicativo, una presupposizione tacita, è già fare una “bella figura“: significa che la “merce“ da vendere è comunque buona. Il vero e proprio potere della presenza è quello di rendere assenti gli altri. Qui stiamo dunque parlando di comunicazione politica come merce da vendere non ai cittadini ma a un pubblico. E affermiano che il potere della presenza è quello di far dimenticare ciò che non è lì, per esempio un vero dibattito sui problemi del Paese.

Ne consegue, secondo punto, che i prot-agonisti della campagna elettorale non somigliano sempre più ad attori: lo sono proprio. Sono professionisti del mettere in presenza qualcosa, i loro interessi (politici e non). Per questa performace sono truccati, preparati, aggiornati da altri professionisti, quelli che potremmo chiamare ironicamente i polician-makers. Quello che colpisce non è tanto il trattamento estetico che somiglia sempre più pericolosamente a un processo di mummificazione, quanto il people processing: i candidati (auto-candidati: già questa è bella!) vengono riempiti (lʼimmagine è proprio culinaria) di dati, affermazioni, programmi, argomentazioni, battute, arguzie, etc., in modo tale da mantenere il dibattito sul registro dellʼimmaginario, del già aspettato, del prevedibile, del “ci si aspetta che tu rispondi così a quella critica che ci si aspetta che ti facciano”, etc.). Il candidato è un attore. Anzi, prevedibilmente in futuro (ma già accade ora) verranno scelti proprio dei bei corpi (delle “belle presenze”, appunto) per mettere in scena delle idee. Si dovrà separare del tutto il comunicatore-attore (con il suo capitale estetico) dal contenuto da comunicare (sempre più basilare, ai limiti dellʼinstupidimento). Non so se questo processo ricordi qualcosa a qualcuno… in ogni caso aumentano i candidati “bella-presenza” (cercasi-offresi professionista, bella presenza….).

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