Errata Corrige! Il Papa Sudamericano

A nun buys a newspaper with the front page of Pope Francis, at a newsstandBueno!
lo Spirito Santo è uscito dal Vecchio continente e, dopo 1300 anni (!), se ne va dall’Europa per spirare anche oltre i modelli (molto vanagloriosi) della modernizzazione occidentale.
La (quasi) completa imprevedibilità dell’elezione del Cardinal Bergoglio, ci dice come i mass media creino una loro realtà a cui noi spettatori siamo costretti a riferirci: la realtà dei mass-media, appunto, e non la realtà.
Quello che è successo nel Conclave appena chiuso non dà affatto l’idea di un “colpo di scena” (come invece certamente è per il sistema dei mass media). Mi pare abbastanza sciocco pensare che la scelta di un Cardinale, già indicato da moltissimi confratelli nel precedente Conclave (dove Ratzinger aveva potuto godere di una vantaggio netto, quello di essere stato la voce teologica chiara, distinta e ferma, di Giovanni Paolo II), rappresenti davvero una sorpresa. La velocità con cui è stato deciso ci fa pensare che, di fronte ai primi voti forse un po’ dispersi, si sia trovata una convergenza molto forte proprio sull’argentino. D’altra parte il Conclave, per i motivi eccezionali dovuti alla decisione di Benedetto XVI, ha avuto il vantaggio di essere stato preparato con maggiore tempo e riflessione. I 115 Cardinali elettori si conoscono in modo diverso da quello che pensano i mass media. Si leggono, si ascoltano, si invitano e riflettono con parametri molto specifici, quasi sempre invisibili ai grandi giornalisti del globo (per non dire della Agenzie di scommesse!).
Lasciando perdere ogni gossip e ogni altra considerazione pseudo-razionale (attenzione perché già in alcuni siti cattolici, anche famosi, stanno comparendo considerazioni sinceramente “imbarazzanti” su Francesco I, sintomo che la religione fa molto bene a chi ha la testa a posto e molto male a chi l’ha già di per sé fuori posto), vorrei soffermarmi su due punti soltanto.

Pope Francis praying at Rome's Santa Maria Maggiore basilicaPrimo. La Chiesa cattolica entra definitivamente nella globalizzazione. Ne è stata certamente una delle cause originarie, anzi forse la principale dal punto di vista culturale e la storia stessa del Sud America ne è testimone. La Chiesa da sempre punta all’Universalismo e all’evangelizzazione delle genti, ed è senz’altro l’istituzione più globale del Mondo, più dell’Onu e del WTO (!). Con il Papa Francesco, però, il cattolicesimo rientra nella globalizzazione in modo nuovo. Uscire dall’Europa e andare nelle americhe significa proprio questo. Simbolicamente, ma non solo, significa innanzitutto cambiare il modo di pensare Roma e la cattolicità. Il riferimento del Papa alla Chiesa di Roma come “quella che presiede nella carità a tutte le chiese”, è ricco di conseguenze, così come l’idea che la bella città di Roma vada evangelizzata. Presto avremo una idea più chiara di cosa queste affermazioni significano sia dal punto di vista delle relazioni interne alla Chiesa (quale servizio spetta alla chiesa locale di Roma, rispetto alle altre chiese locali?), sia rispetto a una nuova visione di evangelizzazione e di rielaborazione della fede. In questo la Chiesa non stupisce affatto, tanto che si tratta di temi antichissimi per esempio già presenti in S. Ignazio d’Antiochia, ripreso tante volte da PaoloVI, oppure di linee guida per il futuro già ereditati saldamente da Benedetto XVI. Non si tratta soltanto di ribadire l’universalismo della Chiesa e della sua missione. La novità, a mio parere, sta nel fatto che – a differenza di una scelta che poteva essere nord americana od europea – lo Spirito appaia maggiormente attento al Popolo “minuto”, piuttosto che a quello in cui si specchia una chiesa occidentale più established. Si badi bene che la scelta sudamericana non riguarda solo un mero calcolo di potere, dettato dalla maggior presenza di cattolici nel globo. Riguarda simultaneamente un continente che da anni sta perdendo fedeli. Questo i mass media non lo capiscono bene. L’America Latina è fortemente in crisi perché attaccato da forme radicali di evangelizzazione (quelle per esempio pentecostali) che lo colpiscono proprio nel suo cuore caritativo e di prossimità: quello della pratica pastorale, della cura delle anime e (sopratutto) dei corpi. Da qui sembra ripartire la sfida cattolica, proprio dal centro della sua forza e della sua possibile debolezza. Cosa significa essere-fare-Chiesa? Cosa significa comportarsi come fratelli, figli dello stesso Padre? Cosa significa essere cristiani? Cosa distingue da altri, sempre più potenti, che sanno rispondere ai bisogni delle persone più in difficoltà? In quali strade cammina il volto del Cristo?

Secondo. Diversamente da una scelta nordamericana, quella di Bergoglio sembra sottolineare non tanto una apertura al modernizzazione intesa come ulteriore astrazione nel massmediologico, quanto un ritorno alle origini e alla presenza. Qui si scontrano due culture sociali potentissime: quella della comunicazione concepita come “astrazione virtuale” e “collegamento” e quella della interazione come “presenza” e “prossimità”. Ora, le due cose non sono assolutamente in contrasto, anzi è vero l’opposto; ma la scelta del Papa dei poveri e quella di chiamarsi Francesco, danno un tono “epocale” alla decisione. La Chiesa sembra voler ripartire dagli esclusi (e non dagli inclusi), dai deboli dispersi (e non dalla curia – etimologicamente l’assemblea dei potenti); dagli sconnessi (e non dai connessi), da chi non ha reti (e non da chi è in rete). Sembra voler essere una chiesa-Madre, che accoglie gli “ultimi” per parlare anche ai “primi”. Una Chiesa che, ben salda nella globalizzazione e nella società della comunicazione, punta le sue forze sulla cura e sull’amore messo in pratica: sulla presenza che salva! Se così fosse, la scelta argentina sarebbe chiara. Non tanto da New York o da Boston (e men che meno dalle antiche università europee) può arrivare il modello per questa sfida. Serve una Chiesa maggiormente abituata alla povertà, alla emarginazione e al contatto con la carnalità del male. Anche i Nordamericani lo hanno capito e, dall’alto delle loro competenze organizzative, hanno deciso di servire chi serve.

1363261930_184256_1363289040_album_normalVedremo: la sfida è certamente enorme anche perché esistono altri problemi che con questa idea di Chiesa saranno più difficili da intercettare. Per fare qualche piccolo esempio: l’evangelizzazione delle giovani generazioni occidentali ormai abituate alla virtualità, o il dialogo con i vecchi che verranno sempre più sedotti dalla ideologia tecnico-medica della “vita eterna”; la sfida del relativismo e del dialogo inter religioso che necessita di una specie di meta-teologia comune rispettosa delle teologie locali; la sfida della modernizzazione dei continenti africano e asiatico… ecc. D’altra parte il nome scelto dal Cardinal Bergoglio rimanda direttamente all’alter Christus e, sinceramente visti i tempi che corrono, non è un’eredità da poco. I critici sono già pronti a sparare sentenze. L’equilibrio necessario per tenere-insieme i cristiani del globo, con tutte le loro diversità, è difficilissimo da ottenere. La sfida della secolarizzazione e della cultura immanentista, paurosa. La disattenzione a Dio, drammatica. Le idee non molte. Servirebbe davvero un nuovo inizio, come lo fu al suo tempo Francesco per una Chiesa che, forse, era messa peggio di oggi. Questo fa ben sperare. Il Regno è già presente, ma nel frattempo, prima dell’Apocalisse, la Chiesa deve rivelare quotidianamente il volto del Padre, attraverso la memoria del Figlio e con l’aiuto dello Spirito. Ce n’è da fare, pur nell’attesa che il tempo si compia.
Tutto il resto, è noia.

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